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Dal che si vede, non essere stata costante la tradizione, che l'original del Ruffo sia stato composto in maniera latina.

L'opera è divisa in 162 capi, i quali finiscono nella pagina So. Poi in otto pagine seguono alcuni altri secreti bellissimi hauuti da diuersi essercitatissimi marischalchi et d'altri authori. Quindi a pag. 89 comincia il trattato d'Alberto Magno sopra le mascalzie del cauallo. Finisce nella pagina 110 stampato in Bologna nelle case d'Antonio Giaccarelli. Ma nel frontispizio è appresso Giouanni de' Rossi. Nella edizione del 1563, nel foglio 2 comincia l'arte de' maraschalchi composita per messer Zordan ruffo de calabria dignissimo caualiere del imperator Federico secondo chiamato barbarossa [dice così] dedicata et mandata ad esso imperatore dal quale per publica experientia uerissima fo approbata.

Con diverso titolo quest'edizione è registrata nella Biblioteca volante del Cinelli e Sancassani (1).

L'opera è divisa in 63 capi, e finisce nel foglio 41 o sia nella pagina 82. Succedono le quattro ultime pagine della stampa. Nella prima si trova el prologo de la detta opera translatata de latino in volgare per frate Gabrielo Bruno maestro in theologia delli frati menori. Il qual prologo, posto in fine del libro, non è altro che la dedicatoria al Brandolino. In essa il Bruno dice di aver tradotto di latino in idioma volgare a preghiera del Mazarello da Modena. Finisce così: Valete. Venetijs 1492. Die 17 decembris. Nell'ultima pagina è Sonetus Gabrielis Bruni Veneti; cioè quattordici miseri versi Italiani. Poi la nota in Venetia per Francesco de Leno MDLXIII, Nè migliori di questi sono i tredici versi rimati contenenti la perfettion et qualità del cauallo, i quali si leggono a pag. 47 nella edizione Bolognese del 1561. La qual edizione è scorrettissima. Basti un esempio. Nella pagina 13: Allhora quelle uesiche si cuoccano con ferri rotondi et caldi.,.. la uena magra del petto. Nel sito punteggiato aveano da star due parole, e non più. E dovea saper supplirle ogni mediocre correttore di stamperia, per quanto inintelligibile o mancante si voglia supporre che fosse il manoscritto. Le parole mancanti in questa edizione, si trovano in quella del 1563; e sono: primamente cossendo; cioè cúocendo. Quanto alla vena magra nell'edizione del 1561, essa nella edizione del 1563 è la vena magistra. Nel 1749 comparve il Catalogo dei manoscritti della pubblica libreria di Torino. Gli editori fecero conoscere che ivi si conserva dell'opera del Ruffo un testo latino ed uno Italiano (2).

Il meno antico, cioè l'Italiano, ed è K. V. 37, fu giudicato del secolo XVII (3). È in

(1) Nella Biblioteca volante di GIO. CINELLI-CALVOLI continuata dal DOTT. DIONIGI ANDREA SANCASSANI. Ediz. 2a. Venezia, 1747, tom. IV, pag. 188, trovasi indicata la seguente edizione: Libro dell'Arte de' Mariscalchi per conoscere la natura de' Cavalli, e medicarli nelle loro infermità, e l'arte di domargli, composto per lo dignissimo Caval. GIORDANO RUFFO Calavrese, nuovamente stampato. Venezia, 1563, in-8.

(2) Sui due codici di Giordano Ruffo già posseduti dalla Nazionale di Torino, veggasi il Catalogo del PASINI, citato nella lett. preced., pag. 196, nota 3.

(3) Su questo cod. di Giordano Ruffo in volgare, oltre il PASINI già citato, veggasi B. PEYRON, Codices italici manu exarati qui in Bibliotheca Taurinensis Athenaei ante d. XXVI Januarii M. CM. IV. asservabantur. Taurini, 1904, pag. 121 (n. CLXVI). Questo codice, segnato già (come qui indica il Vernazza) K. V. 37, era stato poi contrassegnato N. IV. 22. Ora è distrutto.

carta, in folio, benchè nel catalogo sia tra quelli in quarto. È intero. Ha 374 pagine, e contiene almeno due opere.

Pagina prima. Libro primo. Finisce nella pagina 125.

Pagine 126, 127, 128. Vacanti. De' libri secondo, terzo e quarto, non ci è vestigio. Pagina 129. Libro quinto. Finisce nella pagina 290.

Non vi ha facile indicio da congetturare chi abbia composti questi due libri primo e quinto. I quali amendue trattano di mascalcia, ma sono abbondanti di avvertimenti superstiziosi e di fole. Il confronto di essi con quelli di Marino Garzoni o con altri della medesima dottrina può dar lume a indagarne l'autore.

Nella pagina 291 comincia il trattato del Ruffo, che ivi è scritto Russo: e continuatamente segue fino alla 371, dove finisce così: Questa opera de questo libro la composto un eaualiero nominato M. Iordano Russo de Calabria caualiero del inuittissimo federicho probando quest'arte con gran studio in corte del prenominato Imperatore. Deo gratias. Amen. Explicit liber. La dettatura ha indole Napoletana: ed è testo diversissimo e dalle predette edizioni del 1561 e del 1563, e dal testo latino, del qual passo a discorrere. Esso è nel codice I. III. 47, il qual fu giudicato del secolo XIV, ed è scritto in pergamena in forma di ottavo (1).

Originalmente doveva avere cinquantasei fogli, che danno 112 pagine. Presentemente, oltre al primo foglio, ne mancano altri sei. Cioè, mancano le pagine 145, 146, 147, 148, perchè i due fogli, che le componeano, sono stati tagliati di alto in basso. Per la stessa cagione mancano, o almen non sono intere, le pagine 205, 206, 207, 208. Mancano poi del tutto le ultime quattro.

Nella pagina 141 sono i seguenti versi, che non tutti furono stampati nel Catalogo:

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Una donna SCR. LIBRARIA è in iscrizione riferita dal Grutero. Nelle note ad essa iscrizione, osservata anche dallo Schoettgenio, si accennano altre femmine antiche, le quali trascriveano libri. Nell'età moderna, oltre ad Antonia ed Alegra ed Uliana viventi verso il fine del secolo XIII, indicate dal Sarti, oltre a varie monache indicate dal Fineschi, è nota suor Veronica, la quale nel 1472 copiò in Verona i libri di sant'Agostino de civitate Dei, veduti dall'Andres in Genova, com'egli narra nelle Cartas familiares (V. 207). Gli annali della Riccoboni, che finiscono autografi al 1435, furono continuati da altre professe del monastero del Corpusdomini in Venezia benchè, a dir vero, queste religiose meritano, e forse tutte, un titolo che si approssimi al nome piuttosto di autore che di copista. Anche la professione tipografica si trova essere stata esercitata da femmine (2). Alle ebree nominate dal (1) Anche su questo cod. latino di G. Ruffo, segnato già I. III. 47 (n. MCLXXVI dei Latini), veggasi il PASINI, cit. nella lett. precedente, pag. 196, nota 3.

(2) Su altre donne tipografe nel sec. XVI, cfr. F. NOVATI, Donne tipografe nel Cinquecento, in Il Libro e la Stampa, vol. I (1907), pagg. 41-49; e T. DE MARINIS, Donne tipografe nel Cinquecento. Ancora di Gerolama de' Cartolari; ibid., vol. III (1909), pagg. 101.03.

Zeltner, non mancò il Panzer di aggiugnere quella Estellina che il Derossi osservò primiero in libro del 1476, creduto stampa di Mantova. Che se di alcuna di coteste ebree si potrebbe forse dubitar sottilmente, a nessun dubbio lascia luogo la predica del beato Bernardino da Feltre, la quale in Venezia nel 1557 fu stampata per le mani delle convertite.

Ma tornando alla mascalcia del Calabrese, l' ignota donna che scrisse il codice Torinese, fu di piccolissima levatura: ed è appena lodevole per ugualità di caratteri. Nella pagina 142 incipiunt extraordinaria remedia egritudinibus equorum et primo de iandis.

Nella 154 incipiunt regule cognitionis equorum. De celeritate. De ambulatione. De fortitudine, ec.

Nella 160. Incipit pratica de morbis et curis equorum prout experta est a pluribus marescalchis astutis. Cap. 1. Ad faciendum bonas ungulas et tenentes.

Nella 198. Cap. XXXVIJ. estraordinaria capitula sunt hec usque in finem.

Nella 203 comincia, di altra scrittura, una serie di ricette. Rimangono intere le sole prime sei. Il resto, in parte era ne' due fogli che ora son tagliati, in parte potea essere in quelli che mancano.

Di tutto ciò ch'è scritto dopo la pagina 141, ignoto è l'autore.

All' integrità del testo latino sembra che solamente manchino le due pagine prime. Tuttavia si può dubitare se, massime verso il fine, altro non manchi.

Copia del codice Torinese fu desiderata nel 1793 da un professore dell'università di Francoforte sull' Oder, del qual non fu saputo il nome. Il Denina scrisse da Berlino la richiesta. Fu applicato al lavoro l'avvocato Giuseppe Maria Pezzati d'Ivrea. Ma nol condusse alla perfezione, tediato dalla maravigliosa frequenza di errori parte non tollerabili, parte disperatissimi. Ed egli ebbe ribrezzo che trascritti fedelmente nella copia venissero attribuiti a sua indiligenza.

Anche l'Huzard (1), Veterinario di Parigi, membro dell' Instituto, e del consiglio di salubrità, essendo in Piemonte in giugno 1807, desiderò di far copiare il codice latino. Ma poi credo che vi rinunciasse.

Il Brugnone, per quanto mi sovviene di avere inteso da lui, ne ha copia fatta di sua mano. Senza dubbio, un esemplare scritto da professore così valente debb'essere tenuto in molto pregio.

Ne dai due codici Torinesi della imperial biblioteca, nè dalle edizioni di Bologna e di Venezia fatte nel secolo XVI, non possiamo sapere qual veramente fu l'originale di Giordano Ruffo. Del suo primitivo dettato, fosse o in dialetto volgare, o in maniera latina, il che ancor non sembra definito, si sono multiplicate e le copie e le traduzioni. Ciaschedun maniscalco che ne avea qualcheduna, vi fece, o del proprio, o di altrui, qualche giunta, o buona o rea, a proporzione di sua capacità. Ondechè i copisti e introdussero nel testo ciò che nei margini era forse annotazione e ricordo e interpolarono l'originale, mutandone anche la tessitura.

Del Ruffo Italiano due testi a penna sono in Venezia nella biblioteca del Bali Farsetti, esaminati dal Morelli (2).

(1) Cfr. lettera preced. (XVII), pag. 196, nota 2.

(2) I due testi del Ruffo italiano, qui accennati, sono i codd. Farsetti XVIII (cart., in-4, sec. XV) e CXVII (cart., in-fol., sec. XVII). Cfr. [MORELLI], Biblioteca ms. di T. G. Farsetti.

Del Ruffo latino un esemplare del secolo XV si trovava nella biblioteca Pine!liana (1). Questo è passato in Inghilterra. Un altro del secolo XV è nella biblioteca imperiale in Parigi. Fu allegato dal Tiraboschi (2). Un altro in membrana, che si dice similmente del secolo XV, fu posto da Carlo Salvi nel supplemento di agosto 1807 al catalogo de' suoi libri venali in Milano.

Mi parea che se rimane speranza di trovare un buon testo latino della mascalcia di Giordano Ruffo, essa fosse nella biblioteca Nani in Venezia: perocchè il codice che ivi stava, e che ora intendo essere nella biblioteca regia di San Marco (3), fu scritto nel secolo medesimo in cui visse il Ruffo. Ma il Morelli mi avvisa che nè anche a quel codice non mancano scorrezioni.

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Venezia 1771, vol. I, pagg. 152-54, e pag. 302, & IV. Il cod. Farsetti CXVII è ora indubbiamente il Marc. It. XI, 18; il cod. XVIII, invece, è bensi identificato ne' cataloghi col Marc. It. III, 7, ma l'identificazione non è del tutto sicura, per alcune discrepanze di forma che si osservano tra l'incipit ed il colophon dato dal Morelli, e quello che realmente si legge nel codice. La Marciana possiede poi altri tre codici, oltre i due farsettiani, del Trattato di G. Ruffo: 1) It. III, 25, cart., sec. XV (1438), che contiene il testo completo; 2) It. III, 27, cart., sec. XV ex., che contiene un riassunto dell'opera in volgare meridionale; 3) It. III, 57, cart., sec. XV, in due redazioni entrambe incomplete, ma che si completano a vicenda e si accostano all'ediz. di Bologna 1561. Pei codd. It. III, 7, 25, 27, si cfr. C. FRATI e A. SEGARIZZI, Catalogo d. codd. Marciani Italiani, vol I [Modena, 1909], pagg. 309-10, 328, 329-30. Il cod. It. III, 57 pervenne alla biblioteca dopo la stampa del I vol. del Catalogo.

(1) Cosi è descritto questo cod. Pinelliano dal MORELLI, Bibliotheca Maphaei Pinellii veneti, tom. III (Venetiis, 1787), pag. 356, n. 7929: « Laurentii Ruzii, Marescalli de Urbe, Tractatus de cura equorum, ad Neapoleonem Cardinalem de Ursinis. | Jordani Rufi, Cala brensis militis, Marescalli quondam Federici Imp., Tractatus de equo. | Vegetii Renati, Artis Veterinariae, sive Mulomedicinae Libri IV. Cod. mbr., fol., sec. XV. »

(2) Cfr. TIRABOSCHI, SLI., 2a ediz. Moden.. tom. IV (1788), pag. 222.

(3) Cfr. MORELLI, Codices mss. latini Bibliothecae Nanianae. Venetiis, 1776, pagg. 70-72,

cod. n. LXV; ora Marc. Lat. VII, 24, mbr., sec. XIII.

fogli che il sig. Gottschalk, dopo lunghe e pazienti ricerche, ha potuto raccogliere e ch'egli offre in vendita. Ogni tavola dà in facsimile una pagina di ciascun volume ed è preced eduta da una breve storia del volume stesso; la prima ne riproduce una della Bibbia a 42 linee di Gutenberg, nominata anche Bibbia Mazarin, che è ritenuta quale la prima opera volu minosa stampata con caratteri mobili e la quale dev'aver fatto un'impressione enorme al suo apparire, perché simil cosa sin'allora non era mai stata veduta. Secondo ogni verosimiglianza, la stampa dei due grossi volumi fu incominciata nel 1453, ma certamente fu compiuta nel 1455, giacché sull'ultima pagina 'del primo volume dell'esemplare della Nazionale di Parigi si trova la seguente notizia manoscritta: << Et fic eft finis primae partis bibliae fcilicet veteris teftamenti illuminata feu rubricata et legata p Henricum Albech alias Cremer Anno dei MCCCCLVI ». Da studi seri fatti sul numero degli esemplari impressi, si calcola che ne furono tirati da 160 a 170 su carta e 30 su pergamena. Secondo il catalogo di Seymour de Ricci (1) ne sono conservati 41 fra completi e scompleti. In uno, stampato su pergamena, trovasi sul foglio di guardia una notizia di mano antica interessantissima, riguardante il valore dei due volumi, cioè: « A. D. Prima ps biblie pcõfe. ambe ps. ualēt centù flor. » Cento fiorini valeva, dunque, a suo tempo l'esemplare! Questo medesimo esemplare fu venduto, nel 1801, per Fr. 1000, in un'asta nel 1825 per £ 504 al Perkins, da questo venduto all'asta, nel 1873, per £3400 all' Earl of Ashburnham, poi, nel 1874, per £ 4000 al libraio Quaritch, da questo a Robert Hoe per £ 5000 ed infine, nell'asta della magnifica biblioteca di quest'ultimo a New-York nel 1911, per $ 50000 al Huntington. La seconda tavola ci offre una pagina della Bibbia a 36 linee che è ancora un problema insoluto quant'all'officina dalla quale uscì; secondo gli uni ne sarebbe pure Gutenberg i tipografo, mentre altri negano e l'attribuiscono a qualcuno dei suoi compositori ed altri ancora ad Alberto Pfister di Bamberga, poiché la medesima carta adoprata per

(1) SEYMOUR DE RICCI. Catalogue raisonné des premières impressions de Mayence (1445-1467) édité par la GutenbergGesellschaft. 1911.

quest'edizione si trova in vari codici contemporanei di quella città. Comunque, è un capo d'opera della stampa apparso fra il 1457 e 1459, in un numero d'esemplari certamente di gran lunga inferiore a quello del precedente. Non se ne conoscono che 12, quasi tutti scompleti e su carta. Da 125 anni circa non se n'incontrò alcuno sul mercato dei libri.

Sulla terza tavola vediamo una pagina del celebre << Catholicon » di Magonza del 1460, sul cui tipografo le opinioni sono pure tuttora disparate. Il Dr. Schwenke ne esclude in modo assoluto Gutenberg come impressore, mentre lo Zedler afferma proprio il contrario in una pubblicazione speciale intorno al « Catholicon » : entrambi e ciò sembra assai strano si basano, per dimostrare la loro tesi, sul colofono che trascriviamo sottoponendolo al giudizio dei nostri lettori : « Altiffimi prefidio cuius nutu infantium lingua fiunt diferte.... Hic liber egregius. catholicon. dñice incarnationis an. Mcccclx Alma in urbe maguntina nationis inclite germanice. Quam dei clemencia tam alto ingenij lumine. dono qz gtuito. ceteris terra2 nacionibus preferre. illuftrare qz dignatus eft Non calami. ftili. aut penne fuffragio, fz mira patrona 93 concordia pporcione et modulo. Impreffus atque confectus eft.... » (1). L'edizione si calcola di 63 esemplari cartacei e 17 membranacei, ma tale numero sembra troppo basso, poiché Seymour de Riccj ne cita 8 su pergamena e 57 su carta. Nell'esemplare cartaceo della Biblioteca exducale di Gotha trovasi una nota iscritta dal Priore del Convento di S. Maria di Altenburg, colla data 1465, secondo la quale egli l'avea acquistato per 41 fiorini d'oro (incirca 370 lire). Un esemplare membranaceo valutato in un catalogo del 1745 a Fr. 3000, fu venduto in un'asta, nel 1769, per Fr. 1222.05 e, nel 1784, per Fr. 2000, mentre una copia cartacea fu venduta nel 1910 ad un collezio. nista americano per 45000 marchi (56250 lire). La quarta tavola riproduce una pagina del magnifico Salterio del 1457, il cui colofono esclude ogni dubbio intorno all'Officina dalla quale è uscito, poiché indica Giovanni Fust e Pietro Schöffer quali tipografi. Oltre ad essere il primo libro a stampa coll' indicazione precisa del

(1) Nella pubblicazione di Gottschalk trovasi un facsimile mal riuscito ed appena decifrabile del colofono.

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