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mento del Lainez, ed anche l'aveva fatto più spandere per le bocche, e quindi per gli animi, i quali hanno con le bocche scambievole comunicazione, il caso d'una facezia. Mentre che Niccolò Psaulme religioso benedettino, e vescovo di Verdun, esponeva il suo parere usando un'acerba libertà tralignante in invettiva sopra la corte romana, accadde che Bastiano Vanzio vescovo d'Orvieto, rivolto a vicini, disse: questo gallo assai canta: il che uditosi da Pietro Danesio vescovo della Vaure, a cui non avea posto mente il Vanzio, soggiunse egli: volesse Iddio che al canto di questo gallo s'eccitasse Pietro, e piangesse amaramente! Il qual motto, sì come condito di doppio sale, fu anche ascoltato, e divolgato con doppio sapore, ed ebbe una certa forza popolare appresso la moltitudine ragunata in quel tempo a Trento, quale hanno spesso cotali arguzie più che le sode ragioni: quasi, chi riman superiore in una casuale acutezza, sia tale nei meriti della causa. Per tanto i Legati chiamarono gli eletti dal sinodo per la riformazione, e loro imposero, che, raccolte le sentenze dette da ogni prelato sopra i decreti divisati da essi, li raccorciassero a soddisfazion della maggior parte. Quanto era all'elezione de vescovi, convenne indugiare a un'altra sessione; per ciò che, oltre alle varie difficultà recate nelle sentenze particolari di ciascheduno intorno al decreto preparato sopra ciò, il qual era primo in ordine, altre molte ne compilò, e ne comunicò a deputati Melchiorre Cornelio senator portoghese, eletto a questa opera dagli oratori de principi; l'arbitrio de'quali principi nelle nominazioni de'vescovi tanto si diminuiva, quanto il numero de' pregi necessarii a tal dignità multiplicava. Onde sempre più andavasi sperimentando, che di quella malevoglienza la qual erasi caricata sopra il pontefice per la lentezza del riformare, a lui si doveva la minor parte, e ch'egli non aveva poco desiderato il bene, ma molto preveduti gli ostacoli. E perchè il cardinal di Loreno, come narrossi, seguitato poscia da molti, consigliò che si rinvenissero nell'antichità, e si rinnovassero i varii ufficii de varii ordini minori, sopra ciò fecesi una fatica di molto studio, con intendimento di porne la somma in piè degli altri decreti. Ma nell'ultima congregazione s'ebbe diverso parere, considerandosi che malagevolmente, dopo quella gran varietà di usanze che porta il lungo corso dell'età, potea ritornarsene il rito intero di ciascuno nelle chiese. Meglio esser dunque l'annoverarne i nomi, e il commendarne generalmente le opere in fine del secondo capo, e raccomandare, e procurare di riporli in uso quanto si potesse opportunamente co'decreti dell'emendazione. Fu anche tolto ciò ch'erasi apparecchiato di statuire contra il costume di far vescovi titolari. Imperò che, sì come ne gli edificii, così ne governi, molte cose paiono a lusso, che quando si prova di levarle, trovansi fatte a buon uso. Videsi che nella Chiesa era necessario qualche numero moderato di vescovi, i quali senza detrimento di loro gregge potessero servire all'altrui nell'ufficio di suffraganei, o essere adoperati dal papa nelle nunziature, e in altre opere episcopali. Massimamente fu comprovata l'instituzione del seminarii: arrivando molti a dire che, ove altro bene non si fosse tratto dal presente concilio, questo solo ricompensava tutte le fatiche, e tutti i disturbi, come quell'unico strumento il quale si conosceva per efficace a riparare la scaduta disciplina: essendo regola certa, che in ogni republica tali abbiamo i cittadini, quali gli alleviamo. Mentre queste cose non erano ancor maturate, sollevossi un turbine di mero vento, che minacciò d'abbattere in erba tutta la sperata ricolta, e di porre in ruina tutta la Chiesa. Rimaneva ancor accesa, benchè quasi ricoperta di cenere, la controversia fra gli oratori de'due (1) re più potenti: imperò che parendo ella tanto o quanto smorzata coll'ordine dato dal papa e con la condescensione ottenutasi de' Francesi per le congregazioni e per le sessioni; nulla però s'era o ingiunto da Pio, o convenuto fra le parti intorno alle solennità della Chiesa, nelle quali occorreva

(1) Tutto sta in lettere de'Legati al pontefice del 22 e del 29 di giugno, del Visconti del 30 di giugno, e dell'arcivescovo di Zara del 1 di luglio; negli Atti del Paleotto, in quelli del vescovo di Salamanca, nel Diario, e in una scrittura o relazione stampata nel menzionato libro francese, ed in un'altra contenuta in un libro dell'archivio Vaticano, intitolato, Tomus quintus de concilio.

la difficultà riferita più volte, della pace e dell'incenso. I presidenti s'erano argomentati di trovarvi concio, ma senza frutto: quando nè lo spagnuolo assentiva ad aperta dimostranza di trattazione inferiore, nè i Francesi a verun indizio di parità o di dubbietà. Adunque non finando il conte di richieder luogo onorevole a se ed al suo signore nelle prenominate funzioni, essi da capo ne domandaron le commessioni dal papa, con supplicare a sua santità, che ov'ella volesse compiacere anche in questo agli Spagnuoli, il comandasse per una lettera sua propria ed espressa, la quale valesse loro d'armadura difenditrice in qualunque tempo. Il papa, ogni di combattuto per questo non meno che già per l'altro punto dall'infiammate instanze dell'Avila e del Vargas, e veggendo riuscita la prima sua ordinazione senza il temuto fracasso, per le stesse ragioni s'indusse a dar la seconda, e ne sperò un simile avvenimento. Scrisse dunque a Legati il dì nono di giugno una lettera così dettata: Gli oratori di sua maestà cattolica ci fanno molta instanza, che come gli è dato il luogo in congregazione

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