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e sessione, così se gli dia nelle messe solenni con la pace e coll'incenso, in maniera che non pregiudichi alle precedenze loro, che altramente il conte di Luna sarà astretto d'andarsene. Noi, conoscendo che in questi tempi il principal fondamento di mantenere la religion cattolica consiste in sua maestà e suoi dominii, non avemo potuto negarlo. Però sarete contenti, nel tempo medesimo che si darà l'incenso e la pace agli oratori del re cristianissimo, per un altro ministro farlo dare al conte di Luna. Ed in ciò userete quella desterità che a voi parerà, con che detto ordine sia eseguito onninamente, e tutto questo s'intenda senza pregiudicio delle ragioni delle parti. Procedete gagliardamente nella riforma, che non ci potete far cosa più grata. Questa lettera fu accompagnata con due altre del cardinal Borromeo (1), la prima segnata lo stesso di, la seconda tre giorni appresso. Nell'una si raccomandava e un profondissimo segreto con ciascuno, salvo il conte, e ogni dilicatezza possibile, pur che ne venisse l'effetto: commettevasi l'equalità in tutte le condi

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zioni de'due ministri i quali dessero l'incenso, e la pace: e l'elezione di qualche giorno solenne per questo fatto, quali sarebbono o la vigilia, o la festa di san Pietro. Nell'altra si dicea che 'l pontefice non avrebbe voluto che gliene seguisse come allora che fe dar luogo al conte in congregazione, avendo il conte poscia significato esser ciò movimento di sua santità: onde per punto s'ebbe a disciorre il concilio. Per tanto, se quando si veniva all'atto, bisognasse notificare che quello era ordinamento del papa, si palesasse ad un'ora l'instanza del re di Spagna, e che 'l conte d'altro modo sarebbesi partito di Trento: sì che il pontefice, veggendo come procedevano le cose della religione in Francia, non volea perdere oltre alla Francia ancora la Spagna. Ricevuta la commessione, i Legati ne fecero avvisato il conte a ventidue di giugno, poche ore prima ch'egli salisse sopra i cavalli delle poste per ire ad Ispruch. Ed esso, o celando a se medesimo le difficultà con la voglia, o ingegnandosi di celarle a Legati per inanimarli all'opera, diè loro speranza che 'l fatto sarebbe andato con quiete per quanto conghietturava intorno all'animo de'Francesi. Pregolli nondimeno, che li facessero tentare per opera dell'orator Drascovizio, senza però scoprire ad esso il segreto, ma sì, ch'egli nuovamente gli confortasse ad accettare il partito de'due incensieri e delle due paci, sì come quello ch'era stato proposto da Cesare. Parlonne il Drascovizio col cardinal di Loreno: ma il farne motto, e il riceverne la repulsa fu la stessa cosa. Indi passò egli a porre in ragionamento col cardinale un altro spediente, ciò fu, che quel giorno a niun di loro si porgesse nè incenso nè pace: maniera usata in tempo di Giulio per ischifar i contrasti fra l'ambasciador portoghese e l'unghero. Ma ciò similmente al Lorenese non piacque. Il quale in fine, addimandato dal Drascovizio qual compenso gli sarebbe occorso, non come a francese, ma come a cardinale, e come ad amante del ben comune, reconne due. L'uno, che 'l conte venisse alla sessione in fin della messa, e fattesi già quelle cerimonie nelle quali cadeva la concorrenza: l'altro, che l'incenso e la pace si dessero al conte dopo tutti gli oratori: questo nulla pregiudicarli, però che, sì com'egli stava in luogo separato dall'ordine di tutti gli altri, così poteva, serbando illesa ogni sua ragione, ricever tali onoranze da poi che i ministri le avessero prestate a tutto l'ordine degli altri: e potersi ciò comprovare con un esempio usato quivi senza contraddizione: imperò che nè l'ambasciador laico di Cesare, nè quei di Francia si sdegnavano d'accettar l'incenso e la pace dopo gli oratori di Pollonia e di Savoia, e ciò per esser questi ecclesiastici, e però assisi in diversa schiera, a tutta la quale si dava l'incenso e la pace, e di poi si veniva alla fila de'laici. Ma non più soddisfecero al Drascovizio le proposizioni del cardinale, che al cardinale dianzi le sue. Per tanto significò ai Legati, che disperava ormai dell'accordo. Ritornò il conte da Ispruch la sera de ventisette di giugno, mentre tutti dimoravano nella congregazione: onde non vi fu agio di trattar fin alla mattina: ed allora i Legati gli fero saper la durezza trovatasi dal Drascovizio: e da capo gli posero avanti i rischi degl'inconvenienti, ma insieme s'offersero presti, ov'egli pur volesse, all'esecuzione. Il conte accettò l'offerta, e di nuovo mostrò, poco sè dubitar di tumulto nel fatto, se i Francesi fossero colti alla non pensata; e dopo il fatto, essi, per non dare ad intendere di aver ceduto, e mancato della debita resistenza, essere per negare che 'l modo usatosi fosse stato loro pregiudiciale, e così, per non farne querela. Disse con tutto ciò che dopo il desinare sarebbe andato dai presidenti per convenir meglio con essi intorno all'operazione. Ma una special congrega in cui avanti a loro si raunarono prima del vespro i due cardinali con altri prelati, o più tosto artificio del conte, si come dirassi, impedì questo parlamento, e lasciò con incertezza i Legati sopra la deliberazion di lui, nè fuor di speranza ch'egli su l'orlo della fossa, venuto in dubbio di cader ne'disturbi vietatigli dal suo re, sospendesse il salto. Però non calse loro di stuzzicarlo con ambasciate. Ma la mattina mentre stavano cinti d'ambasciadori e di vescovi, e in appresto di volgere i passi ormai verso la funzione, casualmente fu detto lor nell'orecchie, si

come il conte preparavasi di venire con T. XI, 4 i

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