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CAPITOLO TERZO. 551

con soli dieci cavalli fuggi sopra il territorio di
Siena (1).
Ma non per ciò s'abbandonava egli d'animo. In
pochi giorni tra di soldati fuggiti, tra di venturieri
racimolati alla meglio negli Stati della Chiesa, rifece
la sua compagnia, e tornò a sventolare la sua insegna.
Due anni appresso insieme con Niccolò Orsini conte
da Pitigliano, si conduceva agli stipendii di Venezia,
e in breve con nobilissime vittorie compensava ab-
bondantemente la vergogna della disfatta riportata
alla Torre di S. Vincenzo.
Era la repubblica veneziana in guerra con Massi-
miliano re dei Romani; e, non ostante la rigidezza
dell'inverno, si erano le costui soldatesche calate nella
valle di Cadore. L'Alviano non si tosto ne ebbe no-

(1) Nardi, Vita di Antonio Giacomini. – Ammirato, XXVIII. 279. – Guicciard. VI. 156.

Il Buonaccorsi (Diario, p. 114) ne lasciò la nota delle genti messe in campo in questa occasione da una parte e dall'altra. Erano fra gli assalitori: Bartolomeo d'Alviano con uomini d'arme 70. Chiappino Vitelli con uomini d'arme 35. Gian Corrado Orsini con uomini d'arme 30. Giambattista da Stabbia con uomini d'arme 20. Signor Stefano da Montone con uomini d'arme 20. Troilo Orsini con uomini d'arme 15. Pasqualino da Piombino con cavalleggieri 80. Scoppiettieri a cavallo 20. Lancie spezzate 50. Stradiotti 20. Scoppiettieri a piedi divisi sotto due capi 15. Fanti sotto due capi 500.

Nel campo fiorentino si trovavano: Marcantonio Colonna con uomini d'arme 60. Iacopo Savello con uomini d'arme 40. Annibale Bentivoglio con uomini d'arme 60. Lancie spezzate 20. Cavalleggieri balestrieri del signor Marcantonio Colonna 20. Balestrieri di mess. Annibale Bentivoglio 20. Cavalleggieri di Iacopo Savello 20. Mess. Malatesta da Cesena con cavalleggieri 60. Cavalleggieri di Paolo da Parrano 40. Ercole Bentivoglio governatore con cavalleggieri 500. Fanti 800.

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552 PARTE QUINTA.

vella, radunò i suoi, e con meravigliosa prestezza

" superò quei gioghi carichi di neve. Presso Cadore
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sostò alquanto per aspettare le fanterie che erano ri-
maste addietro; allora col favore soprattutto della
popolazione divotissima ai Veneziani occupò tutti i
passi della valle. I Tedeschi, fatto di se stessi un globo
e messevi in mezzo le donne ed i figliuoli, si avan-
zarono a battaglia; e più combattendo per desiderio
di morire che per speranza di vincere, mille vi re-
starono uccisi, gli altri tutti prigionieri. In conse-
guenza di codesta vittoria l'Alviano sottometteva alla
repubblica Portonavone, Cremonsa, Gorizia, Trieste,
Fiume e Pordenone, e le procacciava vantaggiosissime
condizioni di pace. Venezia ricompensollo, accoglien-
dolo in città trionfalmente nel bucintoro, raddoppian-
dogli lo stipendio, concedendogli la condotta di mille
cavalli, e donandogli tutte le artiglierie prese al
nemico (1).
Frattanto i Fiorentini, inanimiti dalla vittoria ri-
portata alla Torre di s. Vincenzo, si erano voltati
con novello ardore alla oppugnazione di Pisa. Rotto
il muro, un colonnello di fanti (così chiamavano al-
lora una schiera di circa mille uomini a piedi ) fu
designato dalla sorte a montare all'assalto. Ma ben-
chè fossero a terra ben 156 braccia di muraglia, non
autorità, non prego dei capitani, non senso di onore
proprio o comune della italiana milizia, valsero a
spingere innanzi i vituperati. Tornossi perciò di

os" nuovo al guasto ed alla ossidione, finchè, dopo avere
1509

(1) Bembo, Storia Venez. I.VII. p. 38-44 (Milano 1809) – Guicciard. VII. 277.

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sofferto quanto umanamente soffrire si poteva, la sventurata città si arrese per fame. Durò la difesa 17 anni; nè insomma si seppe, se in tanta continuazione di guerra fosse stata più miracolosa la costanza degli assediati o la ignavia degli assediatori. (1)

Una novità segnò codesto assedio nella storia d'Italia, e fu la restaurazione delle milizie nazionali nel dominio fiorentino.

VI.

A due servigi militari adoperavansi in Italia i sudditi nel XIv e xv secolo. Il primo, interno e perpetuo non meno in guerra che in pace, era quello delle guardie e delle scaraguardie ossia pattuglie notturne. Questo servigio imponevasi nelle grosse terre. Gli abitanti delle piccole terre non erano tenuti a fare nè le guardie, nè le pattuglie: bensì quattro o cinque provvigionati ne custodivano la rocca, pronti a difenderla, in caso di repentino assalto, quanto tempo bastasse a ricevere soccorso dai vicini siti. In contraccambio gli abitatori venivano chiamati a vettureggiare le artiglierie, condurre i viveri, trasportare le bagaglie, preparare le vie, fare le spianate, lavorare le trincee, o affatto senz'armi o leggermente armati. Questo era il secondo dei servigi accennati, e tutto ciò si ricava specialmente dall'editto del 1556 di Galeazzo Visconti altrove citato (2).

Cresciuto l'uso e l'importanza delle artiglierie, e per

(1) Machiav. Spediz. al campo contro Pisa, 718-720.772-785. - Guicciard. VIII. 306. 359. – Nardi, Vita del Giacomini. (2) V. sopra, parte II. cap. IV. S. I.

Vol. III. 23

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l i i - . o i l l a a 355l, PARTE QUINTA. i conseguenza dei fanti, pensossia impiegare cotal gente ri eziandio per combattere a piè. Sorse allora la milizia ol e dei comandati. Era essa subitaria e temporanea: chè i ge: un comando del principe o dei magistrati la convo- l . cava e scioglieva. Infatti, manifestavasi egli un nemico a presso ad una frontiera? E tosto il commissario im- o. poneva, o, come allora dicevasi, comandava un uomo tos per casa, preponeva a tutti alcuni conestabili assoldati, il se e li inviava ai luoghi minacciati. In caso di vero er pericolo mandavansi bande di mercenarii a rafforzare si e la difesa (1). In simil guisa imponevansi le giornate o e (1) I seguenti passi faranno meglio conoscere il valore del o il vocabolo militare comandati, sul quale si tacciono i nostri s: migliori storici e filologi. o V «Aumentava quanto poteva le genti sue di fanti pagati e comandati». Guicciard. XVIII. 188. suo Narra il Machiavelli, che il Valentino un dì gli diceva «Non oie « voglio che i Fiorentini facciano altro che mandare in quei «luoghi finitimi a Castello 50 o 60 cavalli, 300 o 400 coman- , « dati, farvi tirare due pezzi d'artiglieria, comandare in quei il « luoghi un uomo per casa, far fare mostre e simili cose.... » il (Legaz. al Valentino, lett. VIII. p. 406). e «Una parte de lavoranti (nell'assedio di Brescia del 1448) si lo « pagava ogni giorno a denari; un'altra parte si comandava per ti « le quadre sul computo. Tutti i bifolchi conducevano il letame oa, «a ripari». (Crist. da Soldo, Ist. Bresciana, p. 854. R. I. S. t. XXI). oi, Così il Dati, non senza qualche esagerazione, descriveva al o i verso il 1400 questa milizia appo i Fiorentini «A certi casi , i « subiti di bisogno.... si ricorre agli uomini delle terre dei n il l « Fiorentini e del contado, con un ordine certo, che sta sempre l « fermo, che in uno di ciascuno il sa, e infra due di ciascuno it « è con sue armi al luogo ordinato: e questo ordine è per « provincie e contrade con numeri di capo-dieci e capi di « cento e di mille; e ogni volta che bisogna sono presti in due olti « dì al servigio del Comune con loro arme cento migliaia di ; i

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di lavoro pei pubblici e civili servigi, come del risarcire
le strade ed i ponti, e si designavano col nome di
comandate: il qual nome, spogliato poi affatto della
primitiva sua indole militare, fino a noi pervenne in-
sieme colle deboli vestigia dell'antico diritto muni-
cipale.
Ma codesti comandati tumultuariamente raccolti,
non mai esercitati alle armi, non mossi da sentimento
di onore, erano di troppo lieve compenso alla man-
canza delle fanterie nazionali. Cercarono di provve-
dere a tal difetto le città di Firenze, di Orvieto e di
Venezia, quelle verso il 1550 coll'instituzione dei ba-
lestrieri del contado (1); questa molto più tardi collo
ordinamento delle cerne, delle quali fra poco terremo
discorso. Nel 1479 pensò pure di sopperirvi il mar-
chese Ercole d'Este: a tale effetto fece descrivere
nelle città e nei territorii di Reggio e di Modena ogni
uomo atto alle armi; quindi scelse fra tutti i descritti 500
de più idonei; imprestò a ciascun di essi una corazzi-
na, e stabilì loro una piccola paga al mese, affinchè si
tenessero pronti per qualsiasi caso di guerra (2). Però,
sia a motivo della pace che irruggini le instituzioni
« uomini a piè; dei quali una gran parte lavorano le terre;
«tutti sono pratichi; poichè del continuo se ne servono alle
«armi, chi a lanciare, chi a balestrare, e chi a una cosa e chi
«a un altra. E in quel tempo che il Comune li adopera in siffatti
«bisogni, li provvede da vivere, e ancora è dato a ciascuno
«ogni di certo pregio, come guadagnerebbe a lavorare ». Cron.
. 37.
p (1) M. Villani, Cron. di Firenze, l. VI c. LXXI. LXXII. –
Cron. d'Orvieto, p. 687 (R. I. S. t. XV). E vedi la nostra Mem.
sulla milizia dei Comuni, S. 27 (Mem. dell'Accad. di Torino,

serie II. t. II).
(2) Diar. Parmense, p. 300 (R. I. S. t. XXII).

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