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possono ora dedursi, cioè: 1° che la tattica doveva esser molto bambina, non fondata sopra raziocinii, nè sopra nozioni positive di tempo e di spazio; per cui nel fatto a formare questa o quella ordinanza ora sopravanzavano, ora fallivano i soldati, e il sergente coll'abaco alla mano doveva sul taccuino aggiustare la bisogna (1): in secondo luogo, che l'artiglieria di campagna doveva allora essere mal diretta e poco efficace, stanteché tutte quelle ordinanze erano molto dense.

Era la fanteria divisa solitamente per corpi di due ovvero di tremila uomini ciascuno. Tali corpi dapprima chiamavansi reggimenti: poscia, allorché fu levata ai colonnelli la facoltà di nominarsi il sergente maggiore e gli altri officiali, e rimessa nelle mani del generale, pigliarono il nome di terzi (2). Erano

nezia 1576).— Adriano, Della disciplina militare, p. 247.— E vedi alla nota XXVII l'esame, che la repubblica di Venezia faceva dare ai capitani, prima di riceverli al servizio.

(1) « Ma prima è da avvertire, che si presuppone nel serii gente maggiore buona aritmetica, acciò sappia con pre« stezza in un libro di memoria trovare il modo di formare a qualsivoglia squadrone: se già non pensasse fare come alai cuni, i quali portano con loro una tavoletta di numeri , « nella quale mirano in ogni occasione lo squadrone , che « pretendono fare, senzachè possino poi sapere che picche « gli avanzino ». Brancaccio cit., c. VI. p. 60.

(2) « Consiste dunque l'ordine delle nostre infanterie in a alcuni corpi di milizia di due o tre mila fanti, chiamati « Terzi, distinto ciascun d'essi in quindici o venti compaiì gnie di duecento fanti l'una, comandate da altrettanti ca« pitani: e differisce il Terzo dal reggimento, che s'usava « prima, in questo che l'elezione del sergente maggiore e « de' capitani è fatta dal generale, come anco quella di tutti « gli altri officiali maggiori: dove che ne' reggimenti era in « arbitrio de' colonnelli ». Id., c. VII. 103.

in ciascun terzo un auditore, un capitano di campagna sopra le bagaglie ed i viveri, un foriere maggiore sopra la distribuzione dei denari, degli alloggi e delle vittovaglie, un medico, un chirurgo e alfine un sergente maggiore, deputato al governo di tutta la soldatesca. Colonnelli chiama vansi i comandanti dei reggimenti, mastri di campo i comandanti dei terzi. Due aiutanti, stati già alfieri, coadiuvavano il sergente maggiore.

Ogni terzo spartivasi, secondo i casi, ora in dieci, ora in quindici, ora in venti compagnie. Queste prima del 1530 circa non passavano ordinariamente, almeno in Italia, i cento fanti, e quella, che ne avesse avuto dugento, sarebbe andata tra le più grosse. In processo di tempo i re di Spagna per cagione di risparmio elevaronle a 250, a 300, e infino a 500 uomini, armati quali di picche, quali di moschetti, di archibugi, di labarde, e talvolta ancora di spadoni, di partigiane e di balestre.

Le compagnie più perfette erano composte per due terzi di archibugi e di moschetti, e pel restante di picche. Nelle mosse precedeva il primo terzo d'archibugieri, guidati dal luogotenente colla labarda sulla spalla sinistra. Due o tre tamburi tra la seconda e la terza riga segnavano la marcia. Veniva quindi il capitano con una picca in ispalla avanti al terzo dei picchieri, i quali avevano un ugual numero di tamburi, e l'insegna della compagnia. Seguitava alla coda il sergente col rimanente di questa, armato di usbergo e di celata, e la labarda in ispalla. Le prime e le ultime righe di ciascuno di codesti terzi venivano riempite di caporali e di lande spezzate. Le arme corte, quando se ne trovava alcuna nella compagnia, servivano a rinfiancare il centro del secondo terzo (1).

III.

Fin qui la struttura esterna di un esercito nel xvi secolo appare, nè a torto, molto diversa da quella di una compagnia di ventura. Ma cosi più non sembra, allorquando si spinge l'occhio nell'interno di esso.

Il colonnello era padrone del suo reggimento, il capitano della sua compagnia. Nasceva egli al principe bisogno di soldati? Tosto spediva a qualche segnalato guerriero o ricco gentiluomo una patente di mastro di campo, colla facoltà di riunire e comandare un corpo di due, di tre, di quattromila armati (2). Conseguita la patente, riscossi i denari della prestanza (3), il nuovo mastro di campo eleggeva a sua

(1) Mora, Il soldato, lib. H. p. 83 (Venezia 1570).

(9) V. alla nota XXVIII la patente conceduta nel 1575 al marchese Ettore Spinola.

(3) La paga di un maestro di campo variava dagli 80 ai 150 scudi al mese. Dalla patente sopraccennata di Ettore Spinola risulta, che il suo stipendio era appunto di 150 scudi, oltre altri 100 al mese pei gentiluomini del suo seguito. Il capitano aveva di soldo se. 40, oltre se. 4 pel suo paggio: l'alfiere ne aveva 19: il tamburino e cappellano di compagnia 6: il soldato semplice 3: i picchieri godevano qualche vantaggio sopra gli altri soldati. V. Cinuzzi cit., lib. III.

Ecco lo specchio delle paghe mensuali distribuite nel 1553 alla compagnia del capitano Giovanni Vitelli, di guarnigione in Vienna di Francia, composta di 975 uomini, e appartenente al reggimento, di cui era colonnello il duca di Somma:

Al capitano lire 106;

Al tenente 56;

All'alfiere 35;

posta il cappellano, il medico, il chirurgo, l'auditore, il sergente maggiore, il porta-insegna, il tamburo generale, ed un luogotenente, il quale governasse la sua compagnia colonnella, e destramente sopravvedesse a tutto il terzo. Nel medesimo tempo il maestro di campo distribuiva tante patenti di capitano, quante compagnie gli occorrevano.

In non dissimile guisa il capitano sceglievasi un luogotenente, un alfiere, un sergente, tre capisquadra, un cancelliere, un chirurgo, un foriere, un elemosiniere, i tamburini e sei lande spezzate. Erano cosi denominati alcuni veterani sperimentati, i quali possedevano l'assoluta confidenza del capitano; e portavano tale appellazione perché venivano assoldati individualmente, non facevano parte di veruna compagnia , e ricevevano la loro paga direttamente dalla banca, nel modo medesimo degli officiali (1).

Ciò fatto, pensavasi a ragunare i soldati. Vedevi allora sergenti, caporali e lancie spezzate distendersi per le città e pei villaggi, penetrare nelle taverne e nei postriboli, oppure piantar banco in piazza, e colle lusinghe, e col vino, e col lampeggiare di un poco d'oro ingaggiare i più disperati o dappoco. Sovente per ordine del principe aprivansi le carceri ed inflig

A ciascuno dei 30 picchieri da doppia paga lire 12;
Al foriere, piffero e tamburo lire 12;
A ciascuno dei due sergenti e degli otto caporali lire 15;
A ciascuno dei 98 archibugieri e dei 70 picchieri con cor-
saletto lire 7;

A ciascuno dei rimanenti soldati lire 6. — ( Pi'eces tiréet au cabinet de M. de Courcelles, ms. nella saluzziana).

(1) Adriano, Discipl. milit., lib. II. 222 (Venezia 1566). Ferretti cit., p. 46. 24. 34.

gevasi la milizia, come castigo. Bensì negli eserciti ben ordinati, come già fra i condottieri della stessa scuola, un capitano non accettava sotto la sua bandiera alcun vecchio soldato che fosse escito senza il benservito da un'altra compagnia (1).

Raccolte le genti, coi denari della prima presta fornivansi elleno delle vesti e delle armi, o al magazzeno generale, o presso i rivenditori, o dai camerati (2). Già per ovviare all'effetto delle armi da fuoco si era di modo accresciuto il peso delle armature che oramai le membra degli uomini e dei cavalli non potevano sopportarle. Oltre a ciò usavansi corsaletti lunghi di punta, i quali per vezzo serravansi di sorta alla vita, che, caduto l'uomo ai piedi del nemico, non si poteva più nè rizzare, nè difendere. Le picche adoperavansi di frassino, e di molta lunghezza ; sicché tra l'arma e il corsaletto ciascun fante portava il peso di 85 libbre. Consegnavansi quelle agli uomini più gagliardi ed alti di statura, affinché se ne servissero contro la cavalleria nei più difficili scontri. Agli uomini più piccoli mettevasi in mano l'archibugio. Ma esso pure era di tale peso e lunghezza che si durava gravissima difficoltà e fatica non meno a portarlo che a maneggiarlo (5).

Armate che erano le sue genti, il capitano faceva in gran festa benedire la propria insegna: quindi la consegnava all'alfiere, che soltanto ad impresa finita, o nel caso che la compagnia veniva disciolta, doveva restituirla: tuttavia, se gli arrivava di difenderla noti) Ferretti cit., I. 7.

(2) Gosellioi, Vita di D. Ferrante Gonzaga, p. 370.

(3) Adriano cit., II. 217.

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