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Questi fatti erano da bestia feroce: altri di lui si raccontano ridevoli, e tuttavia bastanti a provare come ne fosse già in quella giovane età la risolutezza e l'ardire. Narrasi per esempio che una volta, essendosi abbattuto con parecchi amici di notte in una folta squadra di birri, Giovanni de'Medici, dopo aver contato gli uni e gli altri, «Noi siamo dodici, sclamò: possiamo assaltare quella canaglia ». « Di grazia, soggiunse Giannozzo Pandolfini che era con lui, il vostro conto falla; io non ci vuo' entrare per cosa del mondo ». Nè mai molti anni di poi accadevagli di ricordare questo accidente, senza riderne sgangheratamente (1).

Il papa Leone x, che gli era parente, pensò di mettere rimedio a tanta sfrenatezza, chiamando il giovanetto presso di sè. Ma Giovanni de' Medici non fu a Roma meno che a Firenze, prodigo del sangue e degli averi. Che anzi, avendovi attaccato inimicizia con alcuni signori della casa Orsina, vi passava le notti e i giorni in disperate fazioni.

Per buona ventura scoppiò in questo mentre la guerra tra il papa e il duca di Urbino. Essa gli fece nascere l'idea di farsi soldato. Raccolse a tale effetto un centinaio tra famigli e compagni, li mise a cavallo, se ne fece capo, e cominciò con loro quella sua com

(1) Mossi, Compendio della vita del signor Giovanni (Firenze 1608). —Ammirato, Vita di Giovanni de' Medici, p. 176, segg. (Opuscoli, t. III).—G. G. de'Rossi, Vita di Giovanni de'Medici, p. 56 (Milano 1833).

Di queste tre biografie di Giovanni de'Medici, la prima per data e la più importante è quella scritta da Gian Girolamo de'Rossi, vescovo di Parma, il quale era nato da una Bianca Riario, sorella uterina del medesimo.

pagnia d'uomini formidabili che doveva destare meraviglia ad amici ed a nemici.

Ciò ne conduce a raccontare le imprese di un altro capitano e di altri venturieri.

III.

Il ducato di Urbino, dal quale erano usciti tanti famosi condottieri, era feudo della Chiesa. Spentavisi nel principiare del xvi secolo la stirpe degli antichi signori di esso, il papa Giulio n ne aveva investito Francesco Maria della Rovere, proprio nipote e nipote pur anco per via di donne di Guidobaldo, ultimo duca. Ad esempio di Giulio n il suo successore Leone x pensò di trasferire quel feudo nella propria famiglia de'Medici; e siccome gli bisognava spogliarne chi lo possedeva, così trovò contro il duca Francesco Maria molti capi di accusa e di condanna, cioè ch'egli aveva ucciso il cardinale di Pavia, rifiutato il passo pe'suoi Stati alle milizie papali, ricusato di militare in servigio della Chiesa, e pel contrario trattato col re di Francia per passarne agli stipendii.

A tutte queste ragioni avrebbe il duca potuto op- A. 1516 porre molte e forse valide discolpe: ma le vide appoggiate da forze tali, che, strappandosi all'affezione dei sudditi, fuggi, e ricoverossi sotto mutate spoglie a Goito nel Mantovano. Quivi si tenne celato lungo tempo, di rado permettendosi qualche scappata a Mantova, dove si introduceva col favore delle tenebre per la porta di soccorso ad abbracciare furtivamente la moglie e il figliuolo (1).

(1) Leoni, Vita del duca Francesco Maria della Rovere, Hb. II. p. 190 (Venezia 1605).

Ma essendosi in questo mezzo conclusa la pace di Noyon, Francesco Maria della Rovere risolse di valersi delle soldatesche, che venivano licenziate, per riacquistare il perduto. Con qualche offerta di danaro mosse a seguitarlo cinque mila Spagnuoli e tre mila Italiani a piedi, ed ottocento cavalleggeri tra Borgognoni, Spagnuoli ed Albanesi, di quelli che ultimamente si erano affaticati alla difesa di Verona (1). Erano essi rispettivamente comandati da capi delle medesime nazioni: ma a tutti e per la nobiltà del sangue e per l'importanza dei gradi fino allora esercitati soprastava Federigo Gonzaga da Bozzolo.

Questi, che fu poi ceppo dei signori di Bozzolo e Sabbionetta, la cui stirpe mancò nel 1703, era stato dei primi in Italia, che capitanasse squadre regolari di fanteria. Il desiderio di farsi onore e l'odio suo grandissimo contro la schiatta de'Medici, a cui suggestione era stato nella guerra anteriore privato del comando di tutte le fanterie della Lega, non meno che l'antica sua amicizia verso il duca di Urbino, lo indussero ad abbracciarne fervorosamente la causa.

Le soldatesche si riunirono, o, come allora si di15i7 ceva, fecero la massa in un luogo del Mantovano. Colà il duca di Urbino a cavallo le arringò, mostrando loro la facilità dell'impresa e la grandezza de' premii che era lecito aspettarne. Poscia confermò i capi eletti dalle squadre, nominò un commissario generale, un maestro di campo, un foriere ed alcuni altri officiali, ed allo strepito delle trombe e degli

(1) Guicciardini, Storia, lib. XIII. p. 257.— Ammirato, Storie, 1. XXIX. p. 322. — P. Jovii, Vita Leonis X, 1. III. p, 73. — Leoni, cit. lib. II. p. 202.

evviva diede il segnale della partenza. Erano tutti bravi e sperimentati uomini di guerra; e, benché privi di denaro, di artiglieria e di munizioni, sopperivano ai bisogni presenti colle speranze nell'avvenire. Traghettato il Po ad Ostia, e ricevutavi la prima mezza paga, con tal celerità seguitarono il viaggio, che le genti del papa, le quali erano stanziate in Rimini ed in Ravenna, non ebbero tempo di opporsi loro. In breve, tutto il ducato di Urbino, tranne la fortezza di San Leo e le città di Pesaro e di Sinigaglia, cadde in potere degli assalitori. Tentarono altresì, ma indarno, di sottomettere Faenza e Fano mediante cinque pezzi di artiglieria ritrovati in Urbino.

Nel medesimo tempo il duca di Urbino mandava per mezzo di un araldo a proporre a Lorenzo de'Medici, generale della Chiesa, di terminare la guerra con un combattimento o tra essi corpo a corpo, o di una squadra contro un'altra, o di tutti i ducali contro altrettanti papalini e mille di vantaggio. Lorenzo fece imprigionare l'araldo, ed assoggettollo ad aspre torture, per cavarne i segreti del suo padrone: e siccome aveva assoldato buon numero delle fanterie che vagavano per l'Italia, e formatone un giusto esercito, così portò i suoi alloggiamenti presso quelli del nemico, nella fiducia di impedire ai ducali le scorrerie, unico loro nutrimento, epperciò costringerli a disciogliersi e abbandonare l'impresa. A tal effetto si giovava egli meravigliosamente dell'opera di Giovanni de'Medici, allora garzone di 19 anni, il quale sembrava che nella guerra bramasse, ancor più dell'onore, i pericoli.

La determinazione presa dall'esercito della Chiesa sconcertò moltissimo i disegni del duca di Urbino, il quale, confidando nella bontà delle proprie genti, desiderava piuttosto di ridurre in un fatto d'arme tutto l'esito della guerra. Ma poco mancò che il caso non gliela desse vinta.

Era l'esercito della Chiesa stato composto in fretta di molte nazioni, Italiani, Tedeschi, Spagnuoli, Guasconi e Corsi, dei quali ultimi già si faceva qualche uso in guerra. Erano perciò frequenti e sanguinose le gare tra gli uni e gli altri: che anzi, essendosi Lorenzo de' Medici dovuto allontanare dal campo per curarsi di una ferita, giunsero i litigi a tal segno, che ne nacque quasi un generale fatto d'arme (1). Fomentava segretamente codesto incendio il duca di Urbino, cattivandosi gli uni, stuzzicandogli altri; sicché in conclusione l'esercito della Chiesa si divise in tre parti. Gli Italiani si alloggiarono in Pesaro, i Guasconi nella pianura mezzo miglio discosto dalla città, ed i restanti sopra il monte detto dell'Imperiale, in modo che gli Spagnuoli ne occuparono la vetta, i Tedeschi il declivio, e i Corsi le pendici.

Ciò saputo, il duca di Urbino dà ordine alle sue genti di salire l'opposta spalla del monte, e tostoché sieno vicine agli alloggiamenti degli Spagnuoli gridar loro di seguitarle. Detto fatto: gli Spagnuoli, messosi un ramoscello verde sopra i cappelli, si unirono ai ducali: quindi tutti insieme discendendo sopra i nemici, ruppero e cacciarono in Pesaro i Tedeschi e i Corsi, e trascinarono nel tradimento gran parte dei Guasconi.

(1) Guicciardini, Storia, lib. XIII. 285.—Ammirato, Storia, lib. XXIX. 327.

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