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6 PARTE QUARTA.
l'un per ragazzo, l'altro per famiglio acconciaronsi riuniarne
presso un Bartolomeo da Sesto, capitano di genti -novelacep
d'arme (1). isl naster

Cotesti capitani di cencinquanta o dugento cavalli, riputa ben di rado pigliavano condotta da grandi principi lotto. Ci sotto proprio nome; bensì facevano capo da un mag- alla con gior condottiero, qual era Braccio o Sforza, e stabili- oia in quel vano con esso lui le condizioni del loro servigio. Egli in a

poi s'obbligava per tutti al principe, e il principe sis,

con lui solo praticava. Pendeva Bartolomeo verso la fa- esità zione bracciesca, nemica allora di Perugia; pur non sidiMi appena l'indole fiera e valorosa del giovanetto Pic- il Mlco A. 1406 cinino gli fu nota, che il dichiarò uomo d'arme, e a - o gli concesse in isposa la propria figliuola. Tre ca- ini, si indi - - cavalli (1) Poggio, Vita di N. Piccinino p. 143. segg (Venezia, a 1572). – Spirito Lorenzo, Il libro chiamato altro Marte (Vicen- quest za, 1489, rarissimo). Ne esiste un esemplare nella ricca Biblio- ella vitt teca militare di S. E il cav. Cesare Saluzzo. Prendiamo di qui inga I occasione per tributare pubbliche grazie alla egregia cortesia, al colla quale quest'Uomo di bontà singolare non cessò mai di a e favorire le nostre fatiche. Del resto il libro o poema dello meritò, Spirito fu terminato a Perugia nel 1470: è diviso in tre libri, in pro i quali tutti insieme formano 101 capitoli. Il principio ne è cosi: sa « Incomincia il libro chiamato altro Marte della vita et gesti oas, q a de lo illustrissimo et potentissimo capitanio Nicolo Picinino o e da Perosa Visconti dearagonia, Laurentius Spiritus de Peru- medesi « sia composuit. - In « Divino Appollo e primo occhio del cielo po Intende ale mie prece e col tuo raggio orie de Leva dali occhi miei l'errante vello. i a Et all'apparecchiato mio viaggio - Un Piacciati dare soccorso et farmi guida chi seg Si comolume eterno ornato et saggio etc. " alla pre i

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valli cogli opportuni arnesi ne furono la dote. Da queste nozze nacque Iacopo, destinato a gran fama, ma cagione in sul nascere di morte alla genitrice: avvegnachè Niccolò, riputando il parto adulterino, lei uccise, la prole adottò. Ciò fu anche motivo al Piccimino di uscire dalla compagnia di Bartolomeo da Sesto e di entrare in quella d'un Guglielmo Mecca. Alla fine, morto il Mecca per man de'nemici, prese partito con Braccio istesso, allora appunto impegnato nelle prime ostilità contro Perugia. Quivi i progressi di Niccolò furono pari alle occasioni. Un di Braccio, veggendolo uscire di steccato vincitore di due avversarii, gli pose in capo di sua mano una ghirlanda. Indi a non molto l'innalzò dal comando di cinque cavalli a quel di dieci, e finalmente di cento. Con questa gente Niccolò fu principale istrumento della vittoria riportata da Braccio sotto le mura di Perugia. Del resto intrepido, alacre, audacissimo, primo alle scorrerie, agli assalti, alle rapine, in breve meritò, che la sua attività e la sua prestezza passasse in proverbio. Un giorno Braccio sorpreso da nemici dentro certo convento, stava in punto di arrendersi, quand'ecco sopraggiunge il Piccinino e il salva fuor d'ogni espettazione. Un'altra volta era egli medesimo assediato in non so qual terricciuola, quando, pervenutagli notizia di certo convoglio di panni e denari spedito agli assedianti, fece disegno d'impadronirsene. Detto fatto, esce chetamente con pochi seguaci, passa fra squadra e squadra, arriva alla preda, la piglia, la distribuisce tra suoi, misurando il panno colle lancie, ed è pri

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8 PARTE QUARTA.
ma rientrato, che agli assediatori sia pervenuto sen-
tore dell'ardita fazione (1).
Con queste prove il Piccinino, vincendo il torto
ricevuto dalla natura nella difettosa costituzione del
corpo, si meritò per moglie la nipote di Braccio, e
si conciliò tanta stima ed affezione presso a com-
pagni, che, morto Braccio, niun altro che lui sti-

s" marono degno di comandarli. Niccolò, lasciatane tutta

la pompa ad Oddo figliuolo di Braccio, sottentrò di
buon grado all'officio, non meno che onorevole,
pericoloso, e con sessantamila fiorini ritrovati nel
castello di Paganica (li aveva Firenze spediti eolà
a Braccio per prima presta della sua condotta sti-
pulata nel febbraio (2)) comprava tosto da nemici
la licenza di ritirarsi in Toscana. Tali almeno furono
i patti; ma questi patti non avrebbero assicurato i
Braccieschi dalle insidie tese loro per via da Anto-
nio Caldora, se Francesco Sforza con rara magna-
nimità non li avesse scorti in persona fin oltre
l'agguato.
Altri pericoli e sventure soprastavano al Piccinino
in Val di Lamone; nella quale, non ostante il verno

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e il proprio di lui parere, i Fiorentini aveano voluto che incamminasse le squadre. In fatti non si tosto i villani le mirarono impacciate tra le rinvolture di quel gioghi, che insorgendo da ogni banda alle armi, con gran facilità le ruppero ed oppressero. Oddo, anzichè arrendersi, vi si fe uccidere; il Piccinino fu menato prigione a Manfredi, signore di Faenza. Ma questa sconfitta era un nonnulla per lui. Indi a pochi giorni udivasi, aver le persuasioni del Piccinino operato tanto sul Manfredi da congiungerlo in lega con Firenze: e vedevasi il condottiero uscir gloriosamente di carcere, riunire le sue bande sparse e scoraggiate, e ritentare sotto Anghiari la fortuna delle battaglie (1).

Reggevano l'esercito di Firenze, oltre Niccolò, il 9 sire 1425

Tolentino e Bernardino della Carda degli Ubaldini; militavano sotto gli stendardi di Filippo Maria Visconti il conte Guido Torello e Francesco Sforza che, dopo avere ricuperato alla Chiesa alquante terre già usurpate da Braccio, con 1500 cavalli e 200 fanti s'era condotto a quel servigi. Fu ad Anghiari, non altrimenti che a Zagonara l'anno avanti, la vittoria favorevole a Viscontei: per lo chè il Piccinino, mirando anche scaduta la sua ferma, s'accampa all'Orsaia, e manda a Firenze il proprio cancelliere per interrogarvi la volontà della signoria. Questa gli propose di assoldarlo nuovamente, ma col patto che obbedisse al generale capitano dell'esercito. Niccolò rifiutò: ri

(1) Cron. d'Agobbio, 962. – Ammirato, St. Fior. XIX. p. 1019. – Joh. Simonett. p. 201. – Cavalcanti, St. Fiorent. l. lli. c. XIV. XVII.

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10 PARTE QUARTA.

propostogli lo stesso partito, aperse issofatto trattative
di passare agli stipendii del duca di Milano, tempo
tre di alla repubblica per mutar pensiero. Questo
tempo venne dai Fiorentini consumato nel disputare:
laonde senza indugio leva egli le tende, e si con-
giunge ai nemici.

Appunto in quell'istante aveva la repubblica riso-
luto di concedere al Piccinino autorità indipendente
da qualsiasi altro: perciò quanto ne sdegnasse non è
a dire. Dallo sdegno alle ingiurie, dalle ingiurie alle
offese è facile il passo. Firenze fece dipingere in piazza
il condottiero a guisa de'traditori impiccato per un
piè; dal suo canto il Piccinino spinse il guasto e l'ar-
sione sin sotto la città. Quindi, acquartierate le squa-
dre nel territorio di Città di Castello, sceglie per sua
dimora certa casa appartata di Lugnano, e come in
paese amico, senza ombra di timore, nè scolta, nè
vedette, vi sta. Il seppe Nicolò da Tolentino, ch'era
alloggiato colle genti fiorentine dentro Cortona: e
senza frappor tempo in mezzo, partesi di notte in
gran silenzio con una eletta banda di cavalli, giunge a
Lugnano, cinge d'armati la casa del Piccinino, ne
ruba i cavalli dalle stalle, e quando ogni via di scampo
pare interclusa, mette il fuoco alle stipe intorno in-
torno ammucchiate. A un tratto le grida, l'armi, il
fuoco, il fumo, l'arsura avvertirono il Piccinino del
supremo pericolo. Era dietro la casa un precipizio,
non occupato, come inaccessibile, da nemici. Giù da
esso buttossi egli seminudo. Volle la fortuna che sen-
z'altro male rotolasse sino al fondo. Nel sorgere al-
l'altra riva s'avvenne in un trombetto; a costui ordina

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