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506 PARTE QUINTA.

coll'esempio non avesse riordinato e raffrenato le altre schiere. Rituffati gli Italiani nel Taro, il re si asfrettò a raggiungere il suo antiguardo, dove Camillo Vitelli, e il Secco, e il Triulzio facevano caldissima istanza di proseguire la vittoria e compierla affatto col rivalicare il fiume, ed assalire il campo dei nemici sparsi e sbigottiti. Passò di questa guisa la giornata al Taro, perduta dagli Italiani per la perizia militare di altri Italiani, per la rapacità e la indisciplina delle proprie soldatesche, per avere sminuzzato in troppe parti l'esercito, per non avere saputo servirsi con profitto delle artiglierie, e soprattutto (non vuolsi dissimularlo) per la contrarietà della fortuna; posciachè, se il fiume non avesse messo quegli ostacoli, che mise, al passaggio delle squadre di riserbo, o se Rodolfo Gonzaga avesse potuto chiamarle a tempo opportuno, è molto probabile che la battaglia avrebbe avuto un esito assai differente. Però la dissi perduta; ancorchè i Veneziani, allegando in contrario l'acquisto delle salmerie nemiche, se ne gloriassero come di vittoria, ed innalzassero per commemorazione di essa in quel luogo una cappella, e promuovessero il marchese dal grado di governatore a quello di capitano generale. Ma gli Italiani si erano uniti in lega ed erano venuti a battaglia per impedire il ritorno ai Francesi; ora essendosi ritirati non solo senza aver conseguito il loro intento, ma con molto maggior numero di morti e con molto maggiore paura, vinti furono a infamia di loro stessi, che avevano due o tre volte più gente del nemico. Durò il fatto d'arme un'ora, cioè un quarto d'ora

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nella mischia, e tre quarti nella ritirata; la quale fu resa sanguinosa dal furore dei Francesi, che gridando l'uno all'altro: Ricordatevi di Guinegate! (avevano eglino perduto alcunanno innanzi nel luogo di tal nome una battaglia per la troppa smania di bottinare) non davano quartiere; anzi non così tosto un uomo d'arme italiano era caduto, che tre o quattro dei loro valletti gli si scagliavano addosso colle scuri a fracassargli maglie ed ossa. Così 5500 soldati della Lega vi restarono uccisi. Fu tra costoro Gian Iacopo, postumo rampollo dei Piccinini. A Bernardino da Montone, che ultimo e quasi morto fu portato via dalla zuffa, il Senato di Venezia accrebbe il grado e lo stipendio (1).

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riir - si - a il i o " i 508 PARTE QUINTA. i l l la superiorità delle sue artiglierie, infine la inaspet- o tata clemenza della stagione, furono i veri mezzi che - - riunì Iddio per appianargli in modo straordinario la " i l i via dalle Alpi a Napoli. Dalla sua calata insino alla ii i i | o l s l battaglia di Fornuovo sarebbe assurdo fare alcuna l l l i comparazione di valore fra Italiani e Francesi, non si vi essendo stata di mezzo nè anco una scaramuccia ; " o i a Fornuovo non tanto la individuale bravura, quanto , A i l la disciplina e la fortuna degli invasori riportarono ! vittoria della sfrenatezza degli Stradietti e del mal inti ri il - - dirizzo degli Italiani. Pur quella era l'ultima battao o, i i o glia, che il corpo degli Stati di Italia, contro a uno i l straniero, ingaggiasse; la qual sorte due sole volte i , f; ; - in tanti secoli le occorse. E per vero dire, come a i l i - ; Legnano trionfando dell'imperatore Federico Barba! . o i l rossa aveva acquistato libertà e indipendenza, a Fori li i i l . nuovo non vincendo il re di Francia riperdeva l'una i l so - e l'altra, per adorare sette lustri appresso nell'impe- r ratore Carlo v l'arbitro suo. i IV l Non piccolo lievito a nuove discordie ed invasioni i l e sciagure aveva lasciato in Italia Carlo vili nel suo - l i, i i i dipartirsene. Digià Firenze, deliberata a impiegarvi è i tutto il suo potere, aveva cominciato guerra contro , o ai Pisani, i quali, come dicemmo, le si erano ribellati i sotto i francesi auspicii; guerra rovinosa agli uni ed i agli altri, guerra per iscopo, per mezzi, per ogni i altro accidente miserabile. Combattevano per Firenze o Ranuccio da Marciano, Paolo e Vitellozzo Vitelli, e i - Francesco Secco; militavano per Pisa, insieme cogli - - aiuti mandati dal duca di Milano e dai Veneziani, e - - r - - -

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con qualche nerbo di Tedeschi, Lucio Malvezzi, Lu-
dovico Mirandola, Gianpaolo Manfrone e Soncino
Benzoni, tutti condottieri fra gli Italiani di qualche
nome e potenza. Però intanto che in oscure fazioni
si consumavano le loro forze e si moltiplicavano gli
sdegni con pregiudizio non meno dei vincitori che
dei vinti, un fiero turbine si addensava nell'Umbria
sopra Firenze.
Avevano preparato questo turbine gli Stati della
Lega italiana per deprimere e punire in lei la sover-
chia affezione verso la Francia: Piero de' Medici, già
signore, ora fuoruscito della patria sua, dirigeva la
trama, e ne doveva essere strumento Virginio Orsini,
che, fuggitosi anch'egli durante la battaglia di For-
nuovo dal campo francese, aveva molto lietamente ab-
bracciato l'occasione di raccogliersi attorno coll'altrui
pecunia gli antichi suoi soldati e partigiani. Lusinga-
vansi poi i congiurati, che Giovanni Bentivoglio da
Bologna, Catterina Sforza da Imola e da Forlì, ed i
Baglioni da Perugia avrebbero mosso guerra alla re-
pubblica: al che, quando per avventura si fosse ag-
giunta, come credevasi, la sollevazione di Cortona, e
quando Siena, giusta l'intesa, avesse pigliato le armi
per riacquistare Montepulciano, e Pisa si fosse mo-
strata alquanto viva nella propria difesa, poca spe-
ranza di salute sarebbe rimasta ai Fiorentini. Con tutto
ciò l'impresa ebbe il fine, che per solito arriva ai con-
sigli troppo complicati. Virginio Orsini, dopo avere
invano oppugnato la terra di Gualdo, e atteso nei
territorii di Perugia e di Siena lo scoppio di tutti i
maneggi, con mille tra uomini d'arme e cavalleggeri
si rivolse verso l'Abruzzo in servigio del re di

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510 PARTE QUINTA.

Francia; e tosto gli tennero dietro pel medesimo ef

fetto colle loro genti Paolo e Camillo Vitelli (1).
Erano in questo mezzo le cose dei Francesi nel re-

A. 1496 gno di Napoli precipitate a manifesta rovina. Partito

Carlo vuiI, il buon re Ferdinando era stato accolto a
Napoli in trionfo, e incontanente aveva posto mano a
sottomettere ad una ad una le provincie perdute. Nè
fu piccolo augumento alla sua causa il ritorno di Pro-
spero e di Fabrizio Colonna. Costoro erano stati dei
primi ad entrare nel servigio dei Francesi: i soverchi
premii impartiti loro dal re Carlo viii, furono a quel
che parve, incentivo ad abbandonarlo, sia che eglino
non sapessero più qual guiderdone aspettarne, sia che
coll'unirsi al vincitore credesser di conservare meglio
i doni ricevuti dal vinto. Ravvivò alquanto le cose dei
Francesi l'arrivo di Virginio Orsini e dei Vitelli nella
Puglia; dove entrambi gli eserciti accorsero per ri-
scuotere la gabella dei pascoli, sicchè in pochi giorni
tra una parte e l'altra distrussero con leggerissimo
vantaggio proprio seicentomila capi di bestiame mi-
nuto e duecentomila di grosso. Del resto la guerra
continuò senza venire segnalata da altro che dalle mi-
serie dei popoli. Bensì stimiamo degno di particolare
menzione il generoso eccidio di 700 fanti tedeschi.
Conducevali un capitano Eberlino dalla città di
Troia a quella di Lucera; quand'ecco a mezza via
affacciarsi la schiera di Camillo Vitelli, trascorsa in-
manzi all'esercito francese. I Tedeschi, non potendo
retrocedere, anzichè arrendersi, si ordinarono in cer-
chio colle picche e cogli archibusi, e si avanzarono

(1) Guicciard. l. III. p. 16-25. – Giovio, Ist., IV. 165.

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