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Ferrante Sanseverino, principe di Salerno, era bello di corpo, d'animo liberale, di nascita nobilissimo. Inviato in ambasceria dai Napoletani all'imperatore A. \:>ì7 Carlo v, affinchè impetrasse alcun rimedio ai loro mali, fu mal ricevuto alla corte, e rimandatone con mala grazia. Bentosto venne assalito da prezzolati sicarii, e ne campò per miracolo con una grave ferita. Fu accusato allora di eresia e di ribellione, e fuggì in esiglio a Padova: dichiarato ribelle e reo di morte, tramò coi fuorusciti del regno sostenuti dalla Francia, e perorò in loro favore nel senato di Venezia: deluso in queste speranze, passò a Costantinopoli, e A. i5.r>2 strinse alleanza coi Turchi. Quindi si unì con Pietro Strozzi, ch'egli già aveva vinto presso le rive della Scrivia, difese Siena, ed entrò nel reame di Napoli.

« Le facemo sapere che in quest'hora ci è stato ordinato « che vogliamo disloggiare di qui: perciò la supplicamo che « voglia ricordarsi deli pati nostri, perchè la necessità che « ci preme è troppo grande, et bisogna che siamo importimi, « et semo tutti giunti ad un passo, che non sapemo che

« farne se V. Exc. non provede ».

Sign. « Lo prencepe de Melphe, lo duca de Su mina ».

(Ibid. n° 370).

« Avendomi fermamente persuaso, anzi sperato in la maii gnanimità etsumma gratia de la M. Cristianiss. non me Deso« gnare venire ad simili affronti in bavere da domandare ogni « dì il vivere mio, et dare fastidio de cose che senza alcun « dnbio non converriano ad pari miei, et tanto più per es« sere stata la casa mia tanti anni affectionata de la crist. n corona .... Et si se dicesse che in li dì passati io ebbi

« 1500 fr., se ha da sapere che quilli non son bastati ad ■ satisfare li debiti fici in la lunga e grande mia malatia; « non obstante ho venduto lo argento et altre mee cose in « Ast. ... ».

Lettera del duca di. ..... (Somma ?)

Molini, ibid. n° 425.

Alla fine, quando ogni sforzo fu consumato, si riparò in Francia. Una canzone da lui composta che cominciava per « Ohimè! che io non pensava di partirmi ! » cantossi lungo tempo in Francia ed in Italia. Un'altra scritta da lui in lingua spagnuola diceva « E passato il tempo, in cui io amava, è passata lamia gloria, passata la mia ventura: ora mi attende il sepolcro » : e lamentava la patria, la sposa e i beni perduti. La città di Parigi vide poi la sua consorte vendere le più care suppellettili, e chiedere nella reggia l'elemosina per innalzare una modesta tomba alle ossa di lui, progenie di principi, genero di un viceré (1).

Tali erano gli esigli nel xvi secolo. Chi rimase in Italia, molte cose ebbe a soffrire o a mutare. Gloria, armi, uffici, leggi, instituzioni, conforto di patrie memorie, tutto fu invaso dai nuovi dominatori. Il linguaggio, gli usi, le opinioni, perfin le vesti, perfino il modo di acconciare le vivande, insieme coi titoli e colla superbia per necessità o codardia accettaronsi dalla Spagna. Sotto la cui dominazione più era sicuro di salire chi più lasciava della propria indole italiana per assumere quella dei padroni stranieri : sicché il marchese di Pescara sarebbesi recato ad ingiuria di sentirsi appellare italiano; e D. Ferrante Gonzaga esortava Carlo v a non fidarsi delle soldatesche italiane « gente, ei diceva, inquieta, inobbediente, infedele », e il consigliava per difesa della Lombardia di ridurre a deserto tutto il Piemonte, e nell' esercito imperiale stuzzicava i Tedeschi contro

(1) Branlòme, Vit de D. Pedro de Tolide, t. lì. p. 32. — Parriao, Teatro dei viceré, t. I. p. 124.— i'aruta, Storie venez. lib. XII. p. 590. — Conti. Storie, lib. V. f. 137.

gì' Italiani « perché, asseriva, costoro, spenti che avranno gli Spagnuoli, spegneranno ancora voi » (1). Eppure di tanta snaturatezza qual premio gli davano? Mortali accuse, severo sindacato, il titolo di eminenlissimo, denaro, ed abborrito riposo.

Nel quattrocento una idea teneva in sesto le parti dell'Italia, quella della sua independenza e dignità: nel cinquecento tale idea svanì, e la servilità non ebbe più freno. Come alle severe vesti degli antichi Italiani venne sostituito il giubboncello spagnuolesco « colle stringhete e fettuccie annodate, e fregi traversati », come al titolo di messere e di signore venne surrogato il Don; così alla nobiltà patrizia, priva di titoli, ma illustre per vera potenza e gloria, sottentrò una nuova e feudale, al vivo amore di patria succedette l'egoistico punto di onore, all'ambizione la vanità o l'avarizia, ai combattimenti il duello. Stamparonsi intorno ad esso lunghi e seriissimi trattati, del come proporlo-ed eseguirlo, e quale ne fosse l'origine, la nobiltà, l'opportunità, l'essenza.

Nel medesimo tempo il forte sentire delle fazioni cedeva affatto il luogo alla sussiegosa civiltà, che, smorzando i più generosi impulsi, ti fa biasimare colla stessa fredda severità un delitto e un errore di creanza, e spande sovra tutte le persone ed azioni per così dire una uniforme impronta. Anticamente era riputato dappiù chi più era libero e potente: per lo contrario allora veniva anteposto chi più ciecamente ubbidiva. Così le grandi ed operose virtù del medio evo si inaridirono: dei vizii rimasero specialmente i più

(1) Gosellini, Vita di D. Ferrante, p. 5. 73. 397. 410.— Adriani, Storie, lib. IV.

bassi ed occulti, quelli ai quali le leggi non arrivano, cui a stento la pubblica voce raggiugne, prodotti più dal non fare che dal fare, più dal non sentire che dal sentire, frutti di ignavia e di debolezza morale. Cosi l'opera cominciata nel secolo xv fu compiuta nel xvi: le livide cure delle corti invasero ogni cosa; talché uno dei più chiari ingegni, volendo pubblicare un libro intorno ai civili uffici, non lo intitolava già II perfetto cittadino, ma si II cortigiano, quasiché l'ultimo e sommo scopo di ogni uomo onesto dovesse essere, non di giovare allo Stato, ma di acquistare la grazia del principe (1). E in esso libro, tra molti e ottimi precetti di gentilezza, s'insegna pure come lodare sé stesso senza biasimo di vanità, come lusingare il principe senza nota di adulazione, come mostrare di accettare a forza gli onori e carichi più ambiti, come bisticciare sui vocaboli per divertire le brigate, come condire di leggiera bugia o esagerazione un motto per renderlo più saporito; tutti insomma quei piccoli artificii, che potranno forse aprire la via dei sommi gradi ai più meschini, ma che senza essere delitti impiccolirebbero un grand' animo (2).

(1) « Voglio adunque che il cortegiano .... si -volti con « tutti i pensieri e forze dell'animo suo ad amare e quasi « adorare il principe, a chi serve, sopra ogni altra cosa, e « le voglie sue e costumi e modi tutti indirizzi a compia« cerio ».

Castiglione, il Cortegiano, lib. II. p. 159 (Milano 1892). «Poi magnificare et laudare le persone, la poteritia, il « paese, li costumi et tutte le cose loro, con tal modestia « però che non paia adulatione, et esaltare li fatti et gesti n loro, massime recenti, et aggrandire la virtù e fortuna de' » principali ... ».

Ricordi per ministri (Tesoro politico, t. II. 377).

(2) Il cortegiano, I. 62. II. 159. 216. e segg.

II.

Le virtù politiche, che, quando sono in un pubblico personaggio, lo rendono sublime e venerando, se si trovano per isciagura in uomo privato, gli acquistano solitamente biasimo e perfin risa presso il mondo, e amare delusioni presso di se medesimo. Finché gli Italiani poterono partecipare al maneggio delle pubbliche faccende, parteciparonvi, modificando talvolta l'animo sino ad offendere l'onesto. Videsi, per esempio, un Mercurino daGattinara, salito da umile stato al grado di gran cancelliere di Spagna, opporsi ai voleri di Carlo v, rifiutarne i sigilli, e tuttavia serbarsi in ufficio: videsi un Girolamo Morone dominare alternativamente i consigli dei principi Italiani, dei Francesi e degli Spagnuoli, tramare di liberare l'Italia dagli stranieri, passare dall'estrema condanna a segnalati premii, e morire sotto Firenze nell'affaticarsi per cambiarne le sorti.

Ma non tardò ad arrivare il tempo in cui la dritta strada della politica attività fu chiusa alla massa degli Italiani. Primieramente mancò loro una patria ; ché patria là non v'è, dove non han luogo le virtù che a cittadino appartengono, fortezza di guerriero, integrità di magistrato, onesta libertà di scrittore. Poi molte altre cagioni aggiunsero ostacoli ad ostacoli. La scoperta di nuove terre e passaggi, la rovina dell'impero greco e l'incivilimento delle restanti province di Europa, rimossero il commercio dalle venete lagune, dal golfo di Genova e dai banchi di Milano e di Firenze, per trasferirlo ai lontani emporii delle Spagne, della Francia e delle Fiandre: la Chiesa,

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