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cuperato la Boemia, e preso Lipsia, e ucciso il re di Svezia Gustavo Adolfo nei campi di Lutzen. Ma la buona fortuna, empiendolo di brame smisurate, lo condusse a rovina. Indi a tre anni era messo al bando dell'impero, e senza esercito, senza amici, giungeva alla città di Egra in lettiga in mezzo a traditori, che freddamente ne vendettero la vita.

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CAPITOLO TERZO

Altre vestigia lasciate nella milizia
dalle compagnie di ventura

I- Il brigantaggio fornisce alimento alle soldatesche del XVI e del XVII secolo, come lo forniva alle compagnie di ventura. Potenza e vicende dei banditi nello Stato della Chiesa, nell'Alta Italia e nel regno di Napoli.

U. Gli Svizzeri, i Tedeschi e i Corsi a stipendio straniero. Ordini loro, e patti coi principi d'Europa.

III. I bombardieri e gli artiglieri a servizio straniero. Or

dinamenti loro in Italia e fuori.

IV. Ingegneri italiani a servizio straniero. Francesco di

Giorgio disegna i bastioni. Sue vicende. Altre invenzioni degli ingegneri italiani. Vicende di Muzio Oddi e di Francesco Paciotto. V. Facilità, colla quale i capitani di guerra passano ad esercitare l'arte dell'ingegnere, e viceversa. Operosità degli ingegneri italiani, massime nelle Fiandre. Loro scritti.

VI. Capitani di navi italiani a servizio straniero. Loro patti

di condotta. Prime vicende di Andrea Doria. VII. Altre minori vestigia. Provvigioni ai principolti ed ai capitani italiani. / venturieri. I segnalati. Considerazioni.

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Altre vestigia lasciate nella milizia
dalle compagnie di ventura.

I.

Un altro punto di somiglianza, oltre i sovraccennati, ebbero le compagnie di ventura e le soldatesche del xvi e del Xvii secolo, e fu il nutrimento che e quelle e queste talora somministrarono al brigantaggio , talora ricevettero da esso. Infatti, quand'erano cessate le ostilità e disciolti gli eserciti, a qual altro mestiere poteva appigliarsi il soldato, cui i principi non sapevano nè spegnere, nè alimentare? Anzi in ciò la bisogna era più grave nel 1500 che due secoli avanti: posciaché non eranvi più allora parecchie compagnie di ventura pronte a ricettare chiunque si presentasse loro, li restaci tuttavia in mente la scena di quell'antico soldato, che sul cammino di Pegnaflor chiedeva l'elemosina col moschetto sulla forcella, cosi vivamente immaginato e descritto dall'ingegnoso Lesage (1).

Naturalmente, quando la confusione delle cose pubbliche lo permetteva, sorgeva fra quei disperati un capo di forza, di riputazione, talora altresì di nascita straordinaria, che li raccoglieva, li ordinava, ed infine li inanimiva tanto da tentare segnalate imprese , come la depredazione di una provincia o la sorpresa di qualche terra murata.

Cosi le terre della Chiesa, già state il nido dei

(1) Hitl. de Gii Blas, lib. I. c. S.

condottieri di ventura, videro formarsi a loro spavento e danno squadre terribilissime di masnadieri, comandate quale da un Alfonso Piccolomini, duca di Montemarciano, quale da un Roberto Malatesta, quale da altri d'illustre nome, che « non potendo più ono« ratamente esercitarsi nelle armi o pericolosamente « nelle fazioni di partigiani, avevano conservata la « ferocia dei cattivi guerrieri e dismessa la generosità « dei buoni )> (1).

Il Piccolomini che avea da sfogare antichi odii contro alcune nobili casate, esordi collo insignorirsi a viva forza della terra di Montalboddo, e mandarvi a morte tutta la famiglia dei Gabusio. Essendo perciò incorso nella scomunica e nella confisca dei beni, risolse di vendicarsene sopra la intiera società. Formò un esercito di tutti i malandrini della Toscana, della Romagna, della Marca e del Patrimonio di s. Pietro, e portò la desolazione nelle provincie della Chiesa. La sua audacia era montata a tal segno, che visitava i paesi da sovrano, ed, essendo ammalato, si faceva portare in lettiga dinanzi alle sue schiere. Un esercito, condotto dal cardinale Sforza, represse l'ardire del Piccolomini, e lo costrinse a ricoverarsi in Toscana. Ma non tardava egli a ricomparire con maggior furore; poiché gli prestavano mano i signorotti spogliati dal papa Gregorio xm, e i potentati vicini per invidia e 583 bassa politica. A dirla in breve, venne la cosa a tale, che il papa dovette concedere al Piccolomini licenza di entrare in Roma, e di presentargli alcuni capitoli di accordo e di perdono. Al leggere la lista infinita

(1) Botta, Storia d'Italia, in continuazione del Guicciard., lib. XIV.

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