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e dei tesori: mancò di fede ai cittadini, che gli avevano imprestato denari per la guerra contro Venezia: col veleno si disfece del conte Pietro dal Verme, e ne occupò gli Stati: coi raggiri suscitò discordia tra i conti Borromei, e ne abbattè la potenza. Vivente il nipote, si fece investire segretamente del ducato, e per atterrare il re di Napoli, che lo contrariava nei perfidi suoi disegni, non temè di conturbare la quiete d'Italia, e invitovvi i Francesi.

La costoro calata fu per Ludovico il Moro segnale a nuovi delitti. Col veleno si sbrigò del nipote, ne usurpò l'eredità, e ne rinserrò in prigione la moglie. Ciò fatto, chiamò in Italia i Tedeschi, per discacciarne i Francesi. Abbandonato dagli uni, vinto dagli altri, vilipeso da tutti, fuggì, ritornò a breve trionfo; alla (ine fu venduto al nemico da un soldato svizzero, e languì molti anni in un lontano carcere.

Ora cotesto principe, nel quale stupendamente andarono uniti opposti difetti, ambizione e timidità, avarizia e prodigalità, molto prima di scendere dal trono stese il suo testamento, perfetto compendio della meschina politica di quei tempi (1). In esso dà ordini severi, acciocché le fortezze vengano custodite a proprio nome eziandio dopo la sua morte: proibisce al suo successore di cavalcare in Milano e farsi riconoscere per duca, finché il proprio corpo non sia stato messo sotterra vestito delle vesti ducali (2): gli proibì) Molini, Docum. di storia italiana, t. I. fine. (3) « Volemo et comandarne» sotto pena de la maledictione « nostra a nostro fìolo successore, non cavalchi la terra per « farsi invocare signore, ne faci altro acto per segno de toro « el dominio prima che sarano facte le esequie nostre et lo « corpo nostro sera reposto al loco suo ». lbid. p. 328.

Voi. IV. 15

bisce di passare il Ticino prima dei li anni, e di porre il piede in veruna fortezza prima dei 20: gli suggerisce di appoggiarsi alla fazione ghibellina per tenere Genova in obbedienza: gli istilla il sospetto contro tutti i pubblici ministri, contro i condottieri, contro i governatori e istitutori della persona medesima di lui. A tal proposito raccomanda, che questi non vengano scelti di troppo alta condizione (1), e che non vengano ammessi a dar voto, od a sedere in consiglio: anzi vieta loro espressamente di entrarvi se non in compagnia del figliuolo suo (2).

Con tale paura, con tali arti vivevano i principi d'Italia, allorché i sudditi erano rimossi dalla milizia, e le armi si trovavano in mano a prezzolati venturieri.

IV.

Ha l'esperienza dei secoli dimostrato, che in generale tali sono i popoli, quali i governi, e che i deboli principi producono deboli sudditi, e questi quelli.

Non mai cotale principio ebbe più chiara conferma dal fatto, quanto in Italia nei secoli delle compagnie di ventura.

11 primo e principale di tutti i danni provenuti non tanto dall'instituzione di esse, quanto dalle condizioni politiche, di cui esse furono necessario sostegno e

(1) « Et chel non sii de gran condictione per el respecto « antedicto in li governatori de la persona ». Testamento Hi Ludovico il Moro, 1. cit. p. 309.

(2) «..,. et questo racemo per obviare a quello a che l'aniil bilione humana qualche volta col pretesto de questo nome « de governatore de la persona del signore ha transportato « in li tempi passati e alli dì nostri qualcuno, cura poco « bene&tio di chi si è trovato signore ». L. cit. p. 309.

manifestazione, fu l'avere gli Italiani perduto quella persuasione della propria forza, quell'orgoglio nazionale, quel sentimento di pubblica morale, quell'affezione al bene comune, che mantengono vivo un popolo. Ma codeste sono piante delicate, che hanno uopo di una certa abbondanza d'aere per sorgere e fruttificare.

Nel governo popolare l'uomo d'ingegno e di attività trova nella pubblica voce sufficienti compensi alle sue fatiche: la tirannide riserva i premii solitamente all'adulazione, talora al capriccio ed alla nascita, e sempre all'obbedienza illimitata. Pure nello Stato più dispotico vi ha sovente una strada per rendersi utile alla patria, ed aspettare tempi migliori. Questa strada è la milizia.

Ora la milizia appunto nei secoli delle compagnie di ventura, come pubblico ufficio, stava chiusa ad ogni suddito, senza che uno splendore di gloria esterna alleggerisse i pesi dell'interna signoria; al contrario di quanto avveniva pochi lustri fa, allorquando i Francesi immolavano tutto se stessi alla voglia di un solo.

Scaturiva da ciò un'oppressiva sconfidenza di se medesimi e del proprio paese, che quand'anche negata all'aperto, anzi talvolta celata sotto false illusioni di vanagloria municipale, tanto più si manifestava nelle conseguenze. Infatti a che per esempio le quotidiane millanterie circa la supremazia italica in ogni cosa? L'ambizione trae le sue radici dalla forza, la vanità dalla debolezza. E l'Italia, posciaché fu debole, diventò vana.

Una nazione che tratti le armi, o a grandi pericoli si esponga, potrà cadere; ma la sua caduta sarà momentanea: risorgerà più fiera dalle sventure, e mostreralle al mondo quasi in prova della propria costanza. Per l'opposto, guai ai popoli che non sono soliti a fare e a tollerare molto in servigio dello Stato! Soltanto i grandi sacrifizii fanno grandi le nazioni: ma i grandi sacrifizii esigono grandi virtù politiche, e le virtù politiche esigono comunanza non meno dei beni che dei carichi pubblici. Ora il germe delle virtù politiche in Italia veniva svelto allorquando soldato e cittadino diventavano nomi di cose non solo diverse, ma contrarie. Chi può mai senz'irà e tedio scorrere il corpo delle storie nostre dalla rovina dei Comuni alla calata di Carlo vm? Sono al certo presso le altre nazioni periodi di storia più sanguinosi e disordinati: ma dove trovare tanta ignavia e tanta materia di vergogna e di sdegno? Dalla battaglia di Legnano a quella del Taro (A. 1176-1495) niun'altra fu combattuta in Italia, dove fosse riuscito santo e glorioso il morire colle armi alla mano.

Fu in codesto intervallo di tempo, che lentamente si consunse quel vigore d'animo, che aveva distinto gli antichi Italiani, e che li avrebbe salvati dalla dominazione straniera. Tenteremo noi di delineare la vita vanitosa e bugiarda dei secoli di Gian Galeazzo, e di Filippo Maria Visconti? Incoronazioni, entrate, giostre, caccie, rappresentazioni, corse, danze, conviti, luminarie, festini pieni di cavalieri e di dame splendenti al cospetto di un popolo attonito assai più che contento; poi processioni numerose di principi e di popoli vestiti a penitenza incentro a reliquie sovente rapite proditoriamente; poi concilii, quanto numerosi, inefficaci, ad estinzione delle discordie ed a ruina dei Turchi; e celebrazioni fastose di paci e di leghe menzognere; e rassegne strepitose di guerrieri non proprii; ecco la vita esterna del xiv e delxv secolo.

Fallaci apparenze, funeste lusinghe! Proprio della mezza barbarie muoversi per accidenti o .persone, e consumare il necessario nelle vanità. La vera magnificenza non getta, ma distribuisce, non disperde ma semina. Mentre si danza in corte, le campagne sono arse e devastate dalle proprie e dalle aliene soldatesche, il popolo muore di fame, e non ardisce lagnarsi per tema dei supplizii; i consanguinei preparano contro i principi congiure e tradimenti; il nemico li attizza; la santità dei giuramenti è mezzo a nuocere; la beltà delle forme, l'integrità dei costumi divengono incentivo a lascivie, che dapprima sono sopportate, poscia imitate passano dai signori ai sudditi; la milizia è fatta strumento di oppressione, la giustizia di persecuzione: insomma miserie e splendidezze, ignavia e dispotismo, ecco la vita interna dell'Italia nei secoli delle compagnie di ventura.

Fra tali angustie le virtù pubbliche sparivano per cedere il luogo al freddo egoismo. A stento il suddito adempiva quel solo peso, a cui lo costringeva la forza: vivere sotto questo o quel principe per lui era tutt'uno; nè altro desiderio aveva egli più, che di pagare e di incomodarsi il meno possibile. Vedeva sopra di sè gente montata in alto per vili condiscendenze, per scellerata fedeltà, per materiale ferocia: scorgeva Codesta gente pronta ad aggravare tanto più la mano sopra il suo capo, quanto egli fosse più intemerato e potente; onde non rimanere contro i colpi della per

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