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da Camillo e da Paolo Vitelli tra noi; e dai signori di Richemont, de la Crote, e di Vandenesse, dai capitani Molard e Maugiron, e dal barone di Grammont tra i Francesi (1).

In breve, siccome accade nelle riforme necessarie, riputossi ad onore l'esercitare quella milizia, che dianzi veniva lasciata ai più vili. Baiardo, il famoso cavaliere senza rimproecio, avendo affidato ad un luogotenente la propria compagnia a cavallo, si mise a capo di una squadra di fanti, e con molta lode sua e vantaggio del suo re la comandò nelle guerre d'Italia (2).

II.

Ma non tardarono i principi a sentire la necessità di piantare su più larghe e solide basi la difesa dello Stato. 11 traino ed il maneggio delle numerose artiglierie digià richiedeva molta gente a piè; molta altresì ne richiedeva il nuovo sistema di espugnare le piazze, non meno che quello di difenderle con ampii bastioni, strade coperte, spalti, ed opere staccate. Oltreacciò, per far fronte alle fanterie svizzere e tedesche era mestieri di avere altre fanterie esperte, intrepide, ben armate, ed obbedienti. Ora codeste cose non si possono conseguire se non mediante il lungo uso e il diretto comando. Si aggiunga che molte strade erano state aperte dall'assiduo guerreggiare e trafficare di una nazione coll' altra: quindi facilità di invadere; quindi estremo uopo pei principi di avere

(1) Daniel, HUl. de la milice francaise, liv. V. eh. V. — Giovio, Storia, lib. XI. 222.

(2) Mim. de Bayard, c. 29.

pronta ad ogni caso una certa massa di armati; massime che alla invasione non potevano più essere di sufficiente ostacolo le piccole rocche seminate qua e là, frutto di andata civiltà, già inespugnabili, ed allora ludibrio ai colpi delle artiglierie.

A tutti codesti uffici sia per la fedeltà, sia pel numero, sia per la disciplina, erano inadequate le fanterie di ventura, quando ne avevi bisogno ritrose, quando le fuggivi audaci e oppressive. Per altra parte i borghi e le città si trovavano pieni di una forte popolazione, libera dagli antichi pesi feudali, e tutta riunita nel comune vincolo di nazione. Era ben naturale, che i principi pensassero ad armarla ed ordinarla; sicché lo Stato fosse per così dire cinto di una perpetua milizia, che servisse con bravura in guerra per amore della pace, ed amasse la pace perchè in essa stavano riposti il proprio bene e la propria salute. Risorsero così le milizie nazionali permanenti.

Primo a instituirle tra gli stranieri, dopo il passaggiero tentativo dei franchi arcieri fatto in Francia da Carlo vii, fu, per quanto pare, l'imperatore Massimiliano i, che verso la fine del xv secolo cercò di introdurle nei proprii Stati ereditarii di Alemagna. Ma sia per la debolezza del principe, sia per la natura della provincia divisa in troppi umori e reggimenti, quegli ordini o durarono poco, o, se durarono, non ebbero effetto corrispondente.

Quanto all'Inghilterra, aveva essa bensì ab antico certe forme di milizia: ma, attesa la condizione sua d'isola, che non richiedeva per la difesa quasi verun nerbo di milizia terrestre, e attesa eziandio la natura degli abitanti, per abitudine e necessità rivolti agli esercizii marittimi, era quella piuttosto sembianza, che consistenza vera di buona milizia (1). In caso di guerra venturieri a piè, vassalli a cavallo compivano gli eserciti.

Nel 1538 il re Francesco i", stanco ugualmente degli Svizzeri, dei Tedeschi, e dei venturieri niercenarii, deliberò di ravvivare in Francia la milizia nazionale. Creò pertanto sette corpi di fanteria, detti legioni, ciascuno di seimila uomini. Ogni legione doveva pigliare il nome dalla provincia stessa, dalla quale veniva formata. Erano eletti a comporla i sudditi più abili alle armi, i quali perciò andavano esenti dalle imposte. Essi medesimi nominavano i proprii capi: il grado di luogotenente fruttava nobiltà: ài fatti egregi era stabilito in premio un anello d'oro.

Vuoile altresì il re, desideroso di illustrare quel servizio e di allettarvi i sudditi, che al comando delle legioni fossero preposti signori del più chiaro sangue. Indi a non guari il bisogno di maneggiare più speditamente tutte coteste genti lo indusse anche a scompartirle in battaglioni di 300 o 400 uomini caduno: e così stettero alcun anno. Pure neanche questo rimedio fu sufficiente a preservarle in vita. Nel 15oS il re Enrico n riformò le legioni: Carlo ix riformolle di nuovo, e mutolle in reggimenti, i quali durarono fino al secolo scorso (2).

Già raccontammo, quali fossero gli ordinamenti

(1) Relazioni venete, t. IV. p. 251. 299.

(2) Daniel, Ilist. de la mitici franeaise, lib. IV. C. C. 1; l'I*. XI. p. 235.

militari della Spagna (I). Soggiungeremo, che alla morte del re Carlo v nel regno di Castiglia noveravano bensì 22 compagnie d'uomini d'arme, ed un migliaio di cavalleggieri forniti di scudo e di lancia per la custodia della marina: ma eglino per la maggior parte erano raunaticci a soldo. Filippo n riputolli insufficienti a difendere lo Stato dagli esterni assalti, e creò una milizia di trentamila armati, grande rimedio, se badi al numero, piccolo se ne consideri i risultati (2).

In questo modo furono stabilite le milizie nazionali fuori d'Italia nel xvi secolo.

IH.

Già dimostrammo, come Firenze nei tre anni della sua ultima libertà si giovasse delle reliquie delle bande nere per restaurare la milizia nella città e nel contado. Tostoché fu salito al potere Alessandro de' Medici, spogliò sotto pene gravissime dell' arme tutti gli abitanti delle città, fino i suoi più intrinseci (3); bensì accrebbe a diecimila fanti le bande del contado, come quelle di cui meno sospettava, francolle dalle taglie, le provvide di armi, e prepose un commissario e parecchi capitani a rassegnarle ed esercitarle. Coll'andare del tempo si indusse eziandio ad ascrivere alla milizia gli abitatori delle città, e specialmente di Pisa, a lui compagna, quantunque per ben diversi motivi, nell'odio acerbo contro la spénta

(1) V. Parte V. c. 1. §. IX.

(2) Banke, ttist. des Osmanlis et de la Monarchie espagnnlc, p. 252.

(3) Lorenziiio de'Medici, Apologia.

libertà fiorentina (1). Solo Pistoia, stante il furore delle discordie intestine, e Firenze, come troppo popolata e malcontenta, rimasero escluse dal servizio militare.

Il granduca Cosimo, successore di Alessandro dei Medici, colla diligenza e sagacia sua solita perfezionò ed estese nella Toscana codesto ordinamento di una milizia nazionale. Esenzione o totale o in parte dalla tortura, dalle imposte e dalle opere personali, licenza di portare le armi, foro speciale nelle cause criminali, stipendio leggiero in tempo di pace, non dispregevole in tempo di guerra, furono l'esca apparecchiata per indurre i sudditi a militare. I Comuni compilavano ogni anno una lista di tutti i maschi dai 18 ai 25 anni. I caporali locali della milizia, ciascuno pel suo distretto, facevano altrettanto. I commissarii e i capitani raffrontavano le liste, e ne facevano un rapporto al Magistrato Supremo. Finalmente un commissario generale sceglieva ad uno ad uno i giovani più robusti, agiati ed onorati, e li ascriveva alla milizia.

Erano esenti dall' obbligo della milizia i chierici, gli studenti, i dottori, i notai, i medici; e per contraria cagione n'erano esclusi gli infami. L'obbligazione durava 50 anni; passati i quali, ciascuno riceveva il suo congedo insieme colla facoltà di valersi degli stessi privilegi, che fino allora aveva goduto.

Sopravvenendo il bisogno di servirsi delle milizie, il duca mandava al commissario del luogo il denaro, l'ordine e il nome dei soldati richiesti: due giorni e mezzo bastavano a ciò; altrettanti a riunire la gente.

(1) Segni, Storie fiorentine, lib. V. p. 361.

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