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CAPITOLO SESTO, 251

dopo aver respinto oltre l'Adda Roberto Sanseverino, prese ai Veneziani alcun tratto del Veronese e Bergamasco: perlochè essi, essendosi affrettati di far pace separata col duca di Milano, questa cosa trascinò

gli altri potentati ad aderirvi. Venezia, quanto aveva '"

perduto in guerra, altrettanto racquistò nella pace
che venne stipulata a Bagnolo: bensì i minori Stati vi
restarono abbandonati, cioè il duca di Ferrara da
tutta la lega, Pier Maria de Rossi dai Veneziani, il
marchese di Mantova dal re di Napoli e dal duca di
Milano. Venne prescritto nei capitoli della pace - che
« il signor Roberto da Sanseverino rimanesse capitano
« generale di tutte le genti da cavallo e da piè di
a tutta Italia, e avesse all'anno ducati 120,000, cioè
e dal pontefice duc. 10,000, dal re Ferrando di Na-
« poli duc. 10,000, dalla signoria di Venezia duc.
a 50,000, dal duca di Milano duc. l,0,000, e da'
« Fiorentini 10,000 , (1).
Però prima di abbandonare il soggetto di questa
guerra, riputiamo opportuno di riferire un caso, dal
quale il lettore potrà argomentare con qual disordine
e rovina si governassero quegli eserciti. Mentre che
le genti della lega stavano ai quartieri di inverno sul
Cremonese, a tali eccessi di rapine e di omicidii tras-
corsero i soldati, e, ancora più dei soldati, i sacco-
manni, che fu deputato Gian Iacopo Triulzio col grado
di maestro di campo a porvi riparo sommariamente.
Questi coll'usata fierezza molti ne prese, molti ne mandò
alle forche. Ma ecco un tratto che tutta la turba

(1) Sanuto, 1233. – A. Navagero, 1190. – Machiav. VIII. 129. – P. Cyrnei, De bell. Ferrar, 1218 (t. XXI). – Corio, 867. – Ammirato, XXV. 162.

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252 PARTE QUARTA. dei saccomanni, in numero di ben 2000, si solleva, si assembra, eleggesi alcuni capi coi titoli di papa, di i vescovi, e di cardinali, e stabilisce che al grido di falcetta essi tutti debbano pigliare le armi e ferire chi si opponga. Così ordinati, sorprendono un villaggio, nè prima se ne ritirano, che carichi di preda. Accorse in traccia dei sediziosi il duca di Calabria, supremo capitano dell'esercito; ma con pericolo della vita fu costretto a sottrarsene fuggendo. Questa cosa accrebbe in guisa l'audacia e il numero dei ribelli, che il duca sarebbe partito dagli alloggiamenti e ritornato a Napoli, se il Triulzio, prendendo sopra di sè il carico di rimediare ad ogni inconveniente, non lo avesse persuaso a soffermarsi ancora tre di. Il rimedio da lui impiegato, fu quale si addice ad una plebe sfrenata; tolse di mezzo il capo dello scandalo. A tale effetto il mattino seguente, due ore innanzi la diana, essendosi recato alle tende de saccomanni, vi fece sonare la scorta: il papa uscì per vedere che fosse, e tosto fu strangolato e impeso ad un noce: la vista del suo cadavere ridusse il campo in obbedienza (1). Posate le armi in Lombardia, una nuova fonte di ». 185 sciagure scoppiò nel regno di Napoli. L'animo dubbio e feroce del re Ferdinando e di Alfonso suo primogenito duca di Calabria, le antecedenti loro crudeltà e frodi, alcune parole sfuggite dai tenebrosi loro petti, erano motivo per quei baroni di continua ansia e spavento. La pace, col rivolgere tutta l'attenzione dei dominanti sopra le cose interne dello Stato, ravvivò codesta ansia e insieme il desiderio di assicurarsi.

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(1) Rosmini, l’ita del Triulzio, l. XIV. p. 581.

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Duro castigo e meritato ai principi d'incerta fede, che essi altra alternativa non abbiano che il sospetto e la ribellione, talchè la vittoria arrechi loro tutti i danni della sconfitta, la pace tutta l'agitazione della guerra! Molte cose accendevano il coraggio dei baroni: primieramente una stretta e quasi istantanea necessità: in secondo luogo le instigazioni de Veneziani e del Papa: quindi la persuasione di tirare nel proprio partito mediante la comunanza degli interessi tutte le classi dello Stato: per ultimo la certezza di appoggiare la propria causa ad una guerra civile, offrendo la corona di Napoli sia a D. Federigo secondogenito del re, sia al duca di Lorena, nella cui persona si trovavano raccolti allora i diritti tante volte messi in campo degli Angioini. Ognuno poi di essi possedeva castella, città, vassalli, squadre, munizioni; insomma, per così dire, il nerbo della monarchia era in loro riposto. Quando il re Ferdinando domandò ai baroni, che cosa da lui pretendessero, risposergli: che chiedevano di venire dispensati dal comparire in persona nei parlamenti, e ciò per non restarvi morti, o prigioni, come già eranvi restati i loro compagni; che volevano avere la facoltà di tenere gente armata alla difesa del proprii Stati e fortezze; che il re non potesse gravare di straordinarie imposte i loro vassalli, men poi, senza pubblica e urgentissima cagione, acquartierare nei feudi loro le sue genti d'arme; infine che una volta per sempre fosse loro data licenza di andare ai servigi di qualsiasi principe, il quale non fosse in guerra aperta col re (1).

(1) Porzio, Congiura de'baroni, l. II. p. 75 (Pisa, 1818).

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Il re Ferdinando non rigettò queste istanze; anzi finse di discuterle per avanzar tempo, e seminare tra chi gliele faceva disunione e rovina. Guadagnò alcuni dei maggiori baroni con doni e promesse; guadagnò molti dei retrovassalli disobbligandoli dall'omaggio che li legava a quelli. Ciò veggendo, la rimanente nobiltà concluse, che per poco indugiasse, sarebbe stata sopraffatta separatamente; laonde più per disperazione che per saldo proposito, brandì le armi. Ma non tardò a provare quali effetti si possano attendere dalle ribellioni prive di un capo e di un fermo scopo, e dalle amicizie valutate a parole. D. Federigo, anzichè accettare l'offertagli corona, sostenne d'essere trattenuto da essi in prigione: il duca di Lorena, anzichè rifiutarla, con indugi e andirivieni mandò a male tutto il disegno di quella diversione: Firenze, Milano, e gli Orsini, i quali allora erano padroni di mezza Roma, anzichè favorire la baronia, aderironsi al re. Insomma tutte le speranze dei ribelli si restrinsero sopra la cooperazione di Roberto da Sanseverino, il quale era stato accommiatato dai Veneziani, ed assoldato dal papa con 2000 fanti e altrettanti cavalli apposta perchè li soccorresse gagliardamente. Ma il Sanseverino fu rotto in due fatti d'arme dal duca di Calabria, il quale aveva cinto Roma di assedio: perlochè quegli, non si attentando nè di abbandonare la città al nemico, nè di venire ad un ultimo esperimento per liberarla, cominciò a chiedere denari pei soldati, cappelli cardinalizii pei suoi figliuoli, e a taglieggiare e a depredare la contrada attorno. Ciò indispetti il papa gravemente contro di lui. S'aggiunse ad alienarne

PARTE QUARTA.

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affatto l'animo un artificio del duca di Calabria. Questi
mandò al Sanseverino un foglio bianco, invitandolo
a scrivervi sopra tutte le condizioni di accordo che
desiderasse. Il Sanseverino, sia che facesse daddovero,
sia che simulasse affine d'acquistare tempo ed unirsi
alle forze dei baroni napoletani, scrisse i patti che
volle. Tosto il duca fece capitare il foglio nelle mani
del pontefice, il quale, giudicando di essere tradito,
si buttò senz'altro nelle braccia del re di Napoli.
Così il Sanseverino si trovò a un tratto senza pe
cunia, senza provvigioni, senza amici, in mezzo a
gente sospetta, con un forte esercito a fronte; sic-
chè niun altro scampo gli rimanesse che una celere
ritirata (1).
Volsesi adunque a gran giornate verso il dominio
di Venezia, unica provincia dove potesse sperare
asilo e condotta. Ma non ne fu così segreta la levata,
nè così presta la marcia, che il duca di Calabria nol
sapesse, e con molto più grosso esercito non gli te-
nesse dietro. Roberto, allorchè scorse il nemico alle sue
spalle, di modo che il fuggirlo fosse impossibile, l'ar-
restarsi e combattere fosse di certa rovina, radunò le
soldatesche, palesò loro l'urgente pericolo, e le con-
fortò a separarsi, ed a pigliare ciascuno il suo partito. "
« Ora che la perfidia dei nemici e la dappocaggine
degli alleati ha strappato dalle nostre mani la vittoria,
cedasi, non agli uomini, al destino; serbisi l'animo
invitto alla vendetta ed alla fortuna, amica una volta
o l'altra dei valorosi; anzichè il duca di Calabria si
glorii d'averli vinti, esser meglio disperdersi: questo

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(1) A. di Costanzo, XX. 518.

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