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secuzione altro rimedio, fuorché esiglio, od oscurità ed annullamento di se medesimo.

Cogli esigli si accrebbe, come vedemmo nella prima parte (1), il numero di quegli illustri fuorusciti, che cooperarono allo stabilimento delle compagnie di ventura: l'oscurità e l'inazione, seelte dapprincipio per forza e dispettosamente, coll'andare degli anni furono amate, nè amate soltanto, ma a poco a poco per successivi gradi si trasmutarono in umiltà, in condiscendenza, in ignavia, ed alla per fine in viltà e corruzione. Il servire alle leggi, od a chi legittimamente le rappresenta, nonabbassa lefacoltà dell'uomo, anzi le rinfranca e nobilita: il servire alla dispotica violenza le atterra e inaridisce; e ciò tanto più, quanto è più vile e malvagio colui, al quale è uopo assoggettarsi. La maggior parte degli Italiani, rimasta inerme davanti a pochi venturieri armati, si trovò alla necessità di riscattarsi con denari ed umiliazioni dalle loro insolenze; sicché, quanto più i principi allentavano ad essi il freno, tanto più noi li blandivamo, od avvicinavamo ai loro i nostri costumi.

Così venne tempo, in cui il nome solo di soldato era cagione di terrore e di abbiezione. Invano talora le oppressioni generarono congiure e rivolte. Le grandi massime delle virtù politiche non si apprendono dai popoli, se non a forza d'anni e d'esempii. Laonde era, per dir così, appena scoppiato il tumulto (2), che si ritornava al primiero sgagliardamento, senza pur potere nè sfogare la propria vendetta nè sfuggire l'altrui.

(1) Cap. V. S- n. p. 166. t. I.

(2) Come succedette ai Milanesi nel 1546.

Del resto la disformità tra i sudditi ed i soldati era ad arte fomentata dalla politica dei principi e delle repubbliche; che, giudicandola confacente alla propria sicurezza, non solo divietavano qualsiasi commercio tra gli uni e gli altri (1), ma spesso proibivano formalmente di ricevere tra gli stipendiarli vcrun suddito, e di alloggiare gli stipendiarii in luogo prossimo ai rispettivi congiunti (2).

Nò codesta disformità è affatto sparita ai nostri di, quantunque le milizie vengano tratte a sorte dal grembo dei cittadini, e sieno fra essi alloggiate e mantenute. Ma alle compagnie di ventura del xiv e del xv secolo successero le soldatesche dei secoli xvi e Xvii, di origine non meno corrotta, e di costumi non meno distanti dal vivere civile. Mediante la coscrizione tutti i sudditi vennero ammessi ugualmente alla milizia; la sorte designa coloro che la debbono trattare, e quella disformità e antipatia in gran parte cessò; ma non sarà mai affatto sradicata, finché tutti indistintamente non sieno chiamati all'esercizio delle armi.

(1) « la quest'anno (1336) si fece un ordinamento che « nissun soldato da piedi ne da cavallo presumesse, nè do« Tesse andare, nè usare con alcun cittadino di Bologna, « sotto pena di perdere l'armi ed i cavalli •> (Cronica misceli, di Bologna, p. 369. R. L S. t. XVIII).

XXVI. « Et quod nullus de dieta masnada possit come» dere vel bibere cum aliquo cive pisano in domo sua, vel « qualumque alia .... vel aliquem pisanum civem sotiare ■ aliqua occasione vel causa sine licentia dominorum antiaH Dorum ad prenam arbitrio suprastantium auferendam ».

XXVIII. « Ite ni quod nullus dictorum stipendiariorum posii sit tenere in domo sua secum aliquem soldatum alium sub o pcena etc. » Ordinam. Masnada Pisan., A. 1330.

(9) V. la nota V. t. II. p. 310 della presente storia.

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V.

Base e compagnia delle virtù politiche sono e debbono essere sempre le virtù private. Togli queste dal mondo morale, e la politica si ridurrà in una serie di assurdi, privi di legame e di consistenza: togline le prime, e avrai tolto la parte più elevata del mondo morale, quella nel cui adempimento l'animo maravigliosamente si raddoppia e purifica.

Facemmo vedere, come nei tempi delle compagnie di ventura le virtù politiche si inaridissero in Italia: è troppo facile l'arguire, che le virtù private altresì vi andarono declinando, finché nuovi accidenti e nuove idee sopraggiunsero a risuscitare le une, ed a ravvivare le altre.;

Infatti, a mano a mano che gli animi venivano alienandosi dal pensiero delle pubbliche cose, l'amore del comodo privato sottentrava a quello del comun bene. Oh! noi, che, eletti a militare sotto le onorate bandiere di Savoia, daremmo con gioia la vita per l'incremento e il lustro della patria, oh, potessimo dispensarci dall'obbligo di scoprire le piaghe ancora sanguinose dei padri nostri! Ma ufficio dello storico è ricercare e dire la verità: il tacerla, o celarla sotto ingannevoli lusinghe d'amor patrio o di gloria nazionale, è menzogna sempre; è crudeltà poi allorché le nazioni sono cadute al basso, e per rilevarle bisogna aprir loro altre strade.

Diremo adunque non senza grave cordoglio, che i costumi degli Italiani ricevettero mortali ferite nei secoli xiv e xv. E questo pur troppo un fatto, che non abbisogna di prove. Basta scorrere le storie, le novelle, gli epistolarii, per rimanerne persuasi, e rallegrarsi degli alti progressi fatti dalla pubblica e dalla privata morale nei tempi a noi più vicini.

Non sia però alcuno, che voglia imputare tutto quel danno all' instituzione delle compagnie di ventura. Queste apparvero e durarono con molta potenza, perché così voleva la condizione politica e sociale dell'Italia: esse la modificarono, esse la consolidarono, ma non la crearono già, per la ragione appunto che niuna forza, per quanto sterminata, potrà mai creare di pianta costumi ed opinioni.

Vi sono tuttavia alcune avvertenze, le quali concernono immediatamente le compagnie di ventura.

In primo luogo, la forza porta seco solitamente tanti difetti, che soltanto la necessità e la giustizia del fine può scusarla. Ora le soldatesche di ventura non avevano per sè nè l'una nè l'altra di queste due doti: e il primo loro apparire nel seno dei Comuni d'Itaera stato, per testimonianza dei cronisti contemporanei, fatale a quella fierezza e integrità di costumi, che basterebbe quasi a coprire le atrocità dei secoli precedenti (1).

In secondo luogo , il popolo d'Italia, depredato, taglieggiato, venduto dai condottieri di ventura, e solito a vederli volare dall'una all'altra distruzione,

(1) Valga per tutti il passo di Ferreto Vicentino (Hist., lib. VI. p. 1123. R. I. S. t. IX) relativo all'anno 1312, nel quale la città di Vicenza fu sottomessa da Caogrande signore di Verona. « Mercenario* tecum cliente* variis ortos regiotrìK bus differentisque idiomatis stipendio magno conduxit, ex qui» bus subito more*, boritile vivendi modus, et cultus in patria « nostra parittr tum fortuna mutati sunt. Tunc stupra*... »

doveva, per dir cosi, riguardarli collo stesso stupore e sgomento che i fulmini, i tremuoti e le grandi rivoluzioni della natura, e concepire dei Colleoni, degli Aeuti, dei Piccinini un'idea tale di grandezza e di potenza, che fosse pareggiabile a siffatte impressioni. Dal popolo codesta idea saliva alle classi più alte, stendevasia tutta l'Italia, e generava l'immenso credito che si acquistarono con piccole imprese capitani, quanto a se stessi certamente bravi e risoluti, ma incapaci di formare un gran disegno, coordinarlo a molteplici fini, e condurlo con sapienza ad effetto. Un poco d'oro gettato ad alcuni o ignari o traditori del sacro ufficio delle lettere, bastava a comprarne i favori, e imporre all'universale opinioni esagerate almeno circa le virtù, l'ingegno o la grandezza dei capi di ventura (1).

Ora codeste pubbliche dimostrazioni di stima e di riverenza largite alla forza ed alla fortuna, come mai non dovevano innalzarsi a tutto detrimento di quel senso di vigore e di onestà, che pur si era mantenuto durante le gare civili del xm secolo? Come non isconvolgere stranamente i principii della misura delle umane azioni, e svilire gli animi, e spogliarli dei più nobili impulsi?

Valgano questi pochi cenni ad indicare le molte

(1) Pietro Aretino, vilissimo millantatore, era segretario e tale amico di Giovanni de' Medici, che dormivano insieme: Francesco File Ilo riceveva doni da Carlo Fortebraccio, e l'estolleva a cielo (Fr. Philelphi Epist. lib. XIV. f. 105 vers.): un Jacopo Porcelli, uomo sozzo fra tutte le umane creature, era nei medesimo tempo il confidente ed il poeta «li Francesco Sforza e di Jacopo Piccinino nemici in campo.

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