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nella perpetua infamia, e sieno puniti come micidiali secondo i sacri canoni. Chi muore in duello sia privo a perpetuo di sepoltura ecclesiastica. Tutti quelli che daranno consiglio di ciò o in punto di ragione o di fatto, e che ne faranno suasione in qualunque modo, e anche i riguardatori, caschino nella scomunica, e nell'eterna maledizione.

20. Si fa una grave esortazione all'imperadore, e a tutti i signori, che mantengano le ragioni, e le immunità della Chiesa, e le facciano mantenere da loro sudditi, e da lor ministri. Si rinovano tutti i canoni e tutte le constituzioni fatte in pro della libertà, e della immunità ecclesiastica, e si confortano i principi ad operar che i vescovi possano risedere con dignità, e con quiete.

21. Si dichiara, che tutti i decreti fatti ne tempi o di Paolo o di Giulio, o del presente pontefice intorno alla riformazione, e alla disciplina s'intendano, salva sempre l'autorità della sede apostolica.

Intorno a queste proposizioni fu maraviglioso consentimento. Solo la dichiarazione posta nel fine a due non piacque, richiedendo l'un di loro diverse parole in sua vece, e opponendo l'altro che era superflua come intesa di sua natura in ogni decreto, e però insolita ne passati concilii. E due parimente riprovarono il decreto ventesimo intorno a principi come inefficace, e tessuto solo di parole vistose. Appresso, fu letto ed accettato un decreto nel quale dicevasi, che per esser l'ora già tarda, e non potendo però spedirsi in quel di tutte le cose stabilite, si prorogava tal opera al giorno venturo, secondo che s'era deliberato nella congregazion generale. E dapoi fu cantato il solito inno di lode a Dio in rendimento di grazie. Usciti i padri dalla sessione, videsi più che mai acceso (1) ed universale il desiderio, che alcuna decisione si producesse intorno all'indulgenze, affinchè non sembrasse che il primo articolo cattolico assalito dall'eresia di Lutero si fosse provato fiacco, e per tanto rimanesse abbandonato da difensori. Il solo cardinal Morone consigliava di intralasciarlo, o

(1) Atti del Paleotto, e del vescovo di Salamanca, e di castello: lettera dell'arcivescovo di Zara il dì 6 di dicembre, e lettere de'Legati al cardinal Borromeo de'5 e de'4 di dicembre 1565.

temendone materia di contrasto e di prolungazione, o riputando, come diceva, più onorato il tacerne che il trattarne poveramente. Nondimeno gli convenne ce dere al giudicio universale in cui concorrevano i due cardinali, e tutti gli oratori. Sì che il decreto per uomini peritissimi, e con l'apparecchio dello studio precedutone in molti luoghi, e in molti anni, fabricossi la stessa notte in senso non soggetto a contraddizione: e la mattina per tempo si ragunò una quasi generale congrega dove fu letto. Il primo Legato rimase fermo nel suo parere, ma tutti gli altri nel loro opposto. Onde il decreto conseguì l'approvazione, fuor solo, che essendosi vietato quivi il determinar tasse di limosine certe per guadagnar l'indulgenze, e il far sospensioni delle Bolle, il vescovo di Salamanca mise davanti al cardinal di Loreno: che ciò era un dannare quello che usava il re cattolico nelle crociate: che se questi fossero stati usi pravi, sarebbono dipoi conosciuti, e levati dal pontefice con gli altri, secondo ciò che generalmente statuivasi nel decreto: ma

non doversi recare al re questo disonore, T. XII. 19

e questo pregiudicio dal sinodo. E congiugnendosi nell'instanza il conte di Luna, quelle parole furono tolte. Il che per avventura finì d'ammorbidir la durezza del conte, perchè non s'opponesse alla conclusione: cosa per cui sarebbesi assai offuscato lo splendore ed inamarito il giubilo di quell'atto. Andossi di poi ad ora tarda per cotale interposto indugio a finir la sessione. Celebrò Niccolò Maria Caraccioli vescovo di Catania, e senz'altre cerimonie, essendo ciò un continuamento della preceduta funzione, il decreto dell'indulgenze fu recitato nel primo luogo in questo concetto. Che la podestà di conceder l'indulgenze è data da Cristo alla Chiesa, ed appresso di lei è in uso antichissimo: onde il sinodo vuole che l'esercizio se ne ritenga come salutare a cristiani, ed approvato da concilii; e scomunica tutti coloro i quali o negano alla Chiesa l'autorità, o all'indulgenze l'utilità. Intendere per tutto ciò il concilio che s'osservasse l'antica ed approvata moderazione dell'indulgenze, affinchè colla troppa facilità non si snervasse la disciplina. Desiderando di torre i sinistri usi, per li quali il nome risguardevole dell'indulgenze era bestemmiato dagli eretici, ordinava in prima generalmente che si levassero i rei guadagni onde questi mali usi in gran parte nascevano. L'altre cattive usanze che procedean da superstizione, da ignoranza, o da irriverenza, non potersi distintamente specificare per le varie condizioni, e depravazioni di varie provincie: però ciascun vescovo raccogliesse quelle che scorgesse nella sua diocesi, le riferisse al primo sinodo provinciale, e da questo fossero significate al pontefice, il quale provvedesse come giudicasse conferire alla Chiesa universale. Seguitava un altro decreto, ove sotto specie di legge venivansi a comprovare quelle consuetudini, e ordinazioni della Chiesa le quali dagli eretici sono impugnate. Dicevasi per tanto: confortare il concilio, e scongiurar nel Signore tutti i pastori che raccomandino al popolo, e procurino l'osservazione di tutti i comandamenti della Chiesa romana, madre, e maestra dell'altre chiese, e quelli del presente, e de passati concilii; e specialmente gli appartenenti o alla mortificazion della carne, come la scelta de cibi, e i digiuni, o alla pietà, come la

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