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23 febb.
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16 - PARTE QUARTA.

lerlo ». Tacevano i cortigiani, meravigliati, ancora più che paghi, di quella scena; nè senza ribrezzo stava occultamente osservandola dalle feritoie il duca Filippo Maria. Al postutto il condottiero, ormai forsennato dalla rabbia, a ben conoscere, gridò, ben conoscere il fondo dell'infame congiura: i cortigiani e gli iniqui del consiglio esserne gli autori: egli la vittima designata; ma sì per Dio! guardinsi di non aversene a pentire, e doverlo un giorno desiderare con lagrime colà, d'onde ora a torto e con sutterfugi il discacciano ». Senza più, salta a cavallo, e, come il furore lo porta, varca il Ticino, varca la Sesia, e sempre inseguito dal Lampugnano, entra in Ivrea dal conte Amedeo di Savoia. Colà caldo d'odio e di sdegno contro Filippo, contro la Corte, contro Milano, contro ogni cosa che ai Visconti appartenga, mostra a quel principe i pericoli, che gli sovrastano dalla ambizione del duca di Milano, e lo persuade della opportunità di unirsi con Venezia e Firenze, affine di opporglisi ed atterrarlo. Quindi per le alpi Pennine, evitando la Svizzera, dove a motivo della zuffa di Arbedo temeva di venire riconosciuto, si conduce a Trento, e da Trento con venti famigli arriva travestito in Venezia (1). Lietamente lo accolse il Senato, e in capo a due giorni deliberò « di condurlo con 500 lancie, e per « la sua provvisione della sua persona dargli all'anno « ducati 6000, dovendo egli tenere in casa sua cavalli « 100 a sue spese, e stia nel Friuli o in Trivigiana, o

(1) A. de Billiis, IV. 73. segg. – Joh. Simonett. II. 202. Corio, V. 639.

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- dove piacerà alla Signoria » (1). Però non appena Francesco ottiene ascolto presso i senatori, che con ogni studio li instiga a dichiarar la guerra al duca di Milano, « a ciò la necessità, a ciò il loro vantaggio doverli spingere; ben lui sapere a fondo le segrete intenzioni, le pratiche, i disegni di Filippo Maria; ben lui conoscere i lati più deboli della sua potenza; avere amici, avere seguaci nell'esercito, nella città, in Milano stessa; stare Firenze, anzi la Toscana, in un colla Romagna, colla Lombardia e con Genova o già in preda del Visconti, oppure in prossimo pericolo di cadervi: a che più attendere? che Filippo ingrossato dalle forze di tutta l'Italia soggiogata, assalti Verona, assalti Padova, e confini il nome e la bandiera di S. Marco nelle antiche lagune? » Aggiungevano peso a queste parole l'opportunità manifesta dell'impresa, e le replicate istanze dei Fiorentini; nè certo pareva lieve presagio di buona fortuna l'essersi non solo tolto al nemico un sì gran capitano, ma acquistato per Venezia. Però d'altra parte rammemoravano, « che cotesto Carmagnola medesimo, ora così arrabbiato odiatore di Filippo Maria, e stimolatore di guerra, stava poc'anzi nelle prime dignità presso Filippo istesso, di cui non erano ignote le artificiose vie. Del resto ancora al presente, ancora in Venezia non ha esso Carmagnola seco per moglie quell'Antonia, che, sebbene illegittima, è pure di sangue visconteo? » Così gli animi incerti tra somma fiducia e sommo sospetto stettersi alcun tempo peri

(1) M. Sanuto, p. 978 (R. I. S. t XXII) – A. Navagero, p. 1086 (t. XXIII). Vol. III. 2

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18 PARTE QUARTA.

tando. Se non che venne a scioglierli da ogni dubitanza la perfidia medesima di Filippo; il quale, non contento d'avere confiscato tutti gli averi del Carmagnola pel valsente di quarantamila ducati d'entrata, tentò di farlo avvelenare col mezzo di un fuoruscito milanese. Intimata pertanto la guerra, la repubblica

o" senz'altro indugio consegnò a Francesco il bastone di capitano generale (1).

III.

Diede principio alle ostilità l'acquisto repentino di 17marzo Brescia, occupata dal Carmagnola col favore di alcuni suoi partigiani. Rimanevano ancora da espugnarsi la ròcca e la parte ghibellina della città. Egli in quattro mesi d'assiduo lavoro circondolle intorno intorno di due grandi fosse, delle quali l'una lo difendesse contro gli assediati, l'altra gli servisse di riparo contro l'esercito mandato dal duca di Milano a soccorrere 2o olire la piazza; e intantochè i condottieri nemici stanno disputando dei vari mezzi di conseguire quel fine, a loro veggente se ne impadronisce. Seguitarono spontaneamente la sorte di Brescia, Salò e tutta la riviera del Benaco, con tanta prontezza sottomettendosi al Carmagnola, che il duca Filippo Maria pel sospetto di molto maggior male precipitossi a trattare un accordo coi Veneziani. Ma tosto incuorato dal generoso voto dei Milanesi, che offrirongli per la continuazione della guerra ventimila uomini pagati coi proprii denari, disdisse la parola data, e s'affrettò a mandare giù pel Po un fiorito naviglio contro Casalmaggiore (2).

(1) A. de Billiis, V. 81. – M. Sanuto, 982.
(2) P. Bracciol V. 341 (t. XX). – A. de Billiis, V. 92.

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CAPITOLO PRIMO. 19

stavano a guardia di Casalmaggiore cinquanta fanti. " .

Costoro, dopo avere respinto molto bravamente il
primo assalto, patteggiarono di rendere la terra fra
tre di, se in quell'intervallo di tempo non giungesse
ad essi verun soccorso. Ciò saputo, il provveditore
veneto mandò a Mantova a domandare aiuto al Car-
magnola, che colà stava raccogliendo armi ed armati
per la nuova guerra. Il Carmagnola, sia che riputasse
inutile l'impresa di soccorrere Casalmaggiore, sia che
la credesse temeraria, rispondeva a messi: « non ci
essere modo di arrivare a tempo: saper bene quanto
vaglia Casalmaggiore: non volere per così poca cosa
mettere tutto lo Stato a repentaglio: del resto, quando
tutto il suo esercito si troverà in punto, tre giorni ba-
steranno a ricuperarla » (1). Adunque senza contrasto
i ducali entrarono in Casalmaggiore. Di là trasferi-
rono le armi contro Brescello sull'altra sponda del
fiume, ma con ben diverso successo; imperciocchè ve-
nendovi assaliti nel medesimo tempo dalla guarnigione
e dalle genti sbarcate dalle navi della Repubblica, vi
lasciavano sotto le mura le armi, il bagaglio, il te-
soro e 1200 morti. Se non che otto giorni dipoi, quasi
per compenso, Niccolò Piccinino, che già militava ai
servigi del Visconti, rompeva sotto Gottolengo le squa-
dre venete, sparse qua e là a meriggiare per la cam-
pagna.
Questa avversità ammaestrò il Carmagnola a cin-
gere quindinnanzi gli alloggiamenti con un giro di
carri; dietro ai quali i balestrieri potessero riparare un
improvviso assalto. Ciò ordinato, traversa l'Oglio,

(1) M. Sannio, 994.

21 magg.

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20 pARTE QUARTA.

tenta Cremona, piglia il castello di Bina su quel siume,
ottiene a patti Montechiaro, e di colà, cambiata per
viaggio repentinamente direzione, giunge non aspettato
a Maclodio tre miglia discosto dall'esercito ducale. Non
mai nelle guerre d'Italia eransi vedute in così piccolo
spazio tante genti raccolte sotto tanti e si famosi con-
dottieri (1): ma i continui dispareri, per non dire
nimistà, di Francesco Sforza e di Niccolò Piccinino
ogni cosa sconvolgevano e ritardavano nell'esercitomi-
lanese. Il duca s'avvisò di recarvi sufficiente rimedio,
preponendo al governo di tutti Carlo Malatesta, per
età, per ingegno, per esperienza, infine, tranne lo
sterile pregio della nascita, per ogni altra dote in-
feriore a compagni. Ciò fu una giunta al male: po-
sciachè nè le gare vennero sopite, nè l'obbedienza
accertata.
Due vie mettevano dagli alloggiamenti milanesi a
quelli di Venezia, cui il Carmagnola, simulando paura,
aveva con grande lavoro fortificato. La più breve,
quella che i capitani più giovani intendevano di sce-
gliere per venire ad assalirlo, era una sottile lista di
terra a guisa d'argine, alquanto rilevata a destra ed
a sinistra sopra a fangose paludi impraticabili alla
cavalleria. Aggiungevasi che il Carmagnola vi aveva
nascosto nella boscaglia non pochi arcieri e bale-
strieri, e qua e là interrotto l'argine con travi e fossi.
Queste cose erano pervenute a notizia di Angelo della
Pergola e di Guido Torelli, entrambi insigni condottieri
del campo ducale; epperò consigliavano di pigliare
l'altra strada più lunga, ma più sicura. Al contrario

(1) Vedi la nota XVI.

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