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256 PARTE QUARTA.

essere il suo parere; benchè prima di darlo avrebbe preferto di uccidersi, se la necessità di vendicarsi non lo obbligasse a restare in vita. Forse la sorte in breve a nuove glorie li chiamerà: nel lasciarsi non si scordino di lui, dell'antico compagno e capitano, col quale in tante guerre, in tanti paesi hanno militato; chè se piacesse al cielo di mandargli un raggio di buona ventura, vedrebbero che i soldati di Roberto Sanseverino gli sono fratelli ». Fatte queste parole, abbracciati i caposquadra, non senza lagrime si separarono. Roberto con cento seguaci si ritrasse a furia in sicuro: de' suoi, chi qua chi là fuggendo colla celerità salvossi; chi per mano dei villani, o di fame o di stento o di ferite si morì ; altri aiutarono un Boccalino de' Gozzoni a rubellare alla Chiesa la città di Osimo ed impadronirsene: i più, essendosi aggruppati in un sito vantaggioso per sostenervi il primo impeto ostile, vennero a patti col duca di Calabria e passarono ai suoi servigi (1). Questi poi nel fervore della vittoria si assicurò affatto di quei baroni, che con falsa specie di accordo aveva disarmato, e parte di essi dopo lunghi processi mandò al supplizio, parte in oscure carceri con mille generi di tormenti martoriò e spense. Colle loro spoglie assoldò quindi i più sperimentati e potenti capitani di que'dì, come un Virginio Orsini, un Gian Iacopo Triulzio, un Prospero ed un Fabrizio Colonna, e un conte da Pitigliano (2). Così si diede a credere

(1) Ammirato, XXV. 177. – Corio, 872. – Sanuto, 1242. – Hier. de Bursellis, 906 (R. I. S. t. XXIII). – Navagero, 1195. – Porzio, cit. III. 173. – Rosmini, cit. l. IV. Doc. 42. – Baldi, Vita di Guidob., l. II, p. 68-73 (Milano 1821).

(2) A. di Costanzo, XX. 519.

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CAPITOLO SESTO. 257

d'essersi confermata la corona in testa. Sconsigliato!
che fra otto anni nello spettacolo della propria rovina
doveva apprendere qual enorme differenza passi fra
la difesa collocata nell'amorevole concorso della na-
zione, e quella fornita dal braccio venale di merce-
marii forestieri.
Frattanto Roberto Sanseverino veniva deputato dai
Veneziani a reggere la guerra insorta per cagione di
dazii e di confini tra essi e Sigismondo duca d'Au-
stria. Gli aveva la signoria stanziato cinquantamila
ducati all'anno di stipendio; egli rifiutolli per grati-
tudine; e avendo senza dimora raccolto le genti,
gettò sull'Adige un ponte di barche e traghettollo
con venticinque squadre a cavallo e quattromila fanti
al fine di campeggiare la città di Trento. Oltre
il fiume stavano i Tedeschi ordinati a battaglia, i
quali respinsero le prime schiere; ma essendo soprag-
giunto il Sanseverino, colla sua presenza ristaurava
la pugna. Durò così per qualche tempo il combatti-
mento; finchè una squadra di mille Tedeschi, sor-
tendo a furia da un agguato, risospingeva gli Italiani
verso il ponte, e questo sotto al grave peso sprofon-
dava. Restò il Sanseverino sulla riva nemica in mezzo
ai vincitori: tuttavia, anzichè arrendersi, solo, a
piè, continuò fino all'estremo a dare ed a ricevere
ferite. Il suo corpo, trovato a stento fra i monti dei
cadaveri, ebbe tosto dai Tedeschi onorata sepoltura
in Trento, e più tardi degno monumento in Milano
per cura dei suoi figliuoli (1).
Colla pace che ne seguì tra Venezia e il duca d'Au-

(1) Corio, 876. – Sanuto, 1243. – A. Navagero, 1196.

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258 PARTE QUARTA.

stria si chiuse in Italia ogni moto di guerra fino alla
calata del re di Francia Carlo viii. Immensa tela di
avvenimenti, che stanno per mutare le sorti della co-
mune patria, ci si presenta ora allo sguardo: – le
signorie di Napoli, di Milano e della Romagna atter-
rate: la fiorentina libertà rilevata e poi distrutta: le
città di Bologna, di Genova e di Perugia fatte serve:
Venezia esinanita; Spagnuoli e Francesi, Svizzeri e
Tedeschi, vinti o vincitori, premersi, inseguirsi, tor-
nare, fuggire, combattersi, allearsi e opprimer sem-
pre: alle armi antiche sottentrare affatto le moderne,

alla cavalleria i fanti, ai venturieri i nazionali: fi-
nalmente tutta l'Italia restare sottoposta ad un solo,

e spandere, come fiamma sul morire, meravigliosi

splendori di lettere e d'arti. – Nè l'animo, riguar

dando al male narrato od a quello che rimane a dirsi,

sa bene se più debba allegrarsi d'uscire da quel pe

lago, o sbigottirsi di entrare in quest'altro.

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DALLA CALATA DEL RE DI FRANCIA CARLO VIII ALLA PACE DI NOYON,

I CAPITANI
A. 1494 – 1516.

CAPITOLO PRIMO

ostato della milizia in Europa al tempo della calata del re di Francia Carlo VIII,

I. Effetti della lunga pace sopra i venturieri. Ordinamenti presi dai principi d'Italia verso di essi. Condizioni delle condotte, tanto delle soldatesche quanto dei capitani. II. Stato della cavalleria e della fanteria in Italia verso il 1494. Primo uso e qualità degli Stradiotti. III. Stato della balistica e dell'architettura militare in Italia verso il 1494. Struttura e maneggio delle bombarde. Modo di battere le piazze. Diverse specie di artiglierie. Tentativi ed invenzioni. Riforme che ne derivano nella architettura militare. IV. Storia della milizia nella Francia e nella Svizzera. Fazioni dei venturieri in Francia. Essi vanno contro gli Svizzeri. V. Prime gesta degli Svizzeri, e ordini loro militari. VI. Terribile fatto d'arme presso la riviera della Birsa tra gli Svizzeri e i venturieri francesi. Il re Carlo vii stabilisce in Francia le ordinanze degli uomini d'arme e i franchi arcieri. VII. Il re Luigi XI assolda gli Svizzeri. Loro battaglia sotto Grandson contro il duca di Borgogna. Gli Svizzeri vanno agli stipendii dei principi di Europa. Condizioni dei loro assoldamenti fino al regno di Enrico II.

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