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perciò che ogni duro cibo divorerebbono affinchè il cardinal di Loreno prestamente tornasse in Francia. In tale stato di controversia i Legati ne scrissero sollecitamente al cardinal Borromeo con opportunità d'un segretario del Delfino, il quale, mandato a Roma, quindi passava. Ed insieme fecero instanza di saper la volontà del pontefice, ove in ciò patissero violenza: e di ricevere un Breve per fare quello di che avevano minacciato, cioè di partirsi alle rotte in avvenimento che giudicassero impedito il concilio e l'ufficio loro: promettendo che non ne avrebbono usato fuor dell'estrema necessità. Ma prima che il messaggio prendesse il cammino, significarono per un lor famigliare il successo della contesa con l'arcivescovo al Drascovizio che era in letto, e che l'aveva risaputo dal collega, forse per tentare s'ei si arrendeva. Quegli rispose, vedersi da lui con maraviglia, che coloro da cui poc'anzi s'era publicamente detto, che Pio IV il qual si trattava per papa non era veramente papa, ma eletto con simonia, e perciò degno d'esser deposto, avessero impetrate e impetrassero più agevolmente lor petizioni, che gli oratori d'un imperador tanto pio e tanto modesto. Che egli pregava e consigliava i Legati di non ripugnare a quella domanda, perciò che eziandio se l'imperadore avesse taciuto, non sarebbono lor mancati fortissimi contraddittori. Il cardinal Morone, veggendo i cesarei inseparabili e però insuperabili, fe richiamare a se l'arcivescovo di Praga: e essendosi già in amendue il calore in parte sfogato, e indi in parte rattemperato dalla considerazione e dal tempo, ciascun di loro studiò di medicare con la soavità ciò che avesse innasprito coll'impeto. L'arcivescovo disse: che Cesare non ripugnerebbe a quella forma raggiustata, avendolo offeso l'altra perchè parlava sì fattamente che pareva abbatter tutti i recessi delle diete alemanne in materie ecclesiastiche, e perciò rimetter le spade in mano alle parti pacificate: ma convenir di mostrarne stima, con aspettare una sua risposta che poco stante verrebbe. Da altra parte il cardinale si scusò del passato ardore: e perchè l'arcivescovo conoscesse quanto egli fosse parziale di sua maestà, gli felegger sotto credenza ciò che pur allora scriveva al pontefice per agevolar la confermazione del re de'Romani. Intorno a che non sarà inutile il ritirarsi alquanto da lungi per esporre a contezza un trattato che di molto da parlare, e da travagliare in quel tempo, e che molto ebbe di congiunzione sì co personaggi, sì con gli affari del concilio. Era stato questo un de'negozii commessi al cardinal Morone nella sua legazion d'Ispruch, se ne avesse trovata opportunità: e lo stato della controversia era tale. Contra l'elezion di Massimiliano annoveravansi varii difetti: e massimamente (1), che vi fossero concorsi due soli elettori legittimi, però che tre altri seguivano l'eresia, e l'arcivescovo di Colonia non era ancora confermato: oltre a ciò, il pontefice (2) non ammetteva poter gli elettori senza suo consentimento destinare il successore a un imperador vivente, ma solo sustituirlo al defunto, ovvero dare un coadiutatore al vivo finchè egli muoia: e

(1) Lettera e cifera del cardinal Borromeo al Morone de 24 di marzo 1565.

(2) Tutto sta in una lunga lettera del cardinal Borromeo al nunzio Delfino del dì 8 di giugno 1565.

tal coadiutatore in effetto essere il re dei Romani avanti alla pontificia confermazione. Maggiormente aver ciò forza in questo caso, non essendo l'imperador suo padre coronato per man del papa. E fimalmente opponevasi, che Massimiliano avea presa la corona d'argento in Francfort, e non in Aquisgrano, secondo la destinazione di Carlo Magno osservata perpetuamente da successori. Nondimeno il pontefice aveva significato al cardinal Morone, che non sarebbe stato ritroso di supplir le mancanze, sol che Massimiliano totalmente s'attenesse alla parte cattolica. Ma perchè l'assenza del re tolse ogni destro al Legato in Ispruch d'introdurre il trattato, dipoi ricordò al pontefice il nunzio Delfino, che non era in pro lasciare il negozio così pendente con acerbo senso e di Ferdinando e del figliuolo: i quali, veggendosi negare questo riconoscimento dalla sede apostolica, non potrebbono rimirarla come propizia e benivola alla loro grandezza. Onde il pontefice si dispose a confermar l'elezione, quando Massimiliano richiedesse il supplimento de'difetti, giurasse in favor della fede e della sedia apostolica a modo d'uno scritto che egli comunicava, secondo che aveano giurato varii imperadori, e mandasse a Roma ambasciador d'ubbidienza, come sogliono gli altri principi, e come avea fatto Ferdinando suo padre. A tutte queste domande erasi renduto malagevole Massimiliano anche per senso di Ferdinando. Ricusava (1) di chieder la confermazione, ov'ella non si dimostrasse chiesta dagli antecessori, alcuna della cui elezioni essere stata difettuosa più che la sua. Il giuramento voluto dal pontefice, opponea, non trovarsi usato: onde l'ambasciador cesareo di proprio suo pensiero ne aveva proposto un altro, il quale si costuma quando l'imperadore attualmente riceve la corona dal papa, e nel quale si contien obligazione di mantener la fede cattolica. Ma questo s'era giudicato non aver proporzione al fatto presente: nondimeno il pontefice se ne sarebbe appagato,

(1) Di ciò si parla in una del Delfino al cardinal Borromeo de 4 di maggio 1564, quando in Germania facevasi difficultà ad accettar la Bolla spedita della confermazione. E il sommario di queste lettere è fra le scritture de'signori Barberini.

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