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126 PARTE QUARTA.
sopra di essi i suoi uomini d'arme, che di leggieri li
oppressero ed inseguirono sino al Castellazzo. Così
la milizia italiana, ancorchè meno feroce, vinceva la
oltremontana, ancorchè ferocissima. Contaminarono
la vittoria le crudeltà usate ai prigionieri sulla piazza
di Alessandria da quella plebe arrabbiata per la
morte, quale del congiunto, quale dell'amico. Restò
negli Italiani, non ostante la vittoria, una terribile ri-
cordanza di quegli stranieri, i quali, abbattuto il ne-
mico, gli alzavano la visiera, e detto fatto scannavanlo
col pugnale (1).

Vinto il Dresnay, Bartolomeo, con immenso ma occulto sdegno di Francesco Sforza, il quale, come dicemmo, aveva ricevuto Tortona nella propria sua obbedienza, astrinse questa città a inalberare le insegne della repubblica Milanese. Quindi, sia che non gli fossero attese le condizioni della sua condotta, sia che ne trovasse delle migliori presso il nemico, fatto un nodo de'suoi, traghettò l'Adda a Brivio, e si ridusse a Bergamo agli stipendii dei Veneziani.

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pei Guelfi e per la guerra, i Lampugnani ed i Bossi
per la pace e pei Ghibellini parteggiavano. Stavano con
costoro i due Piccinini e tutta la setta bracciesca,
come quella, che non poteva soffrire l'ingrandimento
dello Sforza; il quale per l'opposto spalleggiava pale-
semente il partito guelfo. Del resto la pace era sulle
bocche di tutti, e disputossene a lungo nei congressi
particolari, nelle assemblee, nei crocchi, su per i
canti e per le piazze, con quella caldezza che è pro-
pria d'ogni stato libero e nuovo. Anzi mandaronsi
ambasciatori a Venezia per trattarla, e se ne propo-
sero le basi: ma quando ogni cosa pareva stabilita,
ecco i Guelfi messi su da Francesco Sforza ed appog-
giati dal popolaccio di porta Comasina con terribili
minaccie e schiamazzi invadere il maggior consiglio,
e spaventarlo in modo, che quantunque mancassero
armi, denari e soldati a proseguire la guerra, e dal
buono e dal cattivo esito di essa fosse ugualmente per
derivare la perdita della libertà, pure a unanime suf-
fragio venne risoluta e commessa nel pieno arbitrio
del conte Sforza. Nè questi pose tempo in mezzo
a uscire in campagna.
Dopo essersi invano provato a rompere il ponte
sul Po custodito dai Milanesi presso Cremona, erasi
l'ammiraglio veneto Andrea Quirini ritirato colle sue
navi sotto a Casalmaggiore, appunto nello stretto posto
tra la sponda sinistra del fiume e l'isoletta del Mezzano,
dal quale stretto due anni innanzi Michele Attendolo
aveva assaltato e sconfitto l'esercito di Francesco Pic-
cinino. Quivi il Quirini gettò l'ancora; e senza indugio
legò tra loro le galere, steccò la bocca superiore
dello stretto, sol lasciatone quanto spazio bastava al

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46 luglio 4 4 18

i 28 PARTE QUARTA.

passaggio d'una nave, e questo spazio eziandio con forti catene impedì. Qual cosa lo spingesse a siffatta deliberazione, è più facile supporre che avverare: forse l'intento di aspettarvi in sicuro che Michele Attendolo coll'esercito di terra si approssimasse al Po, per concertare poscia insieme qualche risoluta fazione contro la città di Cremona, o contro il suo ponte, o contro il naviglio nemico ancorato più in su; forse il timore di venire inopinatamente assaltato da Biagio Assereto capitano di esso, il quale 15 anni avanti aveva fatto prigionieri tre re alla battaglia di Ponza; forse il sospetto, che Francesco Sforza cingesse d'assedio Casalmaggiore, e battendo coi cannoni lo stretto non costringesse la flotta veneta a ritirarsi più in giù, oppure ad attaccare un disuguale combattimento con quella di Milano. Come che sia la cosa, fatto sta che non mai erasi presentata a Francesco Sforza una più bella occasione di vincere. Congregata l'assemblea dei capitani milanesi, propose loro di porre incontanente il campo a Casalmaggiore, e di cannoneggiare dalla riva sinistra l'armata veneta, intantochè l'Assereto, scendendo col naviglio, sboccherebbe tra l'isola e la destra sponda, e chiuderebbe al Quirini ogni adito alla fuga. Questa proposizione riempì l'assemblea di meraviglia e di discordia. I primi ed i più vivi a combatterla furono Iacopo e Francesco Piccinini, i quali allegarono in contrario la vicinanza dell' esercito di Michele Attendolo, e la povertà e la ritrosia delle soldatesche: ma Sforza da una parte appagò l'esercito concedendogli in preda la propria terra del Castelletto, dall'altra tagliò alla recisa la lite, accampandosi a dirittura sotto Casalmaggiore, e cominciando il fuoco contro le navi venete. Ben s'affrettò il Quirini a darne avviso a Michele Attendolo: ma questi, sia che fosse trattenuto dalle gare nate nei suoi alloggiamenti tra i diversi condottieri della repubblica, sia che confidasse di vincere senza difficoltà il nemico, col serrarlo a poco a poco fra Casalmaggiore, se stesso ed il naviglio, rispondeva: « sostenesse il fuoco pazientemente; non essere il suo esercito lontano più che sette miglia dal Pò, e piccoli danni dovere riputarsi quelli a fronte d'una vittoria grande e sicura. » Così senza veruna difesa continuò tutto quel dì il miserabile scempio delle navi e delle ciurme. Frattanto l'Assereto colle galee più leggiere svoltava l'isoletta, ed occupando la bocca inferiore dello stretto, chiudeva al Quirini quell'unico varco di salute. S'accorse allora costui a qual frangente la troppa paura del nemico e la troppa fiducia negli amici lo avessero precipitato; ma il pentimento non ammetteva riparo: posciachè già le navi, rotte e disalberate, non potevano più nè resistere nè fuggire. Ciò veggendo il Quirini sbarcò a Casalmaggiore tutte le sue genti quindi cacciò fuoco ai legni, e mandolli a seconda del fiume verso il nemico. Fu allora uno spettacolo di meraviglia alle popolazioni dell'una e dell'altra spiaggia, quello di settanta navi da guerra, che piene di macchine, di masserizie e di viveri, rovinavano giù pel Pò divampando meravigliosamente fra le tenebre. Sperava l'ammiraglio veneto, che la corrente medesima le avrebbe menate in mezzo alla flotta milanese, sicchè un solo incendio riunisse vinti e vincicitori. Ma l'Assereto, essendosi cansato in disparte, L’ol. III. 9

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150 PARTE QUARTA.
evitò quel pericolo. Bensi quando le navi ardenti
passarono dinanzi le tende di Sforza, tutta la turba
dei guastatori e dei valletti non si potè tenere dal
proromperne fuora, e quale a nuoto, e quale su zatte
o schifi accorse a raggiungerle, ed a rapire alle fiam-
me, alle onde, e ai compagni le più preziose spoglie.
Dietro ai guastatori sortirono fuora a schiere anche
i soldati; sicchè gli alloggiamenti milanesi sarebbero
in breve rimasti non contrastabile preda di chiunque
li avesse assaliti, se Francesco Sforza, fatte appiccare
nuove fiamme alle navi, non avesse rimosso, benchè
a fatica, le sue genti dalla rapina (1).
L'impreveduta vittoria, come riempiè i Milanesi
di letizia, così li rivolse ai pensieri di pace, persua-
dendoli che la si poteva oramai conseguire con utile
e decoro. Ritolsero perciò a Sforza l'assoluto potere
che gli avevano attribuito, e gli ordinarono d'impa-
dronirsi di Caravaggio, buona terra della Ghiaradadda;
presa la quale, l'acquisto di Lodi diventava certo,
ed acquistata Lodi, la pace avrebbe coronato ogni
fatica. Fu questa risoluzione d'acerbissimo cordoglio
a Francesco Sforza; il quale, oltre il dispetto della
perduta autorità, vedeva altresì differita e forse tolta
la possibilità di insignorirsi di Brescia, città che se-
condo i patti doveva rimanere in suo dominio. Ciò-
nondimeno, come se nulla fosse, soffocò lo sdegno,
ed essendosi accostato con tredicimila cavalli e tre-
mila fanti a Caravaggio, circondolla prestamente di
trinciere, le quali, partendo dalle mura assediate,

(1) Joh. Simon. XII. 454. – Sanuto, Vite dei dogi, p. 1128. – Cristof. da Soldo, Storia di Brescia, 848.

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