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cenziando l'assemblea. Qual necessità, o qual utilità richiedere, che, mentre s'attendea con sì gran fervore alla tante sospirata riformazione, si dovesse perturbare il lavoro con quella importuna e discorr diosa proposta? Non esser credibile che Ferdinando volesse, che ora i suoi ambasciadori contrastassero a ciò che avea soddisfatto a sua maestà ne trattati di Ispruch, massimamente quando vedea, gli effetti a pieno corrispondere alle promesse nella interissima libertà che si lasciava al concilio. Ove pure il conte volesse più, facesse egli a'padri le sue richieste secondo le giustissime commessioni del papa venute a riquisizione sua e de' suoi Spagnuoli, e non forzasse i Legati a portare nell'assemblea un decreto che da loro si riputava disconveniente. Gli imperiali da questo discorso rimaser vinti, e specialmente per tre rispetti: l'uno eran le minacce del rompimento, il quale sapevano quanto a Cesare sarebbe molesto: l'altro il fresco suo divieto di protestare, per un capo che pure assai più gli era a cuore, cioè per quello de'principi: l'ultimo, il concio nel qual egli era convenuto col cardinal Morone in Ispruch, ed al quale pareva loro che un tal protesto contravverrebbe. Onde rimisero la deliberazione a Ferdinando per uno spedito corriere. Il conte spesso a 'Legati avea dinunziato di protestare: sì veramente, che le sue protestazioni non avrebbono ecceduto un capello del necessario alla causa, e sarebbonsi contenute fra le sponde d'una riverente modestia. A che il cardinal Morone con un sale grazioso insieme e penetrativo: sperar lui che si pio cavaliere non vorrebbe entrare nel numero del protestanti, e tanto meno quando fra il re suo e'l pontefice era sì amichevole unione. Ma più che questo risguardo lo rattenne forse il considerare, che troppo mancava all'apparecchiato protesto mancandogli il vigore del nome cesareo. Per tanto si piegò a soprassedere finchè venisse risposta di Ferdinando, a cui die piena relazion dell'affare, e notificò per copia i mandamenti reali a se venuti. Consentir seco in questo come in causa comune gli oratori di Francia e di Portogallo. Confidarsi lui che lo stesso vorrebbe la maestà sua, a cui più che a tutti per l'altezza del grado si conveniva di custodire illesa la libertà de'concilii. Non prestasse ella fede alle significazioni contrarie: esser queste affettate scuse ed artificiose lunghezze. Aver volentieri sè indugiato fin che giugnessero le risposte della maestà sua, sì per ossequio verso di lei, come per dignità di quel gravissimo negozio: ma ove ella per ventura negasse a suoi oratori d'entrare a parte di tal azione, non poter per tutto ciò lui rimanere di venire all'effetto con gli altri ambasciadori, secondo una delle due forme di protesto (1), le quali ei mandava a sua maestà. Aver egli vedute le prudentissime note di lei negli articoli della disciplina, e del tutto comprovarle: specialmente voler essere unito co' suoi oratori nel capo de'principi secolari, e nell'opporsi a pregiudicii che contra di loro s'attentaSSerO. Frattanto continuavasi nel disaminar le proposte delle riformazioni. E'l cardinal di Loreno, come il primo fra'dicitori, era stato anche il più lungo. Avea preso quest'esordio. Non vergognarsi egli di

(1) Il tenore di essista fra le memorie del cardinal Morone.

confessare, che non avea ragionato mai da quel luogo con animo più turbato che allora, mentre pensava che dovea dar giudicio della riformazione, la quale ave scovi specialmente s'apparteneva. Ricordarsi egli d'aver praticato assai più in corte che in Chiesa, e più fra'principi e fra grandi per comandamento de' suoi re, che fra teologi: nondimeno, che avrebbe significato ciò che gli dettasse la coscienza, più inclinato a ricever norma dal parere altrui, che a prescriver norma all'opere altrui. Avanti ad ogni cosa non poter egli non commendare in alto modo la somma saviezza e prontezza del pontefice e de'Legati, i quali procedevano in quell'affare così prosperamente. Nel primo capo, in cui si trattava sopra l'elezione de vescovi, richiese, che, dove si poneva, doversi elegger degni, si ponesse, i più degni: il che poi fu approvato dalla maggior parte. Consigliò d'ingiugner varie diligenze per informarsi avanti d'innalzare altrui a un tal grado, quando tante se n'erano statuite eziandio per ordinare un ostiario. E però che vi si aveva che 'l tutto si facesse gratuitamente, e di poi si lesse in una polizza del segretario, che quella particella (1) erasi cassata ad instanza del conte di Luna forse per non pregiudicare a diritti de'cardinali protettori de'regni che propongono le chiese nel concistoro, disse, non convenire levar le propine al cardinal proponente, o le annate al pontefice, ma doversi deliberare a più agio sopra gli altri guadagni di chi nulla vi faticava: e fra tanto potersi smorzare, come s'era fatto, quella parola, gratuitamente, finchè sua santità vi facesse provvisione. Più avanti: sopra quel primo capo fu di sentenza: che de'cardinali si formasse un capitolo separato, essendo sconvenevole che più di cura s'adoperasse in eleggere un uditor di ruota che un cardinale. Nel quarto disconsigliò che si ponesse in autorità de'vescovi il proibir del tutto la predicazione ad alcun regolare. Bastar che non potessero predicar nelle case loro se non esaminati da vescovi. E riferì che alcuni vescovi eretici in Francia avean vietato il predicare a cattolici. i (1) sta in una lettera dell'arcivescovo di zara col segno del 15 di settembre.

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