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che regnava Lodovico Bavero, non era di maraviglia che si fosse indotto a ricever da papi qualunque legge, come è solito di chi non ha il principato se non di nome, ed è bisognoso dell'aiuto altrui ad acquistarlo per effetto. L'ambasciadore aver profferto di suo proprio giudicio, e non per ordinazion de' suoi principi, quell'altro giuramento che si facea dall'imperador già regnante quando pigliava dal pontefice la corona: e conoscersi per molto disconvenevole il confonderle cerimonie, e gli ufficii di queste azioni tanto diverse, pervertendone i riti per lunga età costumati. Se tali giuramenti, secondo il tenore di quegli antichi prodotti dal pontefice, si fosser di vero messi in atto o da Carlo V o da Massimiliano I, non esser credibile il perdimento di sì fatte scritture nel sacco, si come di tali che sogliono conservarsi da papi in castel s. Angelo, ove Clemente VII ricoverò la persona e le cose più care. E certamente dopo il sacco, e le perdite mentovate essere avvenuta l'elezione a re de Romani del presente imperador Ferdinando, nè però vedersi di lui un simile giuramento.

La stessa prova dell'uso richiedevano per consentire alla richiesta dell'ubbidienza che promettesse l'oratore a nome del re. Ciò che trovavasi nel rendimento di questo ufficio, poco valere, per la medesima eccezione in proposito del giuramento arrecata. L'orazione d'Enea Silvio non esser prova bastevole, però che l'autore era stato di tal ingegno, e di vita sì lunga dopo la recitazione, che avea potuto alterarla in molte parti, come usano gli scrittori. Nè altresì farne dimostrazion sufficiente il cerimoniale antico, sì come quello che non ponea le precise parole dette dall'ambasciador di Massimiliano I, ma il senso: onde poteva dubitarsi che si fosse interpretata per ubbidienza quella significazione d'ossequio la qual non contenesse questo vocabolo determinato: nè contraddire il presente Massimiliano alla balia che si prendessero i pontificii d'usare una simile interpretazione ancor per innanzi, purchè nol costrignessero ad esercitar quella forma della quale non ve dea l'uso ne' suoi prossimi antecessori, salvo nel padre, il cui oratore aveva così operato senza commession del suo principe, e in virtù di presupposizioni da poi non verificate. Queste erano le risposte degl'imperiali. Ma il partito nel quale ultimamente il pontefice, quando fosse durata la ritrosia di Massimiliano, si ritirava, che ciascuno si stesse, non multiplicando co' trattati le contenzioni, e però le amaritudini, nulla piaceva in Germania nè a parziali di Cesare, nè agli zelanti della sede apostolica. Gli uni giudicavano poco fermo il diadema in testa di Massimiliano, se nol vi stabiliva la mano del papa, la cui autorità è sì grande presso tutti i cattolici, e massimamente presso i tre elettori ecclesiastici, e tanti prelati poderosi della Germania. Gli altri consideravano che questo litigio potea valer di forte ariete a nemici del pontificato per assalir l'animo del re, e torlo alla divozion di tale che non riconosceva la sua dignità per legittima: come è uso degli uomini l'attribuir molto di autorità a loro approvatori, e poco a riprovatori. Ed in tal sentenza era specialmente il Delfino, dal qual fu mandato il Fata suo segretario al pontefice nel tempo che ora narriamo, co' suoi consigli, e dei più religiosi, e savii cattolici, e con le profferte di Massimiliano, le quali eran queste. Che si mandasse a Roma una copia autentica del giuramento prestato da se in Francfort, in cui leggevasi la seguente interrogazione fattagli dall'arcivescovo coronante (1): Vuoi al santissimo in Cristo padre e signore il signor romano pontefice, ed alla santa romana Chiesa offerir riverentemente la debita soggezione e fede? E il re avea risposto: voglio: giurando queste e l'altre cose da lui promesse sopra il libro degli Evangelii. Oltre a ciò l'ambasciadore presentasse in camera al papa una lettera di Massimiliano, dov'ei s'obligasse di rendere a sua santità ogni ufficio, e ogni riconoscimento che in qualunque tempo si trovasse renduto agli antecessori della santità sua o dal padre Ferdinando, o dal zio Carlo V. Che indi il medesimo ambasciadore dicesse parole molto significanti nel concistoro, e che ivi si leggesse una lettera del re al papa, la quale, benchè non contenesse il vocabolo d'ubbidien

(1) A'30 di novembre 1565, come nella libreria de'signori Barberini.

za, fosse nondimeno ufficiosissima ed umilissima. Con tali proposte andava il Fata: e il cardinal Morone per sue lettere era autore al pontefice di sensi dolci; sperando che sì come Massimiliano s'era distolto da qualche inclinazione dimostrata ne' primi anni verso le nuove dottrine; così, trattato amorevolmente dalla sede apostolica, avrebbe imitato l'ossequio de' suoi maggiori, e conosciuto per prova che ciò non era abbassamento, ma sostentamento della sua maestà. Il qual consiglio del Morone, benchè il papa dichiarasse di riconoscere (1) come proceduto da sincerissimo zelo, nientedimeno gli ferispondere che ciò gli pareva un duro boccone, ma che lo sarebbe andato masticando come avesse potuto il meglio: commettendogli fra tanto che conferisse quell'affare a colleghi, e che tutti ne scrivessero lor sentimento. Or dopo una lunga considerazione spesavi da Legati e dal papa, in nome di lui fu risposto (2) al nunzio: che se da prin(1) Lettera del cardinal Borromeo al Morone

il dì 4 di settembre 1563. (2) Lettere del cardinal Borromeo al Delfino

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