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giurie, e togliere al traditore insieme collo Stato i
mezzi di nuocere, mostrando come se gli poteva vol-
tare addosso il Piccinino, che ad aggravio dei popoli
stava poltrendo negli Abruzzi. Tanto egli propose,
tanto fu accordato. Nè il Piccinino, mediante il patto
di rimanere padrone di tutti gli acquisti che fosse
per fare, si mostrò restio a prestare la sua opera. Cosi
fu cominciata una terribile guerra contro al Malatesta:
la quale, non ostante i quotidiani dispareri tra Fe-
derico e il Piccinino, e le acerbe contese tra le loro
soldatesche, pure in breve ridusse Sigismondo a cat-
tivo partito.
Al postutto, posciachè questi mirò le predizioni de'
suoi astrologhi tornate tutte a vuoto, ed una parte del
proprio dominio essere già perduta, e l'altra parte
versare in gravissimo pericolo, pensò una nuova via
di scampo: ciò fu d'invitare a mortale duello il
conte d'Urbino, come traditore e fautore di trame e
di cospirazioni. Federico, che già un'altra volta,
ma inutilmente, aveva sfidato il Malatesta sotto le
mura di Pesaro, ben di buon grado per pubblico
istrumento accettò l'invito, e d'accordo con essolui
supplicò Ludovico duca di Savoia a concedere loro
campo libero in qualche sito dei proprii Stati. Il duca
con pubblico decreto promise di si, ma a condizione
di potere far grazia della vita a quel di essi che ri-
manesse vinto, e arbitrare della sua libertà. Nel me-
desimo tempo inviò sì all'uno che all'altro campione
un salvocondotto valido per un anno (1). Ma venne
questa pratica interrotta primieramente dai grandi

(1) Guichenon, Hist. généal, preuves. t. IV. Doc. 363.

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172 PARTE QUARTA.

progressi degli Urbinati; in secondo luogo dal dubbio procedere del Piccinino, che per certi suoi fini trattava la guerra come si trattano le cose comandate ma non volute; finalmente le quasi contemporanee morti " del re di Napoli e del Papa sopravvennero a scono volgere da capo a fondo tutto il negoziato (1).

IV.

In conseguenza di codeste morti sottentrò nel pontificato Pio II, nel regno di Napoli Ferdinando di Aragona, avendo i Romani mutato un principe cattivo in un buono, ed i regnicoli un ottimo in un cattivo. Ond'è che ogni cosa in questa provincia precipitava a confusione ; sicchè i Caldoresi, i signori da Sanseverino ed i principi di Rossano e di Taranto si avventuravano a risuscitarvi la fazione di Angiò, e chiamavano a capitanarla il duca Giovanni figliuolo di quel Renato, che aveva conteso per tanti anni il sommo potere al morto re Alfonso. Anche nel dominio della Chiesa Iacopo Piccinino prese occasione dall'interregno per risvegliarvi tumulti e sedizioni, ed impadronirsi di Gualdo, di Nocera e di Assisi. Se non che essendosi uniti allo stesso fine il re di Napoli, il duca di Milano e il nuovo Pontefice, parte colle minaccie, parte a viva forza, lo costrinsero a sgombrare (2). Rovesciossi

(1) Baldi cit., l. IV.

(2) Durante questa guerra, e appunto nel gennaio 1459, Francesco Filelfo, letterato dei primi di quel tempo, nel recarsi a Roma passò a Fossombrone, dove il Piccinino teneva il suo quartier generale, affine di visitarlo, e pieno di ammirazione ne racconta agli amici le gentili maniere e il sommo valore e

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CAPITOLO QUINTO. 175

egli allora di nuovo sul Riminese, e con incredibile prestezza vi dissipò uomini, case, terre, animali, ogni cosa. Calcolossi a 115 il numero delle castella da lui depredate in pochi giorni: stimossi a cento uomini da taglia ed a mille paia di buoi il bottino da lui fatto in una sola scorreria (1).

Come Dio volle, impose fine a questi facili gua- A. 1459

dagni la pace proclamata in Mantova dal Sommo
Pontefice tra Sigismondo Malatesta, Federico di Ur-
bino e il re Ferdinando. Per la qual cosa Iacopo, non
potendo più continuare la guerra colle sole sue forze,
nè osando ritornare ai servigi del re, il quale e col
ritenergli le paghe, e col dare asilo e soldo a suoi
disertori, gli usava ogni termine, fuorchè il nome di
nemico, si trovò nella necessità di provvedersi al-
tronde. Sia daddovvero, sia per fina astuzia, propose
agli Angioini di passare ai loro stipendii. Seppesi la
pratica, e di quà il duca di Milano, di là il re ed
il Papa affrettaronsi per frastornarla, quegli assi-
curando il Piccinino di concedergli in moglie la
figliuola Drusiana già a lui disposata, questi pro-
mettendogli non lievi augumenti di paghe, e ricche
possessioni nella Puglia.
Iacopo, come incerto tra i due partiti, ma non
cessando mai dalle solite depredazioni, fece alto colle
soldatesche tra i fiumi della Foglia e della Marecchia.
Fu anzi un istante, in cui parve risoluto affatto a ri-
tornare insieme col Malatesta ai servigi della Lega, di

la gran riverenza verso il duca Sforza, concludendo che se

pareva Tideo alla statura, ben rassomigliava ad Alcide in tutte

le doti guerresche. V. Philelph. Epp. 1. XIV. p. 105. (1) Cron. d'Agobbio, p. 994 (t. XXI).

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cui il re di Napoli era membro; e già, stabilito il te-
nore dei capitoli, più non mancava che di cautelarne
l'osservanza colle malleverie. Su questo punto insor-
sero gravi dibattimenti. Pretendeva il Malatesta che
venissero consegnate nelle mani del Papa; preten-
deva il Piccinino che venissero rimesse in quelle di
Borso d'Este suo amicissimo (1). La Lega, secondo il
solito delle cose maneggiate da molti, perdè il tempo
e la occasione: Iacopo se ne stancò, e giusta la solita
impazienza gittasi alla parte Angioina, si collega col
Malatesta, raduna settemila armati e si prepara per
accorrere nell'Abruzzo.
Da Bertinoro, dov'egli aveva le stanze, due vie gli

PARTE QUARTA.

A. 1460 si offerivano per effettuare tal viaggio; quella del Pi

4 aprile

ceno lungo il mare, più breve e facile; quella per la Toscana e per l'Umbria, più lunga e disagiosa. Però, siccome il suo disegno di recarsi nell'Abruzzo era stato scoperto, e da ogni banda le genti del Papa e del Duca di Milano, sotto Federico da Montefeltro e Bosio ed Alessandro Sforza, accorrevano per furargli le mosse e chiudere i valichi; così, se alcuna possibilità di fornire l'impresa rimaneva tuttavia, questa soltanto consisteva nella prestezza: e appunto Iacopo Piccinino era uomo da ciò. Cominciò dal rivolgere altrove l'attenzione del nemico collo spargere la voce di voler marciare per la Toscana, e collo ordinare realmente per tutto il Casentino pane e provvigioni all'esercito. Allora fa prendere alle soldatesche i viveri sufficienti per tre di, carica sulle navi le bagaglie, le artiglierie e le genti inutili, spie

(1) Pii lI Comment. l. IV. p. 173 (Roma 1584).

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CAPITOLO QUINTO. 175

casi da Bertinoro, e camminando di gran passo varca
la Foglia e il Metauro senza un menomo intoppo.
Entrato nella Marca, intese come Federico ed Ales-
sandro, staccatisi dal resto dell'esercito della Lega,
eransi accampati a Sassoferrato a cavaliere delle due
vie per Camerino e per Loreto; chè anzi ed avevano
occupato sopra quest'ultima il passo del Cesano, e
fortificatolo con argini e traverse.
È il Cesano un fiume di piccolo corso, ma cosi
instabile di fondo, massime quando gli sopravviene
alquanto più d'acqua nello squagliarsi delle nevi,
che si ruba di sotto i piedi ai cavalli, i quali osano
tentarne il guado. Or come l'avrebbe potuto guadare
il Piccinino sotto i colpi delle ordinanze nemiche? Con-
fidò adunque tutte le sue speranze nell'industria e
nella velocità, e fece mostra d'indirizzare le schiere
a Camerino, il cui signore per causa del Malatesta
gli era favorevole. Questa falsa dimostrazione per-
suase Federico d'Urbino e Alessandro Sforza a lasciare
le rive del Cesano per riunirsi a tutto il loro eser-
cito. Allora il Piccinino, voltata fronte, avviò verso
il fiume le soldatesche, e quasi volando lo guazzò. Finse
il Malatesta, che si ritrovava nel territorio di Fano, di
bezzicarlo alla coda: i capitani della Lega, abbando-
nando Sassoferrato, si spinsero innanzi fino a Macerata.
Ma già il Piccinino con uguale celerità aveva trapassato
Fiumicino, e superato in un dì la Potenza e il Chienti,
senza pure ommettere in tanta fretta di visitare con
molta divozione la S. Casa di Loreto. Quel dì cam-
minò d'un fiato quaranta miglia per tragetti posti tra
ardue rupi ed il mare, e così angusti talora da con-
cedere appena l'adito ad uno od a due cavalli di

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