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ne sarebbe mal capitato, se Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano, quasi per amichevole confidenza, non avesse avvertito Firenze a farla cessare, seppur non voleva che il conte Alberico accorresse colle proprie squadre in aiuto del fratello (l).

L'anno dopo entrambi i fratelli Giovanni ed Albe

\. 1396 rico da Barbiano venivano mandati dal Visconti in Toscana contro Firenze, che opponeva ad essi Biordo, Bernardone di Serres, e Paolo Orsini: ma bentosto Alberico ripassava in Lombardia al soccorso di Iacopo del Verme, che coll'esercito visconteo si era ritirato da Mantova in sembianza di vinto. Del resto la guerra continuava non meno in Lombardia, che nella Romagna e in Toscana alla solita guisa, dannosa a tutti, terribile a nessuno; finché, anzi per pigliar lena onde mordersi più acerbamente, che per amore di quiete,

maggio conclude vasi una tregua di dieci anni fra cotesti Stati, che sembravano destinati dal cielo ad avere solo quanta potenza bastasse per offendere l'altrui senza accrescere il proprio.

(1) Erasi Alberico in quell'intervallo travagliato nelle fazioni del regno di Napoli. Quivi combattendo sotto le insegne del piccolo re Ladistao, sbaragliò a monte Corvino il conte da Venosa; ma poi sorpreso presso Ascoli daiSanse\erineschi(10 aprile, 1392), fu rotto, fatto prigioniero e costretto col tormento dell'insomnia a riscattarsi 30,000 fiorini, oltre il giuramento di non militare più nel regno da indi a 10 anni. In conseguenza si era acconciato, come capitano generale, a servire con 100 lancie il Visconti, che oltre il prezzo del riscatto gli aveva tosto donato molte terre. V. Giorit. Napcltt. 1061.— Ann. Forqliv. 198 (t. XXII). - Mincrbetti, 296. — Corio, 533. 535.— Bonino. Ann. Min. 61.— Costanzo, IX. 262 (Napoli, 1710). - Leod. Cribell. 639.

Nei due anni seguenti l'assassinio, la peste e la man» mannaia del carnefice toglievano di mezzo Biordo, |U)jiio Broglia e Giovanni da Barbiano, famosi condottieri, „l40u

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de'quali il primo gia era salito alla dominazione di 1399 Perugia, di Todi, d'Orvieto e di Nocera; il secondo a quella di Assisi; quanto al terzo, era egli stato sorpreso dalle armi di Bologna allora appunto che coi fuorusciti della fazione Bentivoglia macchinava d'insignorirsene (4). Però il conte Alberico di lui fratello, non potendo vendicarne il supplizio sopra Bologna istessa, toglieva a vendicarlo sopra Ettore Manfredi, signore di Faenza, che n'era stato complice ed instigatore. Scoppiò impertanto una accanita guerra tra i condottieri delle antiche compagnie di s. Giorgio e della Stella; e da una parte e dall'altra l'attizzava il duca di Milano, aspettando che alla fine della gara tanto i vinti, quanto i vincitori per isfinitezza gli si gettassero in grembo (2).

Se non che la calata di Roberto re dei Romani, il quale come alleato di Venezia e di Firenze entrava in Lombardia ai danni del Visconti, astrinse costui a rivolgere a propria difesa la poderosa frotta dei condottieri da lui mantenuti per strumento della sua ambizione, che oramai dalle Alpi minacciava le rive del Tevere. Richiamolli perciò tutti intorno Brescia: e quivi la nuova milizia italiana meglio armata ed esercitata della straniera riportò onoratissima vittoria ottoi,TM di quelle squadre tedesche, che pur cinquanta anni innanzi maneggiavano a loro posta le sorti della con

(1) Cron. mise, di Boi. 565. — Corio, IV. 552.

(2) Dati, Cron. p. 63. —Morelli, Cronico AA.

trada. Tal frutto avevano già portato i quasi privati sforzi de'Condottieri! (1).

Vinto e ributtato il re Roberto, Gian Galeazzo Visconti tornò ad inviare contro Bologna Alberico da Barbiano e Iacopo del Verme (2). I costoro sforzi fu

(1) «Aveva il Duca, dice Leon. Aretino (ffist. L. XII), una « fiorila gente a cavallo d'Italiani, i quali come vennero alle « mani co'Tedeschi e cominciarono a fare certe scaramuccie , «non si potrebbe dire guanto gli Italiani fossero superiori. « Perciocché i Tedeschi usano freni leggieri e semplici, i quali «come al correre e alla prestezza sono più atti, così a volgere i «cavalli ed a maneggiarli sul fatto d'arme sono inutili. Gli « Italiani avevano i freni atti a voltare in ogni parte i cavalli, « e per questo era fra loro facile a stimolare i nemici, e ritor« nare ai suoi, e nel mezzo del corso volgere quando bisognava. «Appresso, gli Italiani tutti coperti d'arme non ricusavano « alcun pericolo. I Tedeschi erano peggio armati, e molti di « loro aveano solamente il petto coperto di ferro, e le panciere « e le aste col cappio da gettarle. Perciocché coloro che sono « leggermente armali non possono ben correre la lancia arre« stata, e per questo si confidavano più in gittarla; perchè gli « Italiani prestamente gli sprezzarono e ributtarono, dimodoché «pochi uomini d'arme italiani avevano ardire d'avere a fare «con molti. Finalmente con maggiore sforzo assaltando il campo «dell'imperatore, turbarono i Tedeschi in tal maniera, ch'eb« bero gran spavento; e perduti molti di loro,all'ultimo furono « costretti a cedere ».

(2) A questa difesa di Bologna trovossi una Compagnia di 300 lancie, delta della Rosa, la quale fu per avventura in Italia l'ultima che venisse indicata con proprio nome. Nel 1398, quando ancora la reggevano un Giovanni Buscateto e un Bartolomeo Gonzaga, era essa stata sconfina presso Forlì da Pino degli OrdelaiTi; poscia aiutò i Bolognesi a sorprendere Giovanni da Barbiano; quindi passò agli stipendii di Firenze e difese Bologna, ma con non minore ignoranza che viltà. Dopo la presa di questa città,si ha indizio della Compagnia della Uosa

rono coronati di un ottimo successo: ma quando la presa di quella grande città levava ogni ostacolo ai disegni del duca, e già egli allungava le mani ad afferrare la corona regale, una mortai pestilenza lo coglieva a Marignano. La morte di Gian Galeazzo 3 TMr« Visconti, come liberò l'Italia da sommo terrore, così schiuse straordinarie vie alla cupidità de'condottieri.

ancora per qualche anno. Nel 1404 tirava essa provvigione da Siena {Aim.Sanisi,420. t. XIX): nel 1405 possedeva il castello di S. Maria come pegno di cerii denari a lei dovuti dal signore di Pisa (Minerbctti, 540): l'anuo dopo in numero di 120lancie guerreggiò contro i Pisani ai soldi di Firenze (Capponi, Comment. 1130 t. XV111), e nella gara insortavi tra lo Sforza e il Tartaglia, stette neutrale (Ammirato, XVI1. 928). Finalmente nel 1410 si condusse ai servigi di Ludovico d'Angiò (Ammirato, XVIII. 959).

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