Immagini della pagina
PDF
ePub

ad incremento delle scienze un Padre Grandi, un Eustachio Manfredi, un Vallisnieri, un Guglielmini e un Valsalva. A questo Istituto il Marsigli donò tutte le rarità da lui raccolte, col patto espresso che non se ne facesse mai menzione. Sarebbe anche stato suo desiderio di riunirvi grammatiche e lessici di tutte le lingue, medaglie di tutti i tempi, materiali per tutte le scienze; ma le forze rimasero addietro alla grandezza del concetto.

Ciò fatto, visitò l'Europa ad oggetto di arricchire il nascente istituto, e legarlo colle accademie e coi dotti più famosi. Al suo ritorno infatti gli regalò manoscritti, incisioni e libri pel valore di 12 mila zecchini, e perfino caratteri di stampa orientali, che servissero ad introdurvi una tipografia poliglotta. Codesti magnanimi sforzi avrebbero dovuto muovere la pubblica gratitudine a coronare di onore e di riverenza gli ultimi giorni di un tanto uomo : ma fu altrimenti. Contrariato, invidiato sempre, si trovò egli costretto a viverli altrove, parte sul lago di Como, parte nel fido ricetto presso Cassis. Bologna più non ne ebbe che l'estremo sospiro.

Nato alle più nobili imprese, più vasto che profondo nel concepirle, più ostinato che felice nell'effettuarle, impetuoso, attivo, franco, severo, tale fu il conte Luigi Ferdinando Marsigli; che seppe aprirsi una carriera di gloria là, dove l'invidia stimava di disonorarlo per sempre. E in verità dal palco infame della sua condanna gettava egli, per così dire, le basi della ittiologia dei fiumi nell'opera danubiale rispettata ancora oggidì, e additava le vere basi delle scienze naturali. Queste ignote vie fuori di ogni regola ordinaria sanno ancora trovare gli ingegni italiani!

[graphic]

VII.

In codesti sforzi individuali, in codesti prolungati soliloquii di uomini, che sotto diversissimi aspetti penetrano tutte le parti del mondo, è uopo ricercare la storia dell' animo e dell'ingegno italiano durante i secoli xvi e xvn. Duolci però di dover dire, che in cosi fatta vita fattizia gl'Italiani, astretti a spogliarsi dei grandi affetti nazionali, a scegliersi per iscopo il privato utile, e ad affettare pensieri e costumi altrui, corrompevano sovente le più belle loro qualità. Si aggiunga, che siccome i più onesti sdegnano solitamente i giri tortuosi d'ignote carriere, così i meno schifiltosi erano comunemente quelli che salivano più alto. Ma quali sarebbero stati i buoni, se avessero ritrovato in casa quelle agevolezze, di cui abbondavano le altre nazioni?

Nello accennare questa individuale potenza degli Italiani, abbiamo specialmente tenuta la mira alla professione militare. Ma potremmo dire lo stesso rispetto alle altre parti della umana civiltà. Finché tutto il corpo della nazione potè liberamente coltivarne un pezzo, certamente coltivollo, e in modo meraviglioso. Unitisi i Comuni italiani a breve sforzo, domarono Federico Barbarossa, il maggior principe d'Europa. Rottasi quella unione e perduto il pregio delle armi, col commercio e colla industria signoreggiarono il mondo. Allorché anche queste vie cominciarono a chiudersi per l'Italia, brillò essa nelle arti e nelle lettere, e il nobile dominio della intelligenza fu nelle sue mani. Cadute le arti, rifulse ella nelle scienze; alle scienze, tostochè furono arrivate al punto che per progredire abbisognavano di mezzi straordinarii e complessivi, fece succedere la musica e il canto. Tariamo il pregio di essere la propria sede della cristiana religione.

Però, secondoché la massa della nazione perdeva terreno, sottentravano individui potentissimi di ingegno, che con sforzi isolati sorgevano a coprire quella mancanza, e secondoché l'orizzonte intellettuale si restringeva, ne coltivavano più fervorosamente alcune specialità.

Servano ad esempio di ciò gli studii storici, i quali solitamente danno la misura delle condizioni sociali di un popolo. I politici rivolgimenti avvenuti in Italia dalla calata di Carlo vm alla caduta di Firenze (A. 1494-1530) suscitaronvi storici patrii di tal potenza, che molte nazioni europee avranno forse ad invidiarceli per gran tempo ancora. Pervenuta l'Italia in potestà degli stranieri, mancò alla storia la materia dei proprii fatti. Cercossi allora altrove: descrissersi i tumulti degli Ugonotti, le rivoluzioni dei Paesi Bassi, i martini sostenuti in propagazione della fede nelle Indie e nel Giappone; mentreché quasi in disparte altri raccontava la coraggiosa lotta di Venezia contro il Turco, e le intricate vicende del Concilio Tridentino. Mancò egli ancora la materia oppure l'agio a trattare questi argomenti? e gli ingegni italiani si rivolsero a dissepellire le antiche memorie, e Muratori raccoglieva i monumenti della storia d'Italia, e Giambattista Vico investigava le ragioni

e i principii di tutte le storie. Codesti studii si ravvivarono nel presente secolo: ciò deve somministrare argomento di buone speranze.

E questo basti intorno ai venturieri italiani dopo le Compagnie.

[graphic]
« IndietroContinua »