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Dopo la calata del re Carlo vili, diventò l'Italia come una lizza comune, dove quasi tutte le milizie d'Europa accorsero a contrastarsene la supremazia. Da quel punto medesimo le compagnie di ventura cominciarono a declinare visibilmente. Prima perciò di descriverne le ultime vicende, riputiamo pregio dell'opera l'accennare brevemente e quale fosse lo stato loro in Italia verso il 1494, e quali le condizioni della milizia e presso di noi e presso quelle nazioni, che dovevano venire a mutare le nostre sorti.

I tentativi fatti da alcuni principi d'Italia per ravvivare le nazionali milizie erano stati piuttosto indizii della necessità che se ne aveva, che risultati concludenti di qualche salda instituzione. Qua e là, è vero, serbavansi tuttavia alcune vestigia delle ordinanze del contado; ma uso d'armi, disciplina, coraggio, capi, amor di patria, ogni elemento infine di una vera milizia mancava loro; perlocchè nessun buon servigio era lecito sperarne, tranne il caso di una subitanea e locale difesa (1). In conseguenza la salute degli Stati continuò a dipendere dai venturieri (2).

(1) V. più sotto, parte V. capo III. S. 5.

(2) Nel 1497 le forze del duca di Milano consistevano in 1200 uomini d'arme (cioè 200 della famiglia, 300 lancie spez

Vol. III. 16

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21,2 PARTE QUINTA.

Se non che gli otto lustri di pace o di oscura guerra, trascorsi dal trattato di Lodi alla calata dei Francesi, avevano modificato potentemente le condizioni dei mercenarii in Italia. Morti in quel giro d'anni Guido Torelli (1), Carlo da Montone, Iacopo e Francesco

zate e il rimanente camerieri, gentiluomini e capitani scelti),
500 cavalleggieri e 600 provvigionati. Due commissari gene-
rali avevano la cura degli alloggiamenti e delle paghe, della
ripartizione e riscossione delle tasse tra i sudditi, e soprain-
tendevano ai commissarii particolari delle città incaricati di
esigere dai sudditi il danaro e di somministrarlo alle soldate-
sche. V. Testamento di Ludovico il Moro p. 304 (Molini, Docum.
di St. Ital. t. I.)
(1) Guido Torelli, discendente dal famoso Salinguerra si-
gnore di Ferrara, portò le prime armi in aiuto d'Ottobuon Terzo
suo parente, per cui istanza venne investito di Guastalla nel
1406, con dritto di puro e misto imperio trasmessibile ai suoi
discendenti. Nel 1409 accompagnò Ottobuono al luogo stabi-
lito per convegno tra lui e il marchese di Ferrara: Ottobuono
vi fu ucciso da Sforza, Guido venne preso e condotto a Mode-
na. Uscito dalla cattività si collegò col suddetto marchese e
guerreggiò a suo nome in Romagna. Nel 1415 il duca Filippe
Maria Visconti lo investì di Montechiarugolo, e da quel punto
Guido Torelli dedicò tutta la sua vita al servigio di lui. Essendo
stato preposto nel 1423 al comando della flotta allestita contro
Napoli, ottenne colà in premio dalla regina molti feudi e il
titolo di primo barone della Puglia. Colà strinse amicizia con
Francesco Sforza, nè si tenne pago, finchè nol fece ricevere
ai soldi del Visconti. Nel 1428 il duca di Milano eresse Gua-
stalla e Montechiarugolo in contee e concesse a Guido il pro-
prio stemma. Nel 1431 lo creò marchese di Casei, di Cornale
e di Settimo. Nel 1432 lo elesse governatore della Valtellina,
di Bergamo e di Brescia. Nel 1441 lo nominò patrizio di Mila-
no, di Parma e di Pavia. Morto Filippo Maria, Guido, mediante
una speciale convenzione colle potenze guerreggianti, pose la
sua Guastalla al sicuro da ogni affronto: tuttavia mandò il

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Piccinini, Bartolomeo Colleoni, Tiberto Brandolini, Roberto e Sigismondo Malatesta, Costanzo, Francesco ed Alessandro Sforza, Federico da Montefeltro, Roberto da Sanseverino, Carlo Gonzaga, Guglielmo di Monferrato, e Ghiberto da Correggio; spenti i Caldoresi e gli altri gran vassalli e capitani del regno di Napoli; abbassati i più famosi cooperatori della potenza sforzesca; quasi niun altro condottiero sorse in quell'intervallo a rinfrescare la gloria delle armi. Laonde quella schiatta di capitani, che dalla guerra unicamente ricavavano i modi di sostentarsi, quasi affatto scomparve. Rimasero in piè solo quei pochi, ai quali gli ampii dominii aviti permettevano di mantenere a proprie spese un certo novero di seguaci. Da ciò provennero due effetti. Il primo fu, che le compagnie comandate da codesti capitani erano molto piccole; sicchè avresti veduto tal gentiluomo o principe capitanare a stento una banda di cento o

figliuolo in soccorso di Francesco Sforza. Morì di settant'anni, l'otto di luglio 1449. Il suo corpo venne deposto in Mantova, nella chiesa di S. Francesco, nei sepolcri dei suoi maggiori. Lasciò a Guastalla qualche utile istituzione, e fondò la fortezza di Montechiarugolo. Nel 1547 tutte le parti della contea di Guastalla passarono dalle mani dei Torelli in quelle di D. Ferrante Gonzaga e dei suoi eredi. Continuarono i Torelli a reggere Montechiarugolo. Nel 1594 Ranuccio II Farnese duca di Parma e Piacenza li accusò di tradimento, e fra i supplizii li disperse. Solo un Giuseppe Salinguerra di tenera età, quasi per miracolo, fu trafugato in Polonia. Cresciutovi, cambiò il cognome paterno de Torelli in quello di Cioleck. In capo a quattro generazioni, da costui discese quello Stanislao che fu l'ultimo re di Polonia. V. Affò, Storia di Guastalla. Art de verifier les dates passim. 2l, la PARTE QUINTA.

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di cencinquanta cavalli, il quale un secolo addietro
ne avrebbe guidato due o tre migliaia.
Il secondo effetto fu, che i principi s'avvezzarono
ad assoldare a parte a parte i venturieri, sotto il
nome di lancie spezzate e di provvigionati, ed a riu-
nirli sotto capi da loro medesimi nominati; epperciò
potevano con molto maggiore facilità maneggiarli, e
con molto più severe leggi tenerli in freno (1).
Restaci infatti il codice militare degli stipendiarii
promulgato nel gennaio del 1492 da Astorre III dei
Manfredi signore di Faenza (2). In esso già viene proi-
bita alle soldatesche qualsiasi richiesta di mese com-
piuto, di paga doppia, ovvero di emenda dei cavalli
morti, perduti o guasti: le pene già cominciano ad
essere personali, quando cent'anni innanzi (allorchè
si militava in conseguenza di un contratto formale)
queste erano poche nella legge, e quasi nulle nella
esecuzione: le soldatesche non possono escire di
città senza ottenerne licenza, e dare malleveria del
ritorno; standone fuori oltre il tempo conceduto loro,
perdono la paga. Nel medesimo codice è pur anche
intimata grave pena personale e pecuniaria a chiun-
que cospirasse o facesse compagnia, e stabilito l'ul-
timo supplizio al soldato che arruolasse gente, e la
conducesse fuori del dominio. Finita la ferma, dove-
vano i soldati guarentire di non uscire da Faenza
prima della grida solenne: fatta cotesta grida, col

(1) «La famiglia d'arme et lancie spezate non volemo pos« sano essere diminuite del numero... nè datone parte alcuna «ad conducteri. . . . et cossì li cavalleggeri et provisionati, « quali lassamo sotto il nome nostro....» Testam. di Ludov. cit.

(2) Statut Faventin. p. 772 segg. (Rer. Favent. Script.).

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residuo delle paghe soddisfacevasi ai loro creditori: quindi i magistrati obbligavano le schiere a giurare di non portare le armi contro il principe, e le mandavano con Dio. Nel caso che alcuno fosse partito prima della grida, doveva, giusta il prescritto della legge, venir dipinto per traditore e bandito

nella persona, e il suo mallevadore doveva venire condannato a pagare al fisco tutto il prezzo della sua condotta. | S'erano pur anco, sia per effetto della consuetu- so dine, sia per disposizione dei principi, stabilite al- | | | i cune norme generali intorno ai modi ed ai patti di condurre a stipendio le genti da guerra. Gli uomini d'arme conducevansi a lancie: ogni lancia compren- i deva tre persone, cioè un capolancia o caporale, un i i cavalcatore e un ragazzo, e tre cavalli, cioè un destriero o capolancia, un corsiero e un ronzino. I fanti i venivano assoldati a bandiere. Una bandiera comprendeva solitamente due caporali, due ragazzi, i i dieci balestrieri, nove palvesai e una paga morta; i sotto il qual nome s'intendevano i servitori del ca- s pitano della bandiera od altra gente inutile, che tut- i i tavia per suo vantaggio gli veniva valutata, come se i i effettivamente militasse. Le armi di ciascun soldato, si l sia a piè sia a cavallo, erano determinate (1). La con- i dotta (se patto speciale non la regolava altrimenti) l durava otto mesi, quattro di ferma, quattro di beneplacito. La paga di una lancia era dodici fiorini al s l mese (l. 14li valore in metallo, circa), quella di un e o : i o il (1) Intorno la composizione d'una bandiera di fanti, nei secoli XIV e XV, vedasi la nota XXII. i | | | | i | | | | | | | e f o

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