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il passato, sol che rimanessero nel futuro di fare al re quel pregiudicio. Nel resto sapesse, che per niuna cosa riuscirebbe il metter all'armi que due principi: ch'era per trovarsi riparo perchè ciò non ne seguisse, ma non già perchè la santità sua non vivesse in perpetuo travaglio, quantunque fosse il viver suo di cent'anni. Nuovamente poi mitigava l'aspro con ripeter le umilissime scuse del libero scrivere, attribuendolo al zelo ed all'affezione. Poche ore dopo la partita del Musotto riseppe il cardinale che i presidenti stavano in punto di porre in via il corriere: e odorò tanto o quanto della lor sospensione. Onde per questo secondo portatore scrisse una lettera latina breve (1). Diceva d'aver mandata la precedente quasi con disperazion delle cose publiche: ma di poi veggendo egli i Legati alquanto commossi dalle ragioni, e in appresto di spignere a sua santità un corriere, aver sè voluto supplicare a lei nuovamente di non essere autor di scisma nella Chiesa: assicurandola che gli affari del concilio stavano ben disposti per celebrare unanimamente la sessione: dopo la quale, se sua beatitudine, deposta la diffidenza, volesse giovarsi della sua opera, come intenderebbe dal Musotto, il proverebbe zelantissimo dell'onor di Dio, e della sede apostolica. Ma il messo de'Legati che portò questa seconda lettera del cardinale, ne portò insieme un'altra di essi che variava l'affare, e intorbidava la speranza dell'efficacia in questi argomenti. Aggiunsero dunque i Legati una lettera (1) al cardinal Borromeo per lo stesso corriere, narrando, che, sugellato il fascio, avevano inteso, come il conte di Luna con tutti i suoi era fermo di voler che la domenica prossima si ponesse ad esecuzione l'ordine dato dal papa: e che in ciò aveva seco uniti i cesarei, i quali dannavano la resistenza de Francesi al partito. Che però il conte, dopo gli ufficii adoperati col cardinal di Loreno per gli stessi cesarei, volea quel giorno medesimo mandare a lui tre vescovi per notificargli questa sua

(1) Primo di luglio 1563, nell'allegato libro

francese.
T. XI. 42

(1) Seconda lettera de Legati al cardinal Borromeo del primo di luglio 1565.

deliberazione, insieme dolendosi di freddezza ne'Legati, affinchè una tal sua querela contra di loro fosse più veramente discolpa loro, e ad un'ora del papa: mostrando che sua santità era mossa dal re, non motore, come i Francesi o si davano a credere, o voleano dare a credere. Che appresso a ciò gli stessi prelati significherebbono al cardinale, essersi inteso dal conte il romor de'protesti che dagli oratori di Francia si preparavano: a pena egli potervi dar fede: e ove ciò fosse, maravigliarsi che 'l cardinale il comportasse: certamente dinunziarli, che se i Francesi usasser parole di poca onorificenza verso la persona del papa, il conte risponderebbe loro con le forme proporzionate, non potendo soffrire il suo re, che si facesse ingiuria al padre comune, e padre suo particolare. Che 'l re cristianissimo avrebbe col tempo cagione di risentirsi contro a loro, i quali nell'età sua puerile l'avessero separato dalla Chiesa. E che fra tanto partendosi i Francesi da Trento, non per tutto questo cesserebbe di rimanervi il concilio. Così parlava la nuova lettera de'Legati: i quali renduti per tal novella men timidi all'esecuzione, e più timidi alla sospensione, finivano con dar segni d'animo sommamente perplesso, o perchè l'avesser tale di fatto, o perchè volessero conservarsi liberi ad ogni consiglio che fosse lor persuaso per buono dagli accidenti; conchiudendo, che pregherebbono Dio acciò che gl'indirizzasse: che trarrebbono l'indugio quanto più lungo potessero: che farebbono trattare accordo per ogni via: ed ove si vedessero a necessità che una parte si tenesse offesa, eleggerebbono il minor male. Ne'casi d'estremo rischio non è sempre util cautela de'ministri, come si stima, l'aspettar le precise ordinazioni del principe: sì perch'egli si reputa mal servito da coloro che voglion sottrarre se, e avventurar lui a tutto il biasimo, e che, solo intenti alla lor propria salvezza, portano ad un grand'affare quel pregiudicio ch'è l'aver per regolatore un lontano, e non a pieno informato, in vece di quei che, tenendo il fatto davanti agli occhi, ricevon consiglio dalle circustanze d'ogni momento: sì perchè quel danno dell'affare, non ostante ogni cautela, cade a danno degli stessi ministri: incolpandosi sempre del mal effetto l'immediata cagione: tanto che ella, quantunque priva di vita non che d'arbitrio, suol dagli uomini gastigarsi: di che ci son prova i giucatori perdenti, battendo i dadi, e lacerando le carte. Aveva il conte parlato a molti prelati (1) amorevoli suoi e della corona, mostrandosi fermo nella volontà di proseguir l'impresa, e di confutare i protesti degli emuli: ed essi gli aveano profferta ogni opera loro per mantener l'onore del re, e del papa. Nondimeno uscì fama, che alcuni Spagnuoli, antiponendo il vero bene all'immaginario lustro, gli ricordarongravemente l'ordine dato a lui dal loro buon re, di non cagionar rompimento: del qual ordine alla presenza di sua maestà gli avrebbono rinfacciata la trasgressione. E generalmente credevasi, che sì come in ogni adunanza la maggior parte inclina alla pace, e massimamente se l'adunanza è di togati, e se la causa della tenzone

(1) Lettere del Visconti nel dì 30 di giugno, e nel 1 di luglio, e dell'arcivescovo di Zara nel primo di luglio 1565.

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