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Anno XIII

MARZO 1912

Dispensa 12a

La Bibliofilía

RIVISTA DELL'ARTE ANTICA

IN LIBRI, STAMPE, MANOSCRITTI, AUTOGRAFI E LEGATURE DIRETTA DA LEO S. OLSCHKI

Le strane vicende di un'impresa tipografica'

*

Il terzo volume della "Historia di Bologna del Ghirardacci.

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A sospensione della stampa del terzo tomo per i tipi del Venturini a Lucca, ottenuta dal Bentivoglio con tanto sforzo di azioni diplomatiche e di pressioni, non risolveva, come il marchese sperava, tutte le difficoltà; anzi dopo il decreto della Repubblica con il quale la stampa era stata dichiarata definitivamente sospesa, sorsero maggiori e piú insistenti difficoltà.

La tipografia infatti, e coloro che avevano fatte le spese per condurre a capo l'impresa, mentre subirono a malincuore l'imposizione di cessare dalla pubblicazione, non si dimostrarono affatto disposti di perdere il denaro che in essa avevano impiegato dopo aver ottenuti tutti i permessi dell' autorità civile ed ecclesiastica; e fecero senz'altro una solenne rimostranza alla Repubblica, come quella che direttamente aveva ad essi intimato il divieto.

Molto probabilmente la cosa sarebbe passata liscia e posta in tacere e si sarebbe commesso un nuovo sopruso, se tra gli interessati, ora protestanti, non si fossero trovati uomini di autorità e di alto conto, che avrebbero potuto se non ascoltati recare non poche, né piccole noie al minuscolo stato. Il marchese Francesco Davia, che molto modestamente faceva seguire al suo nome i titoli di « Pari di Scozia, conte d'Almond, visconte di Moinedis, barone in Perchen, marchese in Lituania, senatore di Bologna, gentiluomo attuale di camera, generale delle

* Continuazione e fine, vedi disp. 10-11a, pag. 357.

La Bibliofilia, anno XIII, dispensa 12

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truppe, inspettore generale delle fortificazioni, colonnello del dipartimento dell'artiglieria di S. A. S. il duca di Modena », non era certo disposto a tollerare un rifiuto. E in condizioni presso a poco uguali si trovavano lo stesso proprietario della tipografia addetto alla corte del duca di Modena, il Venturini, il marchese Frosini ministro di Stato del duca di Modena, che più degli altri minacciava, e anche lo stesso amministratore della tipografia Ippolito de' Nobili (1). Essi molto giustamente osservavano che in caso consimile, tanto in Lucca quanto fuori, tutte le volte cioè che si era proceduto alla soppressione di un libro per ragione di stato e senza colpa alcuna degli editori, si era consentito per parte dello stato o di coloro in cui favore il provvedimento era preso, alla rifusione delle spese, conforme al piú elementare senso di giustizia.

L'errore era dipeso un po' dal Buonamici, il quale nell'ottenere, per mezzo del papa, dalla Repubblica la soppressione del volume, non aveva fatto stabilire che le spese sarebbero state rifuse dal Bentivoglio, nell' interesse del quale la concessione era fatta. Ed ora il Buonamici cercava di rimediare alla faccenda insistendo presso il Bentivoglio affinché procedesse alla rifusione stessa. Gli sforzi suoi furono però del tutto vani, nonostante che si valesse dell'intercessione dell'abate Scarselli e si tentasse anche l'intervento del cardinale d' Yorck: il marchese Bentivoglio, allegando l'ottenuta concessione senza condizione alcuna, non voleva assolutamente saperne di sborsare il denaro, e d'altra parte non poteva l'indennizzo essere dato dalla Repubblica la quale già a malincuore aveva aderito alla soppressione.

Se il marchese Guido a poco a poco fu indotto a piegarsi e ad accogliere le ragioni della tipografia, si deve al cavaliere Filippo Mansi lucchese, cugino del Bentivoglio. La cosa non fu certo agevole; sino dal 1758 il Mansi aveva intavolato un carteggio col Bentivoglio per il fine sopra indicato, senza peraltro che riuscisse a gran che. Il Bentivoglio era allora tutto sulla negativa e inoltre pensava che nel peggiore dei casi egli avrebbe saputo e potuto tutelare l'onore della sua casa e delle proprie ragioni pubblicando un manifesto (lo vedemmo sopra), dal quale venisse con evidenti prove screditata l'opera del Ghirardacci. In tal modo egli poteva dirsi veramente trionfatore: aveva ottenuta la soppressione di un'opera dimostrata storicamente infondata e bugiarda, e di più non aveva sborsato un quattrino, dimostrando cosí che la proibizione, piú che un favore fatto a lui, era stata un'opera di correttezza letteraria e di morale pubblica. Date queste idee, l'impresa era tutt'altro che facile per il Mansi; e infatti ben presto si accorse che per allora non era il momento di continuare in una schermaglia che non avrebbe condotto a nessun pratico risultato il tempo, da sé, avrebbe mutate un po' le cose.

E così avvenne. Dopo un lungo silenzio, il 26 gennaio del 1759 il cavaliere Mansi tornò a scrivere, con una meravigliosa lettera, piena di acutezza, chiarezza, lealtà e senso pratico, al marchese Guido, ponendo nella sua vera luce la condizione della cosa. Val davvero la pena di riportare questa e alcune delle lettere che i due si scambiarono in quell'anno sino alla perfetta composizione della questione: i particolari sono interessanti dal lato storico e bibliografico.

(1) Cfr. la lettera ricordata del Bongi, a pp. 6-7, loc. cit.

« Signor Marchese Mio Signore Cugino Padrone Colendissimo. Rinnovo al Signor Marchese Mio Signore Cugino Padrone Colendissimo gli attestati del mio ossequio, nel tempo stesso che mi vedo obbligato a riassumere l'interrotto nostro carteggio per l'affare della nota stampa del terzo tomo del Ghirardacci. Bramo vivamente vedere una volta ultimata tale pendenza in maniera che possa Ella restare sodisfatta in ogni sua ben dovuta convenienza ed insieme quietati li signori Interessati, al quale fine le significo quanto in appresso. Dalli signori Interessati vengono qua rinovate forti ed efficaci premure, acciò l'opera si publichi o siano loro indenizzati delle spese. Nel primo punto non ha Ella a puonersi in pensiero nissuno, non dovendosi dubitare delle promesse di questi nostri signori date al Santo Padre defunto. Ma nel secondo mi permetta, La supplico, che io mi prenda la libertà, nella premura di vedere talę fastidiosa pendenza ultimata, che Le spieghi i sinceri sentimenti dell'animo mio.

L'instanza delli signori Interessati, quando sia limitata fino al tempo della fatta sospensione, come credo, ha un fondamento di pratica e di ragione, come certo al Signor Marchese Mio Signore Cugino Padrone Colendissimo, dotato di somma chiarezza di mente, sarà bene presente; mentre havendo li medesimi intrapresa la stampa con le dovute licenze, e premesso al publico il solito manifesto, hanno proceduto in essa fino al tempo dell'ordinata sospensione sotto la buona fede, siché non è doverosa cosa che perdano la spesa fatta fino a quel tempo.

Ora mi permetta, che continuando io nella stessa sincerità e libertà, che dica tenersi e credersi dalle persone piú rette e sensate che ad un tale rimborso soggiacer debba chi ha interesse nella sospensione dell'opera, e che gli preme non si publichi in suo svantaggio. Stante questa opinione delli piú savi, e che per tale causa verrà da Lei pure adottata, se potessi io sperare di vedere con li miei debolissimi suggerimenti dato fine a questa differenza, e levato al di lei animo ogni inquietudine, mi farei ad insinuarle di appigliarsi a questo temperamento, che se bene un poco gravoso, pure essendo creduto giusto, farà sempre piú conoscere ad ognuno l'equità somma del retto pensare del Signor Marchese Mio Signore Cugino Padrone Colendissimo. Il simile fu praticato anni adietro in questa città dal signor Conte Don Giovanni Battista Rubbi Cavaliere del Friuli, soggetto bene noto alla letteraria republica per le sue stampe; al quale premendo infinitamente la sospensione d' un'opera stampata qui in Lucca, come convenia alle particolari sue convenienze, rimborsò interamente lo stampatore d'ogni spesa. Nel caso nostro però, come mi sono espresso di sopra, non dovrebbe Ella rimborsare le spese che fin al tempo dell'ordinata sospensione della stampa; mentre il restante, in caso di ulteriore instanza delli signori Interessati, doveranno questi rivolgersi ad altra parte. Se sarò al caso sia pure Ella certa che sarà atto proprio di mio dovere a renderla con ogni premura servita d'assicurarmi della quantità precisa della stampa eseguita fino al sopradivisato tempo; e per li riscontri fin' ad hora potuti giungere a mia notizia, parmi potere avere lusinga che un tale rimborso non deve ascendere a somma molto considerabile.

Quando poi il Signor Marchese Mio Signore Cugino Padrone Colendissimo

non creda di sua convenienza applicarsi a questa mia insinuazione, che mi protesto dettata solo dal vivo desiderio d'interessarmi in tutto ciò riguarda la stimatissima sua persona e famiglia, bramerei almeno, e prego si resolva abbracciare il secondo temperamento, quale già fu in resoluzione d' attendere cioè di trasmettere li documenti che presso di se conserva, quali sbattono l'impostura e falsità del Ghirardacci, e restando questi stampatori e poeti in fine dell' opera possa questa lasciarsi publicare. E qui parimente sarà d'ogni mia premura, che quest' ultimo temperamento sia abbracciato ed eseguito diligentemente ad intera di Lei sodisfattione. Avvanzo pure alla sua notizia, che piccatissimi li signori Interessati alla stampa d'essere la publicazione di questa, con grave loro danno, stata impedita, sono in fissata risolutione (per quanto a me da buona parte vien assicurato) di far stampare di là da' monti l'opera, e ciò per punto di impegno e per indenizzarsi, per quanto potranno, del discapito al loro interesse. Stante tutto, questo crederei sano consiglio lasciar correre e publicare questa impressione già eseguita, con unitivi li sopracitati documenti; mentre allora può credersi con fondamento che non vorranno li signori Interessati eseguire altra sudetta stampa di là da' monti con pregiudizio del loro interesse, che per certo sarebbe evidente, mentre l'esito di due impressioni resterebbe incagliato con non potersene certamente trovare la vendita.

Presentandole le mie scuse per il lungo tedio mi trovo obligato arrecarle, e per la libertà con la quale le ho espressi li miei sentimenti con questa mia, al solo fine di vedere una volta terminato questo fastidioso affare, La supplico di pronta resposta per poterla io partecipare a chi occorre, ed a volermi nel tempo stesso onorare di suoi pretiosi comandi, nell' esequzione de' quali possa sempre farmi conoscere, quale con la piú ossequiosa stima mi do il vantaggio di rassegnarmi,

Lucca, 26 gennaro 1759.

del Signor Marchese Mio Signore Cugino Padrone Colendissimo Devotissimo, Obbligatissimo Servo e Cugino

Cavaliere FRANCESCO ANTONIO MANSI > (1).

La lettera del Mansi fece non poca impressione sul marchese, il quale tuttavia credette di vedere in essa che il cugino, mostrando di zelare l'utilità sua, tendesse invece con finissimo artificio al vantaggio degli interessati nella stampa del Ghirardacci; e in questo senso ne scrisse alla sorella e all'abate Scarselli (2).

(1) Bibl. Com. dell'Archiginnasio, Fascio cit., n. 16.
(2) Bibl. Com. dell'Archiginnasio, Fascio cit., n. 15.

Lo Scarselli (lett. n. 20) era dell'avviso del Bentivoglio, che non si dovesse dare compenso alcuno, come già aveva comunicato al Buonamici, e il 10 febbraio, in risposta all'ultima lettera del Bentivoglio, gli scriveva tra l'altro: «Non sono facile a credere l'effetto della minaccia che il libro sia per imprimersi di là dai monti, e quando mai ciò seguisse, penserei ancor io che un buon manifesto potesse bastevolmente screditar l'opera e smentir l'impostura. Veggo bene l'artificio del suo corrispondente (il Mansi) il quale sarà forse del numero degli interessati, e siami lecito dire che la fede di lui e quella degli altri suoi nazionali mi sono egualmente sospette »>.

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An.di Crift. 1426.

I fanno li Signori Antiani, & gl' altri Magiftrati della
Città fecondo il folito.

Antonio de Petrucci Sanese Pretore di Bologna, & Capitano, & Francefco Rofelli d' Arezzo Dottore era fuo Vicario.

Alli 27. di Gennaro viene fopra la terra la nieve alta dui piedi & mezzo & la notte feguente rinforzò talmente, che li tetti rovinavano al baffo; fù Lib. de Dot- quefto (così fi ftimò) perche erano ftati 7. Mefi, che non era mai piovuto tori fogl. 1. in Bologna, ne meno nel Contato.

Il Vefcovo Nicola Albergati Vefcovo di Bologna fà rinovare il Capello del Campanile di S. Pietro, che era di legno, & lo fà fare di pietra cotta, e tutto di piombo lo cuopre, & in cima vi fà porre una palla di rame dorata, che venne meglio di ducati quaranta; la dorò Jacomo di Polo di pintore. Quefta fabrica parte fu fatta delle spese della fabrica di San Pietro, & parte de beni del Vefcovo.

I Venetiani havendo gran defiderio d' impedire le genti del Duca di Milano, che non paffaffero di Romagna in Lombardia, danno di ciò al Mar. chefe di Ferrara la cura accioche ofti ful Modone fe, & effi mandano Vittore Barbaro nobil Venetiano con fei mila Soldati tra Cavalli, & fanti preflo a Vignola, le genti del Duca ftanno circa un mese ful Bolognefe fingendo fpeffe volte quando di giorno, quando di notte di voler paffare il fiume Scoltenna, & effendo dal Marchefe di Ferrara, & dal Barbaro impediti, fi ritirano; finalmente il primo di Maggio all' aurora paffano preffo Perlicetto fopra un Ponte di Botti vuote, & di Gratticeje con terra fopra, &

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