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insieme il Visconti, conducendoli fin a
Ferrara, acciò che sì le ragioni, sì le ri-
sposte ministrategli successivamente dal
Visconti, ed usate discretamente da se col
cardinale, gli valessero perchè questi, se
non volea confessarsi convinto, almeno si
conoscesse convinto: il che alle operazioni
molto rileva. E in fine partendosi da lui
amendue il dì ventesimo di maggio, disse
al Visconti, aver egli abbozzato un dise-
gno di terminar presto e felicemente il
concilio, sì come sporrebbe con sue parole
al papa, al quale tosto doveva andare per
rendergli conto dell'esercitata sua lega-
Z10Ile.
Con tutto questo in verità il Lorenese
avea ben talora sdegno, ma non mai odio
verso il pontefice, e molto meno verso il
pontificato: e però, a guisa degli amici
adirati, non intendeva di nuocere, ma gli
bastava di far credere che potea nuocere,
e di far temere che volesse nuocere. Di
tal suo animo ebbesi una chiara prova as-
sai tosto, quand'egli, tornato a Trento (1),
e visitato dal cardinal Morone, gli rispo-

(1) Lettera del Gualtieri al cardinal Borromeo dell'ultimo di maggio 1565.

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se più volte con amari proverbii, facendo segno d'animo mal disposto verso il papa e la sua potenza: e allo stesso tempo nel primo arrivare del presidente Birago, parlò ad esso con infinite lodi del papa, e il confortò a sostener l'autorità della sede apostolica, mostrandogli che ogni ragione consigliava di così fare. E chi osserverà tutto il tenor de' suoi andamenti da ch'egli venne al concilio finchè il concilio si chiuse, ravviserà in lui chiaro non incostanza nella principale intenzione, come alcuno argomentava dalla varietà degl'impeti suoi momentanei e particolari, anzi una costante e deliberata volontà d'apparire prima formidabile, e poi benefico. Intento egli dunque allora a farsi temere per farsi pregiare e pregare, aveva usata la solit'arte col cardinal di Ferrara in dipignerli una intrinsica unione seco degli Alemanni e degli Spagnuoli, ed una perfetta concordia fra gli oratori de'due re anche in quel primato d'onore inverso de'loro principi, che fra questi riputati numi terreni suol esser l'aureo pomo della discordia. Ma troppo sarebbe piaciuto a presidenti che la dipintura fosse stata verità, sì come

l'opposto gli tormentava: imperò che nei medesimi giorni il conte di Luna strignevagli (1) per intender da essi la deliberazione del papa intorno al suo luogo nella chiesa: dicendo egli, che se quivi altresì non gli fosse dato, peggio sarebbe per l'onor suo e del re, che se non l'avesse ottenuto nella congregazione. Mentre queste cose pendevano, i Legati, in compiacimento degli oltramontani, e specialmente degl'imperiali, aggiunsero un altro segretario al concilio, come per secondo del Massarello: al quale in quei giorni per infermità di pietra convenne soffrire il taglio. Fu questi Adamo Fumani canonico di Verona, che soggiornava quivi presso al cardinal Navagero, uomo fornito di lettere umane e divine, e di cui leggesi qualche componimento nelle raccolte di eleganti poesie divolgate il secolo andato. Conseguì egli l'accettazione con universal concordia, e con precedente assenso del papa. Prima di ciò venne da Roma (2) un'al

(1) Lettera de' Legati al card. Borromeo de 5 di giugno 1565. (2) Appare da lettere de'Legati al card. Borro

tra disposizione intorno ad un altro litigio di luogo fra gli oratori: la qual non riuscì a piacer de'Legati, e gli mise in pensiero. Tal disposizione fu, che l'ambasciador di Malta sedesse fra secolari. Ond'essi prima ne scrissero all'arcivescovo di Salsburgo, il cui procuratore v'avea contraddetto, adoperandosi perchè se ne appagasse: ed insieme veduta nascere per ciò alterazione fra patriarchi, i quali non intendeano a verun partito di cedere a quell'oratore d'un ordine religioso, ferono dichiarar per un Breve dal papa, che non ostante l'assegnazion del prefato luogo, le ragioni del patriarchi rimanessero illese. Il che fu negozio di lungo tempo: e'l pontefice alla prima risposta de'presidenti (1), nella quale significavano che quell'ambasciadore avrebbe apportato per tali differenze assai di travaglio, e poco di giovamento al concilio, pose in arbitrio loro il lasciarlo partire com'eran d'avviso. Ma eglino poi di fatto non vollero essere esecutori di questo lor proprio consiglio: perciò che quando ne giunse l'approvamento, n'era cessata la cagione: e com'è usanza degli uomini, non piacque loro di gittar via le fatiche spese in quel mezzo per acquetare i contenditori. Sollecitudine d'un'altra sorte recò (1) l'orator bavero ritornato a Trento da Roma. Avea questi adoperata ogni forza della sua lingua per ottener dal papa l'uso del calice ne paesi del suo signore, predicendo che que popoli vogliosi di ciò senza misura, ove non l'impetrassero, l'usurperebbono con principio di scisma. Il papa incontrario disconfortatone con sommo ardore sì dal re di Spagna, sì dalle tante ragioni che avevano ritenuto il concilio di consolare in questo l'imperadore, per dargli una giustificata e medicata repulsa, il rimise al sinodo: con farsi a credere falsamente che la rimessione preterita fatta dello stesso negozio dal sinodo a lui avesse compresa la sola richiesta di Fer

meo de 28 di maggio, del 17 e de 22 di giugno, e de 12 di luglio, e del 2 d'agosto 1565.

(1) Lettera del card. Borromeo a Legati del 17 di giugno 1563.

(1) Appare da lettere de'Legati al card. Borromeo de'20, 24, 28 e 31 di maggio, del 4 e del 24 di giugno 1565, da' registri del card. Borromeo al Legato in Ispruch, e dagli Atti del Paleotto.

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