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cie quel delle cinque Chiese per l'arcivescovo di Strigonia, e per tutti i vescovi e tutti gli ecclesiastici d'Ungheria; non posero la parola diffinendo, in quanto si soscrissero come procuratori, e con ciò fecer segno di non esercitar due voci giudicative. Lo stesso fu adoperato da procuratori d'alcuni vescovi insieme e principi alemanni, come da Giorgio Ochenuarter procurator del vescovo di Basilea, e da Alfonso Salmerone, e da Giovanni Polanco della compagnia di Gesù, procuratori del cardinale Ottone Truxes vescovo di Augusta, amendue principi. Così vedesi, come alcune durezze che nel principio sembrano insopportabili, a guisa di certi frutti silvestri cotti e maturati dal tempo e dal maneggio, a poco a poco s'ammorbidiscono, e s'inghiottono senza molestia. Assai più arduo ch'escludere dalla sentenza gli assenti fu l'accordar nella sentenza i presenti: e specialmente il far convenire con gl'Italiani il cardinal di Loreno che possedeva la principale autorità con gli oltramontani. Onde il Visconti con sollecita diligenza s'era spinto infin a Turino (1), a fin d'imprimere agiatamente i sensi opportuni nel cardinal di Ferrara, innanzi che il Lorenese, potente di lingua, il traesse ne' suoi concetti, e così rendesse lui strumento inabile all'intenzione del pontefice e de'Legati. Essendo poi arrivato l'Estense, fu bene informato dal Visconti de successi, e mostrò prontezza e speranza di servir in quell'affare al pontefice, e alla causa publica: riputandolo equo ed agevole, quando intese dal messaggio, non chiedersi al cardinal di Loreno se non quel medesimo ch'erasi da lui detto nel primo suo profferito parere, e fatto di poi significare al papa mediante il Bertone suo segretario, cioè, che si tralasciasse il dogma intorno alla residenza, proponendosi nella congregazione il proemio di quel decreto come l'aveva preparato il cardinal di Mantova. Di ciò e del canone sopra l'instituzione de vescovi, materie assai congiunte fra loro, ebbe commessioni il Visconti: dal quale il car

(1) Tutto sta in varie lettere del Visconti al card. Borromeo ed a Legati dagli 11 fin all'ultimo di maggio, e de'Legati al Borromeo de 25 di maggio 1563.

dinale di Ferrara fu accompagnato nel viaggio, fin che vide il Lorenese ad Ostia sul Po. Ma nel primo ragionamento con esso scemò in lui la conceputa speranza. Però che il cardinal di Loreno gli dimostrò ed animo alienato, e parere discorde da pontificii. L'animo alienato, per la scarsezza della comunicazione: della quale ultimamente, diceva egli, il primo Legato era stato seco sì avaro, che ritornato a Trento, nulla gli era piaciuto fidargli dei preceduti suoi trattamenti con Cesare, là dove Cesare stesso gliene avea mandato il sommario, che da lui fu comunicato all'Estense, e da esso al Visconti. Ma in verità un tal sommario fu solamente quella prima scrittura renduta in risposta da Ferdinando a capi propostigli dal cardinal Morone, senza la compagnia dell'altre che poi seguirono, e dalle quali pendette la conclusion dell'affare: e molto meno gli fu aperto il tenor delle cose trattate semplicemente a voce. Mostrògli altresì parer discorde: però che affermava che quantunque altre volte fosse egli stato di consiglio che non si diffinisse il dogma sopra la residenza, avea poi fermata opinion diversa, da che l'affare stava sì avanti che Cesare lo spigneva. Prevederne esso indubitatamente la decisione, in cui concorrevano tutte le nazioni oltramontane, ed anche il fiume universal delle voci, fuor solamente quasi un ruscello ristretto in alcuni pochi Italiani. Il Visconti, ommessa la prima parte sopra la parcità de'Legati nel fidare al Lorenese i segreti, della quale non era ufficio suo la giustificazione, sopra la seconda rispose al cardinal di Ferrara: che per la stessa scrittura comunicata al cardinal di Loreno da Cesare, appariva che Cesare non aveva un tal sentimento intorno a quella diffinizione; poichè nel capitolo ottavo non pur dicea che sarebbe stato suo desiderio, non essersi mai disputata così fatta controversia, ma poscia sol richiedea, che la residenza non rimanesse di dubbiosa ragione, acciò che i vescovi sapessero ch'eran tenuti d'osservarla, toltone o legittimo impedimento, o dispensazione del papa. Il che palesava due cose: l'una, appagarsi l'imperadore ove si dichiarasse l'obligazione in genere, l'altra, non riputarla egli tale che al pontefice fosse negato il dispensarvi. Esser fuori del vero che in quella diffinizione concorresse il desiderio di tutte le nazioni poste di là da'monti: solo ridursi questo caldo negli Spagnuoli, de'quali eziandio erano sei alieni da essa: non volerla gl'Ibernesi, non i Pollacchi: ed alcuni de'Francesi aver parlato in contrario. Intorno al numero delle voci, tanto non accordarvisi quasi tutti, che tre de cinque n'eran lungi, come sarebbesi veduto in prova, se i Legati non avessero abborrito che s'appiccasse novello fuoco di risse con indegnità del concilio: onde però allungavano, bramosi di stabilire una egualmente cristiana ed onorata concordia. Tutto questo romore aver per oggetto, che si togliesse al pontefice l'autorità del dispensar nella residenza: ma invano: poichè quel medesimi i quali volevano ciò diffinirsi, il volevano con dichiarazione che al papa fosse riserbato l'interpretare ne'casi particolari, se allora l'obligazione avesse luogo: il che finalmente conservava alla sede apostolica quasi la medesima podestà nell'effetto. Cercò l'Estense di tener seco più giorni ch'egli potè il cardinal di Loreno, e

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