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586 PARTE QUINTA.

nendo spalancate le porte, nè coprendo la breccia di altro che di un lenzuolo, mostravano fare nessun conto degli assalti dell'esercito francese trincierato sotto la città. In conclusione il signore della Tremouille, sia intimorito dall'imminente arrivo di altri Svizzeri, sia allettato dalla speranza di ottenere colle trattative da lontano ciò che davvicino a viva forza non poteva conseguire, rimosse le schiere dalle mura, e le accampò nel sito detto la Riotta. Sciolta era adunque Novara dall'assedio, e le genti che dovevano arrivare il domane sotto un capitano Altosasso erano per accrescere di sorta le forze degli Svizzeri in Lombardia , che certamente i Francesi avrebbero senz'altra resistenza ceduto loro tutto il ducato. Ma il vincere in tal guisa parve viltà al Mottino, che era uno dei principali capitani degli Svizzeri chiusi in Novara. Perciò, li convoca in piazza, e rappresenta loro essere troppo indegno di dividere con altri la gloria e l'utile della vittoria: « Forsechè essi hanno bisogno di un secondo esercito per rompere affatto i Lanzi ed i Francesi tante volte sconfitti? Che dirà il mondo, quando vegga che gli Svizzeri si uniscono a due tanti per sopraffare la ribaldaglia tedesca? Si faccia toccar con mano una volta, che gli Svizzeri molti o pochi vincono sempre, quando vogliono vincere: si mostri alla Francia la bella difesa che saranno per fare alle sue artiglierie cotesti Lanzi da lei con tante smancerie condotti a soldo. Per me, torrei di essere morto, anzichè l'Altosasso arrivando mirasse Francesi e Tedeschi accampati sotto mura difese dalla nazione Svizzera. »

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Un tuono di ferocissime voci approvò l'audace o"

proposta: in un lampo armi ed armati son pronti,
ned è varcata ancora la mezzanotte, che gli Svizzeri,
pochi contro molti, senza cavalli, senza artiglierie,
senza necessità che a tanto rischio li spinga, escono
in gran silenzio di Novara, e si avviano in ordine di
battaglia verso gli alloggiamenti francesi. Si era con-
certato fra i capitani, che settemila di essi si sca-
gliassero di repente sopra le artiglierie guardate dai
Lanzi, ed i tremila restanti colle picche alte tenes-
sero in rispetto gli uomini d'arme. Tra il buio inter-
rotto solo dal fosco chiarore delle cannonate, furioso
fu l'assalto, furiosa la resistenza dei Tedeschi, che
robusti corpi a robusti corpi e tremende ire a tre-
mende contrapposero. Alfine, essendo state prese
dagli Svizzeri le artiglierie e rivolte contro chi le di-
fendeva, non fu più il campo della Riotta che una
confusa scena di fuga e strage. La cavalleria, non pur
tentata la sorte delle armi, riparò con vergogna oltre
la Sesia.
Morirono dei vincitori 1500 uomini, dei vinti 10,000;
e la costoro carnificina sarebbe stata molto maggiore,
se gli Svizzeri avessero avuto cavalli per inseguirli.
Verso la fine della battaglia sopraggiunse l'Altosasso,
coperto la persona di una pelle di lupo, ed orrido
in vista per lunga e ferina barba: ma già i nemici
erano spariti; perlocchè urlando e strappandosi i peli
ritornava addietro, maledicendo al dì, in cui i Lanzi
erano stati superati, senzachè la sua labarda rima-
nesse tinta del sangue loro (1).

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588 PARTE QUINTA.

La giornata di Novara, che sarebbe stata un'impresa pazza, se il successo non l'avesse resa gloriosa, come ridonò agli Svizzeri la Lombardia, così persuase l'Alviano, il quale in codesto intervallo si era inoltrato fino a Piacenza, a retrocedere piucchè in fretta fin dentro Padova. Tennergli dietro i confederati, e con non dissimile temerità si spinsero fino a veduta di Venezia. Ciò fece nascere nell'Alviano il pensiero di richiuderli tra Padova, Treviso e la laguna. Detto fatto, s'accosta a Vicenza con 250 uomini d'arme e 2000 pedoni guidati da Giampaolo Baglioni, mette lo 000 fanti comandati in Montecchio, introduce in Barberano 500 cavalli, fa occupare dai villani tutti i passi dei monti, e con fossi e con tagliate e con macigni e con alberi attraversati rompe tutte le strade. Egli poi, dopo avere consegnato Vicenza in guardia a Teodoro Triulzio, si fermò coll'esercito a Olmo, due miglia più in là verso Verona, in un luogo per arte inespugnabile, col proposito di non combattere a bandiere spiegate, bensi, dovunque si volga il nemico, inseguirlo e molestarlo.

Gli alleati, come prima si videro chiuse a questo modo in faccia le vie del ritorno, deliberarono di salire i monti fino a Trento, e di colà, se Verona non fosse ancora perduta, stare alla sorte di calarsi per la valle dell'Adige. Così concluso, mossero in silenzio il campo verso Bassano, e colle salmerie in fronte si affilarono pazientemente per viottoli pantanosi e affossati, dove agli impedimenti della natura ad ora ad ora si aggiungeva il gravissimo tempestare delle archibugiate tirate a man salva dai contadini, Erano anche alla coda ed ai fianchi insultati senza posa da densi nugoli di Stradiotti; e già non ostante la virtù dei soldati e dei capitani, fatte appena due miglia, mancava loro lo spazio, e la lena di ritirarsi in sicuro, se non li avesse salvati da tanto rischio la imprudenza dell'Alviano, il quale, incitato dalla solita furia, e vieppiù dalle esortazioni del provveditore Loredano, sclamando di non volere incorrere nella sorte del Carmagnola, urtò a occhi chiusi nel retroguardo nemico.

7 8bre 1513

de Fleuranges, ch. XXXVII. Mem. de la Tremouille, ch. XXII (t. XIV). Mém. de M. du Bellay, l.I. p.237.

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Era esso comandato da Prospero Colonna. Questi fece tosto rivolgere la fronte alle sue genti; quindi essendosi unito coi fanti tedeschi del Pescara, e collo squadrone degli Spagnuoli che camminava avanti, con tanto coraggio e maestria investì le fanterie italiane, che le piegò, e pose in rotta. Fu travolta nella fuga generale la persona medesima dell'Alviano con tutte le genti d'arme. Noverossi tra i morti un Carlo da Montone, figliuolo per avventura a Bernardino da Montone nipote di Braccio, il qual Bernardino l'anno innanzi era passato ai servigi dei Veneziani. Fu tra i prigioni il Loredano: ma mentre coloro che lo avevano preso, ora qua ora là trascinandolo se lo contendevano, sopravvenne un soldato che bestialmente lo ammazzò (1).

(1) Guicciard. XI. 92. – Giovio, Ist. XII. 276. – A. Mocenici, Bell. Cameracense, l. V. t. – P. Giustiniani, Ist. Venez, XII. 479. – Bembo, Ist. Venez. XII. 340.

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1 genn. 1515

590 PARTE QUINTA.

VI.

Del resto la vittoria all'Olmo non arrecò altro vantaggio agli alleati, che quello di una sicura ritirata: e tranne la stupenda costanza mostrata nella difesa di Crema da Renzo di Ceri, e tranne molte ardite scorrerie dell'Alviano sopra il Veronese e il Friuli, nessun'altra fazione degna di racconto accadde in quello e nell'anno seguente. Ma non era appena Francesco I succeduto nel trono di Francia a Ludovico XII, che volgeva tutti i suoi pensieri a riconquistare l'Italia. Di qui il principio della tremenda lotta, proseguitasi un mezzo secolo tra lui e l'imperatore Carlo v. Il re in persona col fiore della nobiltà del regno si accinse alla spedizione; e la dovevano compiere due mila e cinquecento lancie delle antiche ordinanze, 1500 cavalleggeri, 10,000 fanti di ventura, 6000 tra Guaschi, Guiennesi e Biscaglini balestrieri e schioppettieri, e 20,000 Lanzi, oltre un corpo scelto di altri sei mila, i quali avendo militato insieme per ben quattro lustri, dal colore delle vesti chiamavansi le bande nere. Ma se fortissimo era l'esercito, e pronto il volere, e abbondanti le provvigioni, non meno difficile appariva il superare le Alpi, di cui ogni adito conosciuto dalle pennine alle marittime era stato occupato dagli Svizzeri padroni del Piemonte e della Lombardia, e chiuso con forti alloggiamenti, e trinciere, e traverse. Sopperi a tanta difficoltà l'animo gigantesco di Gian Iacopo Triulzio, il quale si offerse di aprire un nuovo e sicuro passo non solo ai fanti, ma alla

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