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una presunta cronaca di Sabadino degli Arienti, e la marchesa cosí ne scrive al fratello, in data del 30:

« L'Abbate Branchetta è entrato in sospetto, vedendo molte volte nel tomo innedito del Ghirardacci citata una cronaca, o sia storia della nostra Casa scritta da Giovanni di Sabbadino degli Arienti, che da essa possa il Ghirardacci sudetto aver riccavato il noto favoloso racconto. Bramerebbe perciò poter vedere tale cronaca, che si supone trovarsi presso il nostro signor Ambasciatore, cioè in questo suo archivio; oppure quando l'avesse Egli con se in Roma, vorrebbe essere assicurato, se vi sia in essa, o no, il racconto sudetto. Potreste pertanto scrivere sopra ciò all'Abbate Scarselli, perché o in un modo, o nell'altro, secondo il luogo ove trovasi detta Cronaca, procurasse dal sudetto signor Ambasciatore la consecuzione di tale intento. Si anderà però intanto avanti nella esposizione della concepita idea del manifesto, non lasciando di continuamente pressare per essa » (1).

Il marchese Bentivoglio scrisse infatti subito all'ab. bolognese Flaminio Scarselli, che aveva notevoli uffici in Roma, perché si recasse dall'ambasciatore senatore Bentivoglio e intendesse se la cronaca sopra nominata si trovasse presso l'ambasciatore o viceversa fosse nel suo archivio di Bologna, nel qual caso lo interessava a voler dare ordini al suo archivista perché fosse permesso al signor Branchetta di poterla consultare (2). Lo Scarselli non fu sordo alla preghiera, ma per quante ricerche facesse, il senatore Bentivoglio non poté trovare tra le sue carte la cronaca richiesta, e fu anche sicuro che una tale scrit tura non esisteva nell'archivio di Bologna; possedeva bensí il senatore una storia della famiglia Bentivoglio, e quella si affrettò a spedire, nella parte che poteva interessare al marchese Guido (3). Per dare poi un'altra prova dell' interesse che prendeva alla faccenda, il senatore compilò una lista degli autori precipui che si occuparono della famiglia Bentivoglio e incaricò lo Scarselli di mandargliela; il che l'abbate fece, accompagnando lo scritto colle seguenti parole:

< Eccellenza,

In prova del giusto interesse che prende, il signor Ambasciatore nelle convenienze di Vostra Eccellenza ha voluto che io le trasmetta, nella compiegata carta, una memoria da Lui formata dagli autori, che parlano della famiglia Bentivoglio, parte de' quali ha veduto Egli stesso in questa Biblioteca di Roma. Potrà l'Eccellenza Vostra, ove lo stimi proprio, comunicarla al signor Abbate Branchetta, benché per altro a mio debol parere, molto piú vagliano a smentir l'impostura gli istrumenti autentici della sua Casa, che non le allegazioni di autori o manoscritti, o stampati, i quali d'ordinario riferiscon le cose documenti legittimi, che le dimostrino. Nella benignissima protezione di Vostra Eccellenza mi raccomando, ed umilmente mi confermo di Vostra Eccellenza

Roma, 14 febbraio 1759.

senza i

Umilissimo devotissimo obbligatissimo servo
FLAMINIO SCARSELLI » (4).

(1) Bibl. Com. dell'Archiginnasio, Fascio cit., n. 13.
(2) Bibl. Com. dell'Archiginnasio, Fascio cit., n. 15.
(3) Bibl. Com. dell'Archiginnasio, Fascio cit., nn. 20-21.
(4) Bibl. Com. dell'Archiginnasio, Fascio cit., n. 24.

Ma il marchese Guido e la marchesa Albergati erano sempre fissati della cronaca dell'Arienti, avuta notizia che l'Arienti aveva scritto delle novelle, pensarono che in esse potessero trovarsi gli accenni alla nascita di Annibale ; il marchese pertanto tornava dallo Scarselli con sua lettera del 21 febbraio:

Mi professo sommamente obbligato alla gentilezza del signor Ambasciatore, e prego lei a rendergli per me infinite grazie assicurandolo della mia vivissima riconoscenza. Ho passato il foglio favoritomi al signor Abbate Branchetta, che ne farà quell' uso che crederà opportuno pel manifesto consaputo. Fra gli autori che il signor Conte Fulvio dice di avere osservati, veggo le Novelle di Sabbadino degli Arienti, che trovansi nella Biblioteca Imperiali. Bramerei che il mio stimatissimo signor Dottore si prendesse il gentilissimo pensiero di scorrer quel libro, e osservare se mai fra le novelle di quell' autore fossevi raccontato il nascimento di Annibale Bentivoglio figliuol d'Antonio nel modo che ce lo rapporta il Ghirardacci. Come il signor Abbate Branchetta sospetta, che questi lo abbia preso dall'altro, vedendo spesse volte citato da lui Sabbadino degli Arienti, io cosí considerando il favoloso, che ha per se stesso il racconto, e lo stile altresí, ond'è steso, tutto confacente a una novella, vado pensando, che forse fra le novelle dell'Arienti abbia a trovarsi, giacché queste parlano dei Bentivoglio. Ella è dunque pregata di aggiungere a tanti altri incomodi per me sofferti in questa materia anche questo, per cui le avrò un obbligo particolare. Se l'istoria potesse cambiarsi in una novella, sempre maggior peso avrebbero le nostre ragioni. Me le raccomando dunque vivamente, e desidero di servirla » (1).

Anche questa volta lo Scarselli fu quanto mai sollecito; ma la ricerca fu del pari poco fruttuosa. Lo Scarselli mandò bensí il 6 marzo quel poco che si contiene nelle novelle dell'Arienti, che lo Scarselli trovò nella libreria Imperiali già statagli indicata, e mandò anche estratti di una « Genealogia di diverse. famiglie», ma tali documenti, che furono tosto comunicati alla marchesa Albergati e da questa all'ab. Branchetta, a ben poco giovarono (2).

Al Bentivoglio ogni indugio pesava, e spesso nella corrispondenza colla sorella si raccomandava di far presto; in un lettera del 6 marzo le diceva tra l'altro:

<< Di grazia, oltre l'Abbate Branchetta chiedete l'aiuto ancora del signor Avvocato Montefani, e di qualche altro, giacché a voi non mancano buoni amici di vaglia, poiché parmi, che la faccenda vada molto adagio, nè avendo avuto altre lettere dal Cavalier Mansi dopo la replica, che io gli feci, e che vi accennai, temo che senz'altro indugio sia per stamparsi e pubblicarsi il noto libro alla macchia » (3).

Nella stessa lettera il marchese si raccomandava che il Branchetta guardasse di trovare « qualche buon lume » intorno al tempo del matrimonio della Gozzadini con Antongaleazzo, perché esso assai gioverebbe all' intento.

Quasi contemporaneamente poi scriveva allo Scarselli per ringraziarlo delle

(1) Bibl. Com. dell'Archiginnasio, Fascio cit., n. 27.
(2) Bibl. Com. dell'Archiginnasio, Fascio cit., n. 29.
(3) Bibl. Com. dell'Archiginnasio, Fascio cit., n. 29.

sue premure e discutere con lui intorno al valore che potevano avere le testimonianze mandategli.

«

Veggo, egli diceva, dall'obbligantissimo di Lei foglio dei 7 che non si può dalle Novelle dell'Arienti trar cosa, che faccia per noi.

Io Le sono bene infinitamente tenuto, per la gentile premura, che si è presa di favorirmi. Avrò caro di sapere in qual tempo vivesse Girolamo Heninges. Per altro considerando il passo ch' Ella si è compiaciuta trascrivermene, parmi secondo le mie notizie, che vada molto lungi dal vero. Egli accenna a una sorella d'Annibale maritata a Gasparo Canetolo, quando non si sa, che quegli avesse altre sorelle oltre le due, una delle quali fu data a Pepoli, e l'altra a un Bevilacqua. Non avendo fra i documenti di mia Casa, neppur un cenno di una terza sorella, credo, che non sarà stata se non nella fantasia dell' Heninges. Me ne persuado anche maggiormente riflettendo, che dai Canetoli fu, com' Ella sa, ucciso Annibale, e benché in que' tempi, ne' quali ferocemente dominava lo spirito di fazione, potesse avvenire, che non si risparmiasse il sangue dei congiunti, non è però credibile che ad un nemico aperto qual' era de' Bentivogli il Canetoli, si fosse data in moglie una Bentivoglio. Convien però esaminare qual peso possa dare a questo fatto l'autorità dell' Heninges, per la qual cosa gioverà sopra tutto il sapere in qual tempo egli vivesse. Pregola dunque favorirmi tale notizia e rinnovandole la mia viva riconoscenza etc. » (1). Mentre a Roma lo Scarselli faceva ricerche sul tempo in cui viveva lo storico Heninges (2), a Bologna il Branchetta, il Monti e il Montefani ed altri eruditi continuavano le loro indagini intorno alla questione generale. Il Branchetta poi non mancava di esaminare attentamente gli estratti che aveva mandati da Roma lo Scarselli, e ne rilevava l'incertezza e la non molta attendibilità; faceva inoltre rispondere al marchese che avrebbe anche indagato sulla data del matrimonio della Gozzadini (3). Terminato lo spoglio dell'archivio pubblico e di quello Masina (una immensa raccolta di atti notarili), si cominciarono le ricerche in particolari archivi, in quelli specialmente di famiglie legate di parentela o di affari coi Bentivoglio, come a dire negli archivi di casa Gozzadini e di casa Guidalotti (4), quantunque non troppo abbondante ne fosse la messe ricavata.

Alla fine di marzo e ai primi di aprile del 1759 tutte le memorie e i documenti raccolti a Bologna e a Ferrara, che dovevano costituire il fondamento probativo del futuro manifesto, furono mandati al marchese Guido perché li esaminasse e ponderasse (5). Il 14 aprile poi la marchesa pregava il fratello di rimandarle i documenti tutti e il piano escogitato affinché potesse far vedere il materiale stesso all'avv. Montefani per averne il suo dotto giudizio; quindi molto saggiamente aggiungeva :

« La mancanza della data di battesimo di Annibale, e quella di qualche documento, che provi seguito il matrimonio della Francesca Gozzadini più presto

(1) Bibl. Com. dell'Archiginnasio, Fascio cit., n. 33.
(2) Bibl. Com. dell'Archiginnasio, Fascio cit., n. 43.
(3) Bibl. Com. dell'Archiginnasio, Fascio cit., nn. 38-39.

(4) Bibl. Com. dell'Archiginnasio, Fascio cit., n. 42.

(5) Bibl. Com. dell'Archiginnasio, Fascio cit., nn. 45, 48, 49.

che il 1420 formano tutto l'imbarazzo, perché mettono in necessità di provare indirettamente ciò, che ad evidenza col primo recapito, e con pienissima probabilità nel secondo si saria potuto provare, e voi sapete cosa vi voglia per dar forza, e tirare tutti a sicura conclusione tali prove indirette. Un'assoluta negativa coll'aggiunta dell' istrumento di tutela saria ora piú che bastante all' intento, ma è necessario prima di muover passo, avere in capitale il come andare avanti in seguito, e come rispondere alle obbiezzioni, che potessero essere fatte nella replica che potrebbe venir dietro al primo qualunque manifesto nostro, massime se in esso non fossero tali obbiezzioni, e prevenute, ed isfogate, e fra esse è di troppa conseguenza quella che gli anni della richiamata di Annibale a Bologna, e della morte sua dimostrano che sia nato avanti il matrimonio della Francesca, quando questo sia pure seguito del suddetto anno 1420. Dico tutto ciò a vostro lume, e di chi verrà da voi costi consultato, e in attenzione de' noti fogli etc. »> (1).

Qualche giorno dopo, la marchesa, mentre sollecita il rinvio dei materiali, espone che l'abbate Branchetta giudica non disprezzabili i documenti raccolti, specialmente per combattere talune affermazioni generali del Ghirardacci e stima per sé molto notevole l'istrumento di tutela....; « quando però i contrari non avessero irrefragabili documenti da opporre, quali peraltro, se vi fossero, sarebbero dovuti venire a notizia nostra in occasione di tante ricerche fatte » (2).

Il marchese Guido Bentivoglio non era troppo persuaso della bontà dei documenti raccolti per il manifesto, e quasi quasi tendeva ad accomodarsi cogli stampatori lucchesi. Più di una volta espone i suoi dubbi alla sorella, la quale lo incuora e si mostra d'avviso di dar fuori, a tutela dell'onore, quelle prove che furono trovate; ma risponde il marchese che peggio ancora sarebbe iniziare una pubblicazione di accusa o di opposizione e non essere poi più tardi in grado di rispondere alle smentite che ne venissero (3).

Intanto le trattative di accordo fatte dal marchese cogli stampatori lucchesi, delle quali parleremo piú innanzi, non correvano troppo spedite e facili; non è perciò a meravigliarsi se il Bentivoglio torna, in mancanza di meglio, al concetto del manifesto. Ne scrive, come al solito,

« Alla Signora Marchesa Eleonora Bentivoglio Albergati,

Bologna.

Non ho fino ad ora avuto altro riscontro dal Cavalier Mansi di Lucca, e un ritardo cotanto osservabile mi fa crescere il sospetto e il timore che li nostri malevoli di Ferrara, d'accordo come è probabile col Venturini e col Senatore Davia, pensino a fare uscire alla luce la nota stampa o alla macchia o con qualche data di oltre monti. Quello che posso dirvi con certezza si è, che l'esemplare del terzo tomo del Ghirardacci, che fece copiare dal manuscritto di cotesto Marchese Bovi il Marchese Cristino Bevilacqua lo ha eziandio lasciato vedere a

(1) Bibl. Com. dell'Archiginnasio, Fascio cit., n. 58.
(2) Bibl. Com. dell'Archiginnasio, Fascio cit., n. 60.
(3) Bibl. Com. dell'Archiginnasio, Fascio cit., n. 71, 72.

La Bibliofilia, anno XIII, dispensa 10-11a

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chiunque, ma ad una persona che lo disse accidentalmente al Guerrini e che è persona piuttosto ordinaria, ha permesso di estrarne altra copia. Sono pertanto impaziente di sapere se dalle diligenze seguite ultimamente dal signor Avvocato Montefani da praticarsi in cotesti archivi siesi ancora potuto trovare alcun recapito, che possa essere al caso nostro pel necessario consaputo manifesto (dico necessario secondo però si abbiano materiali da pubblicarlo senza che se gli possa dare eccezione, e il sentimento dell'eccellente signor Montefani intorno al manifesto medesimo. Scusate l'importunità mia, ma l'agitazione in cui mi tiene questo disgustosissimo affare, fa che non me ne possa contenere.

Di nuovo mi vi protesto. Addio » (1).

La marchesa pose ogni suo impegno presso il Montefani, gli fece fare alcune altre ricerche nell'Archivio pubblico, e il 28 dello stesso mese poté mandare al fratello il tanto desiderato parere del Montefani stesso.

Carissimo fratello amatissimo.

<< Bologna, 28 luglio 1759.

Questa mattina il mio Segretario è stato dal signor Avvocato Montefani, e nel lungo abboccamento seco lui avuto, ha rilevato anco egli, attentamente osservati i noti recapiti, e costantemente, quanto a lui, e sempre che gli avversari non avessero documenti a noi incogniti, e, come suol dirsi, strozzanti, credeva che i materiali in essi recapiti accennati, massime serviti a dovere, e messi nel dovuto lume, siano abbondantemente bastanti ad un proprio, ed anche, presso le ragionevoli persone, convincente manifesto. Fonda egli le sue principali ragioni, in questo Che trattandosi di cose si antiche, in materia anche legale nonché puramente istorica, non si esige un estremo rigore di prova; Che il Ghirardacci, per molti altri errori presi, si può facilmente mostrare sospetto, se non anzi screditato; Che gli autori sincroni non nominano Annibale bastardo, benché per varie ragioni, molti di essi lo avrebbero nominato sicuramente se fosse stato tale; Che dalla carta di Annibale non s'inferisca tale l'età sua che non sia conciliabile col tempo del matrimonio di sua madre Francesca Gozzadini; Che la rinunzia della Elisabetta non può influire, attese le altre circostanze d'allora, nelle conseguenze, che nella vostra degli 8 scorso mi accennate. Su tali ed altre ragioni che riguardano anche la giustificazione dell'instrumento di tutela, appoggia egli, come ho detto, il sentimento suo, al quale, quando non sia il vostro contrario, premuroso, com'è, di servirvi, anderà rubbando il tempo alle ordinarie occupazioni, per fare la estensione del manifesto sudetto nel modo da lui ideato il più proprio. Dimanda egli però tempo, posto che una precisa necessità non richiegga pressura, come sarebbe se si sapesse di certo, che il libro fosse per escire, e molto piú, che comparisse esso improvvisamente alla luce, ne' quali casi è disposto a chiudere la libreria, e sospendere ogni altri cosa, per mettersi, per uomo morto, cinque o sei giorni a servirvi. Egli ha documenti autentici, che provano, che questa famiglia Bentivoglio viene dallo stesso stipite della nostra, e si esibisce una lieve digressione in detto manifesto ciò provante, quando ama

(1) Bibl. Com. dell'Archiginnasio, Fascio cit., nn. 78, 9 luglio 1759.

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