Immagini della pagina
PDF
ePub
[graphic]

Nacque nel 1466 da una nobile famiglia già signora di una parte della città di Oneglia; ma la morte del padre e la povertà il percossero sull'entrare nell'adolescenza: per Io che sdegnando di vivere privato là dove i suoi erano stati padroni, deliberò di lasciare segretamente la patria ed i parenti, e cercare fortuna. Non si sa come, si accorse di tal proposito Caracosa, la madre di lui. Questa colse il destro che Andrea stava a letto infermo di quartana, ed essendosegli seduta presso al capezzale, di modo gli seppe parlare, che lo indusse non solo a svelarle il suo disei gno, ma a giurarle di non metterlo, lei viva, ad esecuzione.

| In capo a due anni Caracosa morì; e Andrea, compiti appena i funebri uffici, affrettossi verso Roma,

, dove un Niccolò Doria, suo zio, era capitano delle guardie papali. Andrea, quantunque giovane di 18

! anni, vi entrò come uomo d'arme: ma essendovi ben-
tosto ogni cosa andata sossopra per la morte di papa A. 1492

I Innocenzo vtn, gli fu mestieri di abbandonare Roma
e, ricoverarsi in Urbino alla ospitai corte di Guido-
baldo da Montefeltro. Quivi il Doria si fermò, fin-
ché i Francesi condotti da Carlo vm invasero l'Italia:
allora egli offerse l'opera sua al re di Napoli, e con
molto zelo lo servi. Però quando vide ogni cosa per-
duta, l'Italia in mano agli stranieri, i costei principi
in esiglio e quattro re di Napoli mutati nello spazio
di pochi mesi, per uno di quei rivolgimenti che sono
proprii della gioventù, abbandonò ad un tratto armi,
gloria e stipendii, e colla dalmatica sulle spalle e col
bordone in mano s'incamminò verso Terrasanta.
Al ritorno ritrovò in Italia grandi novità: i Fran-

cesi espulsi da Napoli, gli Aragonesi rientrati insieme cogli Spagnuoli, il duca Valentino occupato in occulti disegni, i signori della Romagna trepidanti, il Prefetto di Roma incerto del proprio stato. In tanto subbuglio ogni buon soldato riusciva gradito: però il Doria amò meglio con pericolo l'antica amicizia, che con utile la nuova. Ondeché, avendo radunato 25 balestrieri a cavallo, si presentò con essi al prefetto di Roma, il cui figliuolo era nipote ed erede presuntivo del duca di Urbino, antico di lui padrone. Ne ottenne, oltre vive lodi e ringraziamenti, l'incarico di custodire Rocca Guglielma, che egli con molta bravura adempì. Essendo quindi stato fatto capitano di 100 cavalli, segui il suo signore agli stipendii dei Fiorentini, e di sorta se ne conciliò l'amore, che questi morendo gli confidò la città di Sinigaglia, dentro la quale si trovavano la propria moglie e il proprio figliuolo.

Già narrammo con quale industria il capitano genovese salvasse costoro dalla rabbia del duca Valentino, e trovasse per se medesimo il modo di fuggir via e ricovrarsi in patria (1). Quivi dimostrò tal valore nell'acquetare certi torbidi nati in Corsica, e nel perseguitare i Corsari, che fu promosso al comando di quattro galere. Essendo poi Genova pervenuta in potestà degli imperiali, siccome questi erano avversi alla fazione dei Doria, così Andrea se ne partì, e con quelle galere (di cui poscia pagò il prezzo al Comune) passò ai servigi della Francia (2). Restovvi cinque anni: ma questi bastarono per renderlo famoso. Infatti fu egli

(1) V. Parte V. cap. III. §. IV.

(9) Capelloni, Vita di A. Doria, p. 95.

principale autore della conservazione di Marsiglia, sottomise Savona, respinse gli Spagnuoli dalla Liguria facendo prigioniero D. Ugo di Moncada che li guidava, e salvò sopra le sue navi le soldatesche fuggite dalla disfatta di Pavia. Andò poscia con licenza del re e con sei galere sue proprie a servire il papa, e di accordo coi Francesi e coi Veneziani tentò d'impadronirsi di Genova. Svanita l'impresa, ritornò in Francia con otto galere e col soldo di 36 mila scudi l'anno, oltre l'ordine di s. Michele e il titolo di ammiraglio (1 ).

Fino a questo punto l'odio di Andrea Doria verso A. i52« gli Spagnuoli era stato, anziché grande, singolare: la baldanza francese e la leggerezza del re Francesco i giunsero a mutarglielo in amore. Primieramente i Francesi gli anteposero nel comando del naviglio un favorito di corte; poi vollero disgiungere Savona dal dominio di Genova; alla fine gli ritardarono le paghe, ricusarono di soddisfarlo del riscatto di alcuni prigionieri di guerra, e pretesero ch'egli consegnasse quelli fatti in usa recente vittoria da lui riportata presso la spiaggia di Napoli. Si trovavano fra questi molti Spagnuoli distintissimi, e fra gli altri il marchese del Vasto. Il Doria, che aveva promesso loro di non cederli a chicchessia, negò assolutamente di consegnarli al re, allegando per iscusa i patti della sua condotta. Ciò infiammò tanto più la corte contro di lui. I prigionieri spagnuoli si valsero opportunamente di queste ire per alienare l'animo del Doria dalla Francia, ed inclinarlo alla Spagna. A tale effetto proposergli carta bianca e la signoria di Genova. Dall'altra parte, avendo forse il re di Fran(1) Guicciard., Storia, lib. XVIII. 262.

[graphic]

eia subodorato la cosa, gli offeriva piena soddisfazione, e paghe, e riscatti, e Savona a suo piacere; ma nel medesimo tempo dava ordine all'ammiraglio Barbesieux di sorprenderlo ed arrestarlo.

Il nuovo pericolo tolse il Doria dalle incertezze. Innalberò bandiera bianca, e salpò verso Napoli. Per viaggio scontrò le galere francesi e venete, ed essendone stato assalito a colpi di cannone, egli fece loro uguale risposta, e piantò sulla poppa lo stendardo pocanzi conquistato sopra gli Spagnuoli: ciò costrinse l'esercito francese ad abbandonare l'assedio di Napoli. Allora Andrea Doria tornò addietro, entrò di nottetempo nel porto di Genova ed occupò senza strage la città. Il mattino convocò il popolo a parlamento, e, rifiutando la signoria che ad unanime suffragio gli veniva offerta, con modeste parole pregò i concittadini che in guiderdone della ricevuta libertà la volessero per l'avvenire con maggior cura serbare ed accrescere. All'egregio uomo rimase un titolo, che i re non possono dare, di padre della patria. Il resto della sua vita è noto al mondo (1).

VII.

Restringeremo qui per sommi capi altre minori vestigia lasciate nella milizia dalle compagnie di ventura. In primo luogo faremo osservare come quei principotti d'Italia, cui il nuovo riordinamento sociale aveva risparmiato, costumarono lunga pezza di recarsi ai servigi di questo o di quello Stato, ora soli con grado eminente, ora seguitati da un certo nu

(1) Varchi, Storie, t. II. 150. — Sigonii, Vita A. Auricr, lib. I (Genova 1586). — Capellopi cit., ljb, I,

mero di uomini eletti. Spesso anche i potentati stranieri stabilivano ad essi un'annua provvigione, al fine di averli amici e pronti per qualsiasi uopo. Così costumava per esempio la Francia verso i conti di quella Mirandola, che servi di asilo a tanti fuorusciti, e di centro a tante trame. Così nel 1558 il duca di Ferrara col titolo di luogotenente generale di quel re in Italia tirava .stipendio di 24 mila scudi, senza altro obbligo che quello di mantenere cento uomini d'arme e di custodire il proprio Stato: simili provvigioni erano pur anche fissate al suo figliuolo e fratello (1).

Nei medesimi tempi il duca di Urbino, il quale era già stato governatore generale di Venezia e capitano generale del papa, era trattenuto dal re di Spagna col titolo di suo capitano generale in Italia « ed ha di « piatto scudi 12 mila all'anno, ed oltre a ciò gli ven« gono pagate da esso re cento celate e cento uomini « d'arme ... per il pagamento de'quali e tratteni« mento de'capitani sono a S. E. mandati ogni anno « scudi 35 mila in groppi; li quali sono distribuiti, « come più piace a S. E. » (2). Con non diversi modi la Spagna si assecurava la divozione degli Orsini, dei

(1) Relaz. Soranzo, p. 466 (Relaz. venete, t. IV).

(2) Relaz. d'Urbino, p. 245 (Tesoro politico, t. II).

A questo effetto valevasi il duca dei proprii sudditi, cui non meno la inclinazione che la necessità sospingeva al roestiero delle armi.

«... Nello Stato vi possono essere 18 o 20 signori feu« datarli, i quali tutti attendono alle armi e ne fanno pro« fessione ... e non solo questi, ma quasi lutti i sudditi « di quello Stato ne fanno professione »... (Rtlaz. di Urbino del 1575, p. 319 (Relaz. venete, t. V).

« IndietroContinua »