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quell'ora s'accordassero alla consuetudine antica: secondo la quale considerava ciascuno degli oratori i proposti capi, aggiugnendo ciò che riputasse giovevole per le sue speciali provincie. Fra gli articoli, due riuscirono a più ardua disputazione. Il primo fu dell'annullare i matrimonii clandestini. Vedevasi il danno immenso che da loro nasceva, mentre il marito, pentitosi delle nozze occultamente contratte, le quali assai volte erano impeti di sconsigliata passione, o

invogliatosi d'altro letto, e invitato a ne

gar le prime dalla conosciuta impossibilità della prova, precipitava alle seconde, le quali come solevan esser di parentado più onorevole, così celebravansi publicamente: onde poi viveva in perpetuo adulterio, costretto a ciò sì dal riguardo dei nuovi affini, sì e molto più dalle presunzioni del foro esteriore, nel quale non apparendo il primo contratto, si riputava per legittimo il secondo. Per tanto gli ambasciadori francesi, nel cui regno per avventura il disordine occorreva più frequente, e più nocente, il giorno ventesi

moquarto di luglio fecero una solenne riT. XI. 47

chiesta (1) al concilio da parte del re, che tali matrimonii inverso il futuro s'annullassero, rinovandosi l'antiche solennità delle nozze; e se alle volte per gran cagione si stimasse in acconcio di fare altramente, almeno i matrimonii s'avessero per inlegittimi qualora non v'intervenisse la presenza del sacerdote, e di tre o più testimonii: e che parimente s'annullassero i maritaggi contratti da figliuoli di famiglia senza il consentimento del genitori, come le più volte e dannosi e disconvenevoli alle famiglie, e materia d'odio anzi che d'amore tra i consorti (2): ma per dare insieme rimedio alla trascuraggine de'parenti, nel provvedere allo stato de'figliuoli, si prescrivesse un termine d'anni, oltre al quale se 'l figliuolo dal padre non fosse accoppiato in marital compagnia, gli divenisse lecito il prenderla per se stesso. S'accese dunque in cotal proposta gran disputazione e intorno alla podestà della Chiesa, e intorno all'opportunità della legge. Il pontefice, secondo l'ordine che

(1) Atti di Castel S. Angelo tomo ultimo pag. 7. (2) Lettera del cardinal Borromeo a Legati dei 4 d'agosto 1563.

avea seco già statuito, fescrivere a Legati che si facesse ciò che scorgessero conveniente: ben egli aver sì grande odio ai rapimenti delle donne, che gli sarebbe a grado un decreto per cui non potesse mai contrarsi vero matrimonio fra il rapitore e la rapita: il che essere un innovare i canoni antichi. Ma che parimente in ciò sentia di rimettersi. Il secondo articolo assai scabroso fu intorno alla provvisione de'beneficii con cura d'anime: imperò che a vescovi parea congruo che in questi non avesse luogo riservazion di mesi al pontefice, ma che tutti si lasciassero a disposizion loro, come di tali che meglio conoscevan gl'idonei della contrada. Pio ben intendeva (1) e quanto ciò venisse a levargli, e che ove la deliberazione si lasciasse in balìa de'vescovi in Trento, avrebbon essi statuito a favor della loro domanda. Con tutto ciò non volle che quest'intoppo arrestasse il corso del sinodo, ma die principio all'agevolezza dal proporre a'Legati tre temperamenti. Il primo, che tutti i beneficii di

(1) Lettera del cardinal Borromeo a Legati nell'ultimo di luglio 1565.

cura in qualunque mese vacanti appartenessero a vescovi, sì veramente che altresì tutti i beneficii semplici appartenessero al papa: il secondo che, sì come più volte avea scritto il cardinal Borromeo, si dessero tali beneficii non d'altro modo che in forma dignum, vocaboli della dateria: cioè, sì, che l'impetrante mostrasse a prova dinanzi all'ordinario, ch'egli era degno. Ove niuna di queste due maniere fosse accettata, discendessero alla terza, ciò era, che 'l pontefice provvedesse tutte le parrocchiali vacanti ne' suoi mesi di persone sol degne e della diocesi, delle quali gli ordinarii gli mandasser nota. Il cibo, sì avidamente e iteratamente chiesto e richiesto, conturbò non acconciò gli stomachi al primo assaggio. I capi della riformazione comunicati da presidenti al cardinal di Loreno, e poscia al Ferier, come parimente agli altri ambasciadori, riuscirono a grave molestia de'primi due (1), parendo loro già rifiutarsi e sprezzarsi il suo consiglio ed aiuto, il qual era tutto rivolto a finire il concilio senza la spesa

(1) Cifere del Gualtieri ne' giorni 17, 18, e 19 di luglio 1565.

di tanto tempo e di tante alterazioni. E per altra parte il cardinale non potea con onor suo ricusare ciò che sì spesso avea domandato, nè dare indizio che gli spiacesse l'universale ristrignimento, quando anch'egli in qualche articolo v'era compreso. Onde nel ricever quella scrittura per mano del Paleotto, non fece (1) altro segno che d'una insolita tiepidezza: e di poi approvò quei capi, aggiugnendo con un tal sorriso, che v'era lavoro per parecchi anni. Più apertamente ne palesò egli, o più tosto ne comunicò l'amaritudine al Ferier, il qual portava sensi uniformi, e da cui lo riseppe il Gualtieri. Male esser servito il pontefice. Non aver quella autorità che sarebbesi dovuta. Il cardinal Morone, e per avventura il Simonetta, con mettere in trattato cotanta materia indigestibile per lunghissimo tempo, secondare il talento degli Spagnuoli. Solo il Navagero conoscere ed osservare il vero servigio del papa. Non potere i vescovi della Francia ritenersi più lungamente lontani dalle loro bisognosissime chiese.

(1) Lettera del Visconti al cardinal Borromeo de' 19 di luglio 1563.

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