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breve spazio quell'atto di dinunziar la sessione, affinchè alla stess'ora si facesse l'uno e l'altro decreto nella generale adunanza. Nè il conte era falsamente avvisato. Aveva il papa data speranza di far ciò nella risposta al memoriale dell'Avila, come si vide, e poi ancora, cedendo alle richieste di lui erasi condotto a scrivere a Legati il nono giorno di maggio la lettera che qui distesamente si pone. Poichè questi principi fanno tanta instanza sopra la libertà del concilio, e par loro che quelle parole, proponentibus Legatis, le quali furono messe senza alcuna saputa nostra, levin la libertà, voi sarete contenti di proporre a padri o in congregazione generale, o in sessione, che la mente nostra non è mai stata di levare per questo la libertà al concilio, ma bene di levar la confusione. Per lo che voi notificate, e dichiarate a tutti, il concilio esser libero, e che se pare alla sinodo di dichiarare, o del tutto levare dette parole, voi ne sete contenti, e che sapete ancora, che tutto quello che in ciò i padri faranno, a noi sarà grato, e ne saremo satisfatti: a fine che tutti li principi e popoli conoscano,

che vogliamo fare quanto in noi è per conT. XI. 7

seguire il fine d'un concilio fruttuoso, e principalmente mediante una buona, e severa riformazione. Indi informato il pontefice dal cardinal Morone, che in ciò l'imperadore s'era renduto, concepè una simil fidanza degli Spagnuoli, e ne fesegno in altre sue lettere a presidenti, senza rivocar però mai la mentovata commessione. Ma non ristando nè raffreddandosi per tutto ciò le instanze dell'Avila, scrisse di nuovo a Legati il duodecimo giorno di giugno: che se il conte di Luna iterasse quella petizione, gli soddisfacessero secondo la lettera sua recitata, non ostante ciò che di poi avesse dimostrato nelle se“guenti: sperarsi nondimeno che 'l conte si appagherebbe di quel che aveva appagato l'imperadore. Quest'ultima lettera non era ancor pervenuta, quando il contefelamenzionata richiesta. Con tutto ciò, perchè il primo comandamento rimaneva in vigore, i Legati diedero cotal risposta: che non si poteva in quel tempo far opera nè più disonorevole, nè più nocevole al concilio, 'che l'addimandata dal conte, di che i principi che n'erano chieditori, sarebbonsi

tosto avveduti con tardo pentimento: ma . . . . .T

da ch'egli così voleva, divisasse una forma di quella dichiarazione, ch'essi l'avrebbono considerata. L'indugio sì del decreto per destinar la sessione non poterglisi consentire, avendo eglino già stabilito l'affare con molti oratori, e co' primi prelati del sinodo. Così risposero: e d'universal volere fu poi destinato il dì decimoquinto di luglio (1). Il solo Aiala vescovo di Segovia, connumerando molti lavori che rimanevano, mostrò che i giorni dell'intervallo eran pochi. Non tardò a ritornare (2) il conte da Legati. E benchè non portasse la forma scritta, espose, desiderar lui per libertà del presente, e de'futuri concilii, che ad ogni oratore, e ad ogni vescovo fosse lecito di proporre. Allora il cardinal Morone, che aveva spezial affezione a quella prerogativa de'presidenti, quasi a rocca difesa per suo valore dagli assalti di Cesare, a quali il pontefice era stato già disposto di farne la dedizione, alterossi

(1) Lettera de'Legati al cardinal Borromeo dei 15 di giugno 1565, e lettera e poliza del Visconti lo stesso giorno, r

(2) Lettera de'Legati al cardinal Borromeo dei 17 di giugno.

incredibilmente, e gli disse: non essersi mai fatta da un re ad un concilio richiesta di maggior danno: che si rivocasse un decreto approvato in congregazione, e poi fermato in sessione da cento diece padri, contraddicendovi solo due: rotto il qual decreto, precipiterebbe quel sinodo ad intollerabil confusione, e disordine. Ch'essendosi acquetato l'imperadore, sarebbesi dovuto acquetar anche il re: maggiormente, quando in nome di sua maestà si faceva opera per cosa opposta ad una tal comune autorità di proporre in concilio, cioè, perchè un procuratore venuto colà per li capitoli delle chiese di Spagna non fosse udito. E che qualora i Legati si rivolgevano per la mente, che sarebbe in facultà d'ogni minimo vescovo il dire o per sua opinione, o per altrui suggestione tutto quel che gli andasse all'animo contra il papa, contra loro, e contra qualun

que eccelsa persona, riputavano ciò tanta

indegnità, che prima di sofferirla pensavano di partirsi: onde già stavano in consiglio di chieder licenza al pontefice. Che se intendevasi di provvedere alla libertà de'concilii futuri, poteva rimaner contento l'ambasciadore che ciò si facesse per un decreto nell'ultima sessione, con riceverne egli antecedente promessa. Molte furono le parole: ed in fine il conte di qualche segno di voler consentire a questo partito. E i Legati scrivendo il fatto al cardinal Borromeo, aggiunsero, che ove il conte si fermasse nella domanda, e 'l pontefice nella volontà di compiacerlo, giudicavano per lo migliore che sua santità gli levasse quindi tutti, per non lasciarli riguardatori di tanta loro vergogna: e che specialmente il cardinal Morone dichiarava, che non avrebbe più volto di comparire in concilio. Il conte, il quale cedeva ben sì alle ragioni quando ne riceveva robusta impressione dalla voce de Legati, ma rimanendo a solo coi suoi pensieri, sentiva farsi nuova forza dalla considerazione del comandamento reale, mandò a Legati il tenore scritto (1) della desiderata dichiarazione. Ed affinchè l'instanza fosse ad un'ora più valida, e più scusabile, cercava, per quanto udissi, di trarvi insieme il cardinal di Loreno, e

(1) Lettera de Legati al cardinal Borromeo dei 19 di giugno 1565.

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