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ciò la successione dello Stato era accertata nelle persone di Giovanni e di Filippo Maria figliuoli di Gian Galeazzo Visconti e da lui dichiarati suoi eredi, l'uno nella signoria di Milano, l'altro in quella di Pavia. Ciò nulla ostante, questo colosso di potere, che dalle Alpi Leponzie e Giulie stendeva la sua ombra sino sotto di Roma, trascorsi pochi mesi dalla morte di chi l'aveva elevato, andava rotto a frantumi.

Infatti era appena Gian Galeazzo mancato di vita. A-1402

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che le città del suo dominio state fm allora tranquille per forza, gettavansi di collo l'odiato giogo, e dovunque sotto colore o di odii antichi, o di fazioni moderne, o di carità verso il principe, la rivolta scoppiava. Qua era la schiatta dei Rossi, che fra gli inganni ed i saccheggi conduceva i nemici fin sotto le mura di Parma: colà erano i Guelfi, che scacciavano da Crema i Ghibellini affine di usurparvi il supremo potere; e mentre i Sacchi si insignorivano di Bellinzona, ed Ugo Cavalcabò si impadroniva di Cremona, ed i Rusconi occupavano Como e le sponde del suo lago, in Bergamo ì Soardi, in Piacenza gli Scotti e gli Anguissola, a volta vinti a volta vincenti, contendevansene la supremazia; ei Vistarmi in Lodi venivano arsi nelle proprie case, egli Scaligeri rientravano in Verona con Carlo Visconti, e Siena ed Alessandria si rivendicavano furiosamente in libertà. Inbrevegiunselacosaalsegno, che Brescia inorridì per carni umane vendute sui bandii de'macellai; e fin dentro di Milano, nella reggia, sotto gli occhi del giovane duca Giovanni Maria, l'abate di s. Ambrogio venne spietatamente ammazzato (1). Ora contro a questi disordini di qual riparo erano eglino i famosi condottieri, con tant'oro, con tanti onori ricercati e intrattenuti dal morto Duca? Nei medesimi giorni, nei quali il primogenito di lui Giovanni Maria riceveva Milano in divozione, Facino Cane con 800 lancie desolava i territorii di Parma, di Pavia, di Piacenza, di Cremona e di Alessandria: indi a non guari Alberico da Barbiano non solo abbandonava i servigi di Milano, ma d'accordo col papa e coi Fiorentini sforzava la vedova duchessa, nelle cui mani era rimasta la reggenza dello Stato, a cedere al pontefice le città di Assisi e di Bologna: nel medesimo tempo Antonio e Galeazzo Porro di lei condottieri la tenevano in castello come prigioniera, e la sospingevano alla necessità di tramare la congiura e l'assassinio contro i propriiministri. Bentosto Pandolfo Malatesta occupava a proprio nome Monza, e, perduta Monza, Brescia; Ottobuon Terzo assoggettavasi Parma e Reggio; Giorgio Benzonis'impadroniva di Crema, Giovanni da Vignate di Lodi, e Gabrino Fondulo di Cre

cembre del 1399 occupò Caluso, scalò Settimo Rotario e spinse il guasto e l'incendio fmo dentro i sobborghi di Ivrea. Ne conseguì perciò tale stima appo il Visconti, che questi il giudicò degno di coniìdargli il governo di Bologna allora allora conquistata. Quivi con ingannevoli, avari ed atroci modi Facino si mantenne alcun tempo contro, gli odii intestini e lo armi pontificie; finche, morto il duca, ricevè l'ordine di uscirne. Cedette allora la città all'esercito della Chiesa; ma perdio temeva di venirne molestato alle spalle, se le assicurò incendiando 300 case (b).

(i) Clon. mise, di Boi. 580. —Minerbelti, p 483. 476. — A. de Billiis, li. 31. — Cataro, St. Padov. 53C. 546. 584 — Te">- . velli (Biografia Piumoni.), Vila di Fucim).

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(II Corio, AA. 1102. 1403. — A. de Dilliis L. 1 [t. XIX).

mona; e queste città erano da loro usurpate appunto mediante il braccio di quelle squadre, che avevano giurato di custodirle e difenderle. In conclusione il giovane duca si trovò in termine da dover implorare l'aiuto di Facino Cane, e stipulare una tregua col Fondulo e col Vignate proprii suoi condottieri, e proibire nelle provincie di rendere giustizia o rogare atti prima che fossero pagate le imposizioni, e fare cancellare il pacem dalle pubbliche preci, e rovesciare le schiere armate sopra il popolo che domandavala per mercé.

Aveva il duca Gian Galeazzo eletto specialmente alla tutela de' suoi figliuoli Iacopo del Verme, l'integro e valoroso condottiero; e questi solo fra tanti traditori s'era mantenuto fedele. Ma veggendosi apertamente odiato dalla turba degli sciaurati chea modo di fazione regolavano le pubbliche faccende, e schivato con molte apparenze di rispetto dal principe Giovanni Maria, pel quale la lussuria e la crudeltà tenevano luogo d'imperio, aveva egli alla fine dovuto ritirarsi come in disparte. Anzi, stante la fatale necessità delle rivoluzioni, aveva dovuto dare pressoché l'aspetto di fazione armata alla propria difesa. Per la qual cosa la somma del potere restò in Facino Cane, che da condottiero divenuto nemico, e quindi alleato, erasl ultimamente reso il signore, o permeglio dire il tiranno, non che dello Stato, della persona medesima del principe. Quando la costui insolenza parve troppa, e la pestilenza recata in Milano dalle popolazioni accorsevi per iscampare dalla guerra e dalla A.hos fame, accrebbe esca al male, e lutto a lutto, fu Iacopo del Verme segretamente supplicato dal duca, affinché

l'aiutasse a ricuperare l'autorità. Iacopo, trovandosi privo di soldati, di denari e di ogni altra comodili!. chiamò a capo dell'impresa Ottobuon Terzo, feroce condottiero, che con scettro di ferro signoreggiava Parma e Reggio. Questi raglino in fretta 7000 uomini tra soldati e banditi, e stimolandone le brame colla promessa del sacco di Milano, passò l'Adda a Trezzo, ed occupò Desio, Magenta e Rosate. Presso a Mori21 (•'!'• mondo si fece ad essi incontro Facino Cane, uscito da Milano con 3000 uomini d'arme, e tosto con molto vantaggio li investì. La notte sospeseli combattimento. Ma non si era appena il nemico addormentato dentro i proprii alloggiamenti, che Iacopo del Verme con somma gagliardia ve lo assaliva. Le tenebre gli agevolarono la vittoria. Facino ebbe a.ppena tempo di salvarsi colle reliquie del suo esercito dentro Pavia. .Milano aperse le porte ai vincitori (1).

Fu il duca così amorevole verso Iacopo ed Ottobuono, come era stato verso Facino, e come era pe essere verso ognuno che fosse più potente di lui. Ottobuono Terzo venne subito creato governatore della persona di lui e conte di Pavia; ma non con-' tento di ciò, chiese che in guiderdone della vittoria «li venisse conceduto il sacco delle case e dei beni della fazione sconfitta: poscia passò a pretendere per f-è le ricchezze di tutta Milano, la quale città se fu faha, il riconobbe dalla virtù di Iacopo del Verme. Tion veggendosi soddisfatto né dell'una domanda nò dell'altra, il furibondo Ottobuono imbestialito egualmente contro Guelfi e Ghibellini, partissi a guisa di

(I) A. de Billiis, li. 30. —Rosmini, St. di Milano L. Vili. p -231. - Corio, St. Mil. parie IV.

nemico da Milano, per concertare a Monza coi fuorusciti i modi di guerreggiarla apertamente. Quanto a Iacopo del Verme, posciaché ei mirò nella vii corte di Giovanni Maria Visconti posposta la forte fede alla corruttrice adulazione, l'austero valore all'abbietto servirete, stante la insufficienza de'suoi sforzi, la propria persona non solo inutile ed odiosa, ma forse atta soltanto ad accrescere per violento fine il lutto e la ignominia della patria, cedette la tutela del duca a Carlo Malatesta , e gettato un ponte sull' Adda, cercò nuova patria e padrone presso i Veneziani. Pochi mesi di poi, nel pugnare fortemente contro i Turchia'servigidella repubblica, rimaneva ucciso(I). Capitano che avrebbe sollevato molto più del Barbiano il proprio nome, se come lui fosse nato libero signore di terre e di castella, e non già suddito di un gran principe, a'cui cenni era obbligato di conformare giorno e notte tutte le sue forze, i suoi disegni, e la gloria sua.

Partito Iacopo del Verme, il duca ricevé come suo liberatore Carlo Malatesta; ma bentosto era condotto ad altri pensieri dalle armi di Facino Cane, che, acquistata Vercelli ed Alessandria, col favore degli esuli Ghibellini, di Giovanni da Vignate e del marchese di Monferrato, cingeva Milano di bastile, e con non molta fatica se ne insignoriva. La incostanza del Visconti, le congiure intestine, e l'arrivo di seimila Francesi condotti dal Boucicault governatore di Genova, scrollarono tuttavia alquanto il potere di Facino. Ma questi alla fine, essendosi con una segnaci) A. de Billiis H. 31. — Corio AA. 1407.

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