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non dal concilio, ma dal papa: sopra che s'era formato il modello d'una instruzione, la quale mandava loro, ma che essendo ella di suggetto non ancora fermato, a niuno la comunicassero eccetto al conte di Luna. Il che fa credere, che mostrando l'imperadore una tal confidenza del conte, questi avesse in ciò palesato sentimento diverso da suoi Spagnuoli, sì come avviene, che chi lungo tempo abita in un paese, muta, eziandio non volendo, la lingua della patria in quella del domicilio. Sopra l'ultime lettere degli oratori, Cesare facea segno che gli fosse penetrato al vivo l'aver detto il cardinal Morone, esser lui stato contrario alla libertà del concilio, perchè avea ripugnato alla proposizione di quel decreti sopra le podestà secolari oppositamente alle significazioni fattene da se per addietro. Rispondea, vero essere che egli avea sempre incitato alla riformazione degli ecclesiastici, e promesso scambievolmente di cooperare a quella de'laici, ma se i Legati avevano ritardate un anno le sue proposte intorno all'una, non iscorger lui con qual equità si dolessero che egli non avesse immantemente stese le mani ad accettare i loro decreti nell'altra, e gli avessero circoscritto lo spazio di dieci giorni, computativi i due viaggi del corriere, per deliberare in articolo di tanta gravezza ed a se, ed a tutti i potentati. Che se 'l fine del concilio non fosse stato imminente, averebbe egli potuto conferire il negozio co principi dell'imperio: senza il cui parere non sarebbesi già mai assicurato di prenderne determinazione, affinchè con sua indegnità non riuscisse poi a voto ciò che avesse accettato. Appresentassero dunque gli ambasciadori a Legati queste ragioni, e gli pregassero di trasportare ad altro tempo quel ponderosissimo capo, finchè con tutti i signori della cristianità se ne potesse trattare. Ove i Legati si fermassero nella volontà di proporlo, gli oratori dicesser loro, che egli non ristarebbe mai da far nuova e nuova petizione di spazio sofficiente: il quale se gli fosse negato, intender lui che gli rimanessero salve le sue escusazioni, e le sue ragioni. Voler egli adoperare questa maniera più tosto che protestare, per continuar nella sua modestia e amorevolezza. E perciò che l'arcivescovo di Praga gli avea scritte le scuse fatte seco poi dal cardinal Morone per le accese risposte da prima rendutegli, mostrava l'imperadore di sentirsene appagato: e similmente comandava all'arcivescovo, che usasse la modestia debita col cardinale. Finalmente imponevagli la comunicazione del tutto al conte di Luna. Per tanto lo stesso giorno, prima che i Legati entrassero nell'adunanza dove si prorogò la sessione, esposero loro i cesarei le risposte, e le commessioni di Ferdinando. Ma i Legati si scusarono con ricordar ciò che agli ambasciadori era noto: aver essi per necessità dati a padri già tutti i trentasei capi, e fra gli altri questo de principi: il negozio non esser più nelle loro mani: poter gl'imperiali legger la lettera di Cesare a padri stessi, ed intendere il voler loro. E perchè gli oratori opponevano, ciò venire a se interdetto per la particella, proponenti i Legati, questi ripresero che già molti ambasciadori aveano proposto, e che essi rinunziavano in ciò sua ragione. Ma gli oratori, considerando quanto più duri ad esser piegati si provino i molti che i pochi, soggiunser che non avevano commession di trattare se non co'Legati: e richiesero un termine certo dentro a cui quel capitolo stesse in silenzio. I Legati a questo: non poter ciò essi prometter loro se non per quanto durasse la discussione de'primi ventuno articoli. E gli ambasciadori, per isperimentare dopo il soave, ancor l'aromatico, gli proverbiarono: sentirsi lamento comune, che eransi licenziati i capitoli di Spagna senza udirli, e che ora si volessero condannare tutti i principi del cristianesimo parimente senza udirli. Il dì appresso un altro corriere (1) portò nuove dichiarazioni di Ferdinando contra quel capo de'principi. Mandò egli in mano degli oratori suoi la risposta ad una lettera del cardinal Morone, presentatagli poi dal nunzio, nella quale aveva il Legato, e per maggiore ossequio e per maggior efficacia, volute fare anche per se medesimo quelle escusazioni e significazioni che eransi da lui esposte mediante

(1) Lettera dell'imperadore agli ambasciadori, e al cardinal Morone, da Possovia a 12 di settembre 1565.

gli ambasciadori. Sopra che Ferdinando riscrisse con umanissima forma d'amore e di stima, assicurandolo che egli avea presa in ottimo senso e la sua lettera, e il decreto da presidenti formato, nè intendeva d'opporsi alla libertà del concilio, e alla immunità della Chiesa: ma che oltre a quanto ne avea scritto agli oratori, da che la lettera del cardinale era entrata nell'affare, giudicava conveniente d'aggiugnere alcun suo concetto. Per tanto gli ricordava, che cent'anni prima, cioè quando tutti rimanevano ancora cattolici, s'era trattata una tal quistione, come ve devasi in molti libri e scritti a penna, e stampati: onde il non essersi allora conchiuso altro, dava segno che i secolari s'erano argomentati di giustificare i loro diritti. Parergli dunque assai strano che si volesse ora in un mese far decisione, e quasi taglio con un colpo d'accetta in sì gran negozio. Cercava poi di sostener l'obligazione che hanno in Germania ancor gli ecclesiastici, di contribuire per le publiche necessità, e di sottostare in alcune cause a tribunali dell'imperio: e così anche discorrea proporzionalmente in

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