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pieno di ferite stava per risalire a cavallo, fu fatto prigioniero, e la battaglia si mutò in fuga. Fuggì la cavalleria veneta quasi intatta presso il Pitigliano; rimasero sul campo 8000 fanti, e fra essi quasi tutti quelli che Naldo e Vincenzo da Brisighella, scacciati dalla patria dal furore di parte, avevano riunito tre lustri avanti, e con gran lode guidato in molti combattimenti (1). L'Alviano fu tosto condotto dinanzi al re, il quale, siccome sapeva di certe bravate da lui fatte, così, dopo averlo benignamente ricevuto, - Capitano, gli disse, voi siete nostro prigioniero; secondo le parole che poco fa di voi ci furono riferite, voi credevate che la cosa succedesse al contrario; ma per nostra Donna, voi non ci uscirete di mano mai più ». E quanto gli disse, tanto, finchè stette nemico ai Veneziani, fedelmente gli attenne (2). Smarriti dall'inopinata sciagura, e da celeri progressi del vincitori, i veneti patrizii sia per placare con pronta obbedienza la Lega, sia per levare nei sudditi il pericolo delle ribellioni, sia per salvare le private possessioni di terra ferma, sia per avere il

(1) È Brisighella una piccola terra in val di Lamone nel territorio Faentino. I Veneziani, allorchè diedero forma alle proprie cerne, imitarono non solo gli ordini di coteste fanterie, ma eziandio il colore delle casacche, le quali erano dimezzate a rosso e bianco. Navagero, p. 1207. – Ammirato, XXVII. 251. – Machiav. Frammenti storici, p. 140. 148-150.

(2) Da Porto, Lett. istor. p. 39 – Mém. de Bayard ch. XXIX. p. 271 (t. XV. ap. Petitot). – P. Giustiniani, Ist. Venez. l. XI. 430 (Venezia 1671) – Mém. de la Trémouille, ch. XXI. 458. – Guicciard. VIII. 330. – Bembo, VII. 90. – Nardi, Storie, IV. 206. – Fr. Belcarii, Comment. XI. 317. – A. Mocenici, Bell. Cameracense, l. I. – Prato, St. di Milano, p. 274 (Archiv. stor. t. III).

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572 PARTE QUINTA.

vantaggio di fare volontariamente ciò che stimavano necessario e irrimediabile, sia infine per tutte queste cagioni insieme, sciolsero dal giuramento le città del dominio, e ridussero i loro sforzi alla difesa della laguna. Pure pochi mesi innanzi codesto medesimo senato aveva eccitato grave sospetto di aspirare alla signoria di tutta l'Italia! Per gran ventura l'ignavia dei confederati permise ai Veneziani di riacquistare Padova e Treviso; e il riacquisto di queste due città risollevò i loro animi a difenderle a tutto potere. Messo perciò in Padova tutto l'esercito del Pitigliano, il doge Loredano confortò i senatori ad accorrervi a propugnarla in persona: « non essere, sclamava, deliberazione degna dell'antica fama e gloria del nome veneziano, che da noi sia commessa intieramente la salute pubblica, e l'onore, e la vita di noi stessi e delle mogli e dei figliuoli nostri alla bravura ed alla fede d'uomini forestieri a soldo, e che non corriamo noi spontaneamente e popolarmente a difenderla con i petti e con le braccianostre ». Le calde parole del magnanimo principe, sostenute dall'esempio dei due suoi figliuoli, condussero unanimemente la nobiltà veneziana alla risoluzione di recarsi all'esercito; la quale risoluzione, se fosse stata seguitata prima, avrebbe forse procurato alla repubblica, non che scampo, vittoria (1). Adunque tutta la speranza e tutto lo sforzo dei Veneziani si ridusse nella difesa di Padova; e quivi in breve si richiusero 12,000 fanti eletti sotto il governo di Dionigi figliuolo di Naldo da Brisighella, dello Zitolo

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da Perugia, di un Lattanzio da Bergamo, e di un Sancoccio da Spoleto, i quali condottieri avevano cominciato a rimettere in onore la milizia a piedi. Vi furono pure introdotti 10,000 tra Schiavoni, Greci e Albanesi delle ciurme, 600 uomini d'arme, 1500 Stradiotti, e altrettanti cavalleggeri. Questi erano retti da un Leonardo da Prato, già cavaliere gerosolimitano, quindi corsaro, poscia condottiero nelle guerre di Napoli: alfine, essendosi testè recato a Venezia, aveva profferto se stesso e una somma di 5000 ducati in servigio dello Stato, ed aveva ottenuto quella condotta (1). Comandava a tutta codesta gente con suprema autorità il Pitigliano, cattivo capitano in aperta campagna e nelle arrischiate fazioni, ottimo nella difesa delle terre, e in tutte quelle imprese, a compier le quali fosse uopo specialmente di prudenza e di fermezza. Cominciò egli dal pigliare in piazza da tutte le soldatesche un solenne giuramento di fedeltà; quindi colla solita accuratezza le dispose alle guardie dei siti. Bentosto sopravvenne in persona ad assediare la città Massimiliano re dei Romani, accompagnato da cento e più migliaia di combattenti, e da cento e sei pezzi di artiglieria. Ma sia per l'imperfetto maneggio di questa, sia per la bravura dei difensori, sia per la mala intelligenza che passava nell'esercito assediante tra i cavalli e i fanti, e tra i Francesi ed i Tedeschi, tutto cotesto apparato di guerra, il maggiore che l'Italia avesse veduto dal Barbarossa in poi, svanì appiè delle mura di Padova. Dopo quaranta giorni d'inutili co

(1) Da Porto, Lett. ist. p. 88.

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A. 1540 leanza del papa Giulio II, il quale, siccome aveva

coll'aiuto della Lega ricuperato alla Chiesa le città
di Cervia e di Ravenna, così pensò coll'aiuto di
Venezia di insignorirsi di Modena e di Ferrara, e
quindi liberare affatto l'Italia dalla forza straniera.
Fu pertanto di comune concerto risoluto di uscire in
campagna. A tale effetto venne creato governatore
generale dell'esercito Lucio Malvezzi, e capo di tutte
le fanterie Renzo da Ceri di casa Orsina, a cui testè
per ispecialissimo favore aveva la repubblica concesso
la facoltà di armare le genti della sua compagnia
colle armi che si serbavano nel pubblico arsenale.
I capitani veneti non volevano nè cedere al nemico,
nè venire a battaglia; perciò trincieraronsi nel luogo
delle Brentelle tre miglia presso Padova, nel qualluogo
molti argini e tre fiumi formavano un naturale schermo
ed ai loro alloggiamenti ed alla vicina città. Ma nol
facevano già agli abitanti di Vicenza, i quali spon-
taneamente erano ritornati alla divozione di Venezia:
sicchè al primo avvicinarsi degli stranieri, abbando-
nata la patria, chi quà, chi là colle famiglie e colle
robe più preziose cercarono salute. I più si ridussero

(1) Bembo, X. 247. – Mem. de Bayard ch. XXXII. 280 (Petitot, Collect. de mémoires).

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in certe grotte dette i covoli, scavate parte dalla na-
tura, parte dalla mano degli uomini affine di estrarne
pietre, nei monti che stanno a cavaliere della città.
Hanno coteste grotte comunemente la bocca stretta
a guisa di porta: ma poi a misura che dentro vi ti
inoltri, le vedi allargarsi, e quasi foggiate per mano
di scultore riscontri vaste sale, e folti colonnati, e
tremuli zampilli, e in seno alla terra limpidissimi
laghetti. Alcune hanno altresì il pregio di non so
qual vento freschissimo, che fuori ne sorte a certe
ore della giornata: in parecchi luoghi chiamasi l'ora;
ai paesani giova per conservare meglio il vino.
Già nelle guerre precedenti si erano i Tedeschi
serviti di cani, che andavano al fiuto rintracciando
per le biade e per le spelonche i fanciulli e le donne
nascoste (1): ora toccò ai venturieri piccardi la volta
di mettere a prova la loro crudeltà. Mille e più Vi-
centini eransi ricoverati nel covolo di Mussano: e il
covolo di Mussano fu teatro di orribile misfatto. I
venturieri, dopo avere invano esperimentato di in-
trodurvisi a viva forza, chiusero la bocca dell'antro
con tronchi e frondi, e vi apposero il fuoco: quindi
aggiungono senza indugio legna a legna, e fiamme a
fiamme, sicchè in breve il vasto incendio occupa tutta
l'entrata. Mescolato al crepitio delle fiamme ed allo
schiamazzare dei soldati, un cupo gemito, a guisa di
ruggito, echeggiò per qualche tempo dalle viscere
della montagna: poi lentamente affievolendosi cessò.
Allora, quetate le fiamme, e sgombrato l'adito;
i Piccardi desiderosi di preda precipitaronsi entro

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