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prastare un massimo anzi un evidentissimo pericolo l
allo Stato, il quale a poco a poco sotto speranza di
bene con grandi arti veniva dal conte avviato al pre-
cipizio, essersi indotto a chiamarlo sotto onesto co-
lore a Venezia, e sostenervelo prigione: da ciò spe-
rarne per tutto lo Stato sicurezza e vittoria. Des-
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CAPITOLO PRIMO.

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sero adunque gli oratori novella di quel caso al marchese di Ferrara ed ai legati fiorentini (dimo

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ravano questi in Ferrara coll'intendimento di con-
cludervi una nuova pace); essere persuaso il consi-
glio, che il marchese approverà la risoluzione presa: i
tuttavia si differisca mezza giornata a manifestar-
gliela ».

L'undecimo giorno di aprile nominossi il collegio |
detto di Esamina con piena autorità di interrogare -
e di martoriare il conte, il suo cancelliere, e qua-
lunque altro, sul quale cadesse il sospetto di avere |

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fatto, trattato, o praticato alcuna cosa contro lo Stato. Solo Bartolomeo Morosini (ne sia il nome consegnato con lode alla posterità!) con 12 altri compagni ostò alla opinione di quelli che volevano sottomettere il Carmagnola alla tortura: ma fu indarno (1). Laonde quella sera medesima « fu esa« minato il detto conte pei deputati del consiglio dei « dieci nella camera del tormento . . . . E non vo« lendo confessare, fu posto alla corda, e non po- tendo trarlo troppo su per un braccio, ch'egli - aveva guasto, gli fu dato fuoco a piedi, per modo - che subito confessò ogni cosa, e fu ritornato in

(1) Cibrario, l. cit. doc. p. 64.

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5 magg

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« prigione (1) ». Era quella la vigilia della domenica delle palme; e infino all'altro mercoledì le sacre funzioni della settimana santa sospesero ogni cosa. Il 25 di aprile il consiglio obbligò sotto giuramento i deputati ad occuparsi giorno e notte del processo: in capo a undici giorni, niuna difesa conceduta al reo, fu terminato. Il 5 di maggio radunossi il consiglio per intenderne la esposizione, e darne sentenza, unica per avventura nelle storie d'Italia. Si propose dapprima se « dietro quanto avevano sentito e veduto, sem« brasse di procedere contro Francesco detto Car« magnola, una volta capitano generale dell'esercito, « per ciò che questi aveva fatto e trattato in danno « e scorno dello Stato, siccome era palese dalle te« stificazioni e scritture già lette ». Ventisei suffragi contro uno approvarono il partito; nove palle rosse dimostrarono di non riputare la cosa abbastanza chiara. Rimaneva a determinarsi la pena: il Doge seguito da sette altri consiglieri propose il carcere forte; nove palle rosse tornarono a dimostrare di non credere la cosa abbastanza chiara; diciannove palle nere vinsero la più cruda sentenza: « Che questo conte Carmagnola, pubblico tradi« tore dello Stato, fosse quel dì all'ora consueta « dopo nona con una spranga in bocca e colle mani « legate secondo l'uso condotto in piazza, per esservi de« capitato fra le due colonne di s. Marco; chetosto presa « questa deliberazione, tre del consiglio si recassero « a notificargliela; che se ne assegnasse alla vedova pel

PARTE QUARTA.

(1) Samuto, p. 1029.

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« suo vivere il pro di diecimila ducati di imprestito,
« ma a patto preciso che abitasse dentro la città di
« Treviso; che a ciascuna delle due figlie di lui non
« maritate venissero stanziati in dote cinquemila duca-
a ti, i cui frutti frattanto servissero a mantenerle; tut-
atavia non potessero andare a marito senza licenza
« de signori dieci, nè, morendo, testare in più di
a mille ducati. Che alle stesse condizioni fosse sottopo-
« sta la terza figlia già sposata al Malatesta, caso che
« il matrimonio non si compiesse. Infine che il rima-
« nente delle facoltà del conte (calcolavansi a 500,000
« ducati) si aggiudicasse al fisco ».
Tale fu la sentenza, tale l'esecuzione. Quel me-
desimo giorno dopo vespro veniva il condottiero
con uno sbadacchio in bocca accompagnato al palco
ferale dalla congregazione di S. Maria Formosa.
Portava (narra lo storico sapraccennato) « calze di
« scarlatto, berretta di velluto alla Carmagnola,
« giuppone di cremesino, e veste di scarlatto, con
a maniche, e cinto di dietro »: precedevanlo e seguita-
vanlo parecchi ufficiali con bastoni in mano. Montato
che ei fu sul palco, il boia in tre colpi di spada gli
spiccò il capo dal busto. Il tronco corpo venne tosto
al lume di 24 doppieri recato in un'arca alla chiesa
di S. Maria Gloriosa. Più tardi fu levato di là, e tras-
ferito in Milano nella cappella della B. Vergine in S.
Francesco grande, dove alla fine veniva ricongiunto
dentro marmoreo sepolcro alle ossa della consorte (1).

(1) Eranvi sotto le seguenti iscrizioni:
«Sepulchrum magnif D. Francisci dicti Carmagnola de
Vicccomitibus, comitis Castri Novi ac Clari.

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- - - - - o - - | |i" i i - lil, PARTE QUARTA. - - - i o In questo modo, trascorso appena di due anni o l'ottavo lustro del vivere suo, Francesco Bussone da o Carmagnola, per gagliardia d'animo e di corpo, per i li straordinarie imprese e fortuna, per deplorabile fine, l illustre e memorando, moriva al cospetto di Venezia | i meravigliata, che pur gridandolo traditore, domana dava a se stessa in segreto, quali ne fossero le colpe, quali le prove. La vedova di lui Antonia, - - - - dopo avere in Venezia nel silenzio e nelle pratiche religiose di un chiostro disacerbato per due anni i l'affanno di tanta perdita, ad instigazione di alcune donne lombarde fuggi colle figliuole a Milano (1). - - - - - - Quivi, essendo rientrate nel possesso degli averi paa terni, ebbero queste agio di maritarsi nobilmente: la prima con un Castiglione signore di Garlasco, l'altra - - - - o - con un Sanseverino signore di Nardò, la terza con o Francesco Visconti consignore di Somma, e l'ultima con Gian Luigi dal Verme, capitano della cavalleria e ducale e signore di Bobbio e di Voghera (2). l - Soggiungeremo ancora due cose rispetto al Carmao gnola. La prima è che i suoi famigliari, trasferiti -- a per ordine del consiglio in un nuovo carcere, vi «Sepulchrum magnif D. Antonia de Vicecomitibus consortis i prefati D. comitis. i E alla destra della cappella: - «Militiae princeps bellorum maxime ductor, Francisce armipotens, si fata ertrema tulisti i i Impia, la tetur animus bene conscius acti - Imperii; quod fata jubent implere necesse est». Rosmini, St. di Mil. l. Ix. p. 317. i (1) Sanuto, 1037. – Rosmini, l. cit. - i (2) Questo consta da autentici docum. veduti dal Rosmini i (l. cit.). . o i l l i - l

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languirono finchè parve ai Dieci; la seconda è, che restaci ancora insieme con tutte le altre l'autentica deliberazione del 14 maggio (nove giorni dopo il supplizio), nella quale il consiglio, giusta gli ultimi voleri del conte, comanda che vengano consegnati ai frati di s. Francesco una palla da altare, già fatta fare da lui, ed i panni da esso vestiti nell'andare a morte; e che in compenso di questi si dieno dieci ducati al capitano del carcere (1). A chi poi ci chiedesse, qual giudizio siasi dentro noi formato circa la ragionevolezza di quella condanna, risponderemmo, non credere noi, che i documenti finora conosciuti sieno sufficienti a somministrarne un limpido e certissimo concetto: pure, quand'anche si avesse a tenere per giusta la uccisione del Carmagnola, esserne stato senza dubbio iniquo il modo.

Queste cose compivansi nel mese di maggio del 1452. Al cominciare dell'anno seguente una nuova 26 aprile pace di Ferrara sopiva il rumore dell'armi, quasi af- 4 433 finchè entrambe le parti ripigliassero lena per tornare a maneggiarle più fieramente.

(1) Cibrario cit. doc. p. 68.

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