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prepotente del traffico e della concorrenza nel grande mercato mondiale, ampliato dalla potenza e attività umana e dallo slancio nella produzione, rendono necessario che tutto un nuovo ordine di problemi venga fatto oggetto di studio e sia debitamente quanto prima regolato.

Anche nel campo della scienza e della pratica del diritto la nuova conquista dell'aria, innestando ad ogni ramo un nuovo virgulto, fa sorgere una grande serie di conflitti da regolare, una quantità di problemi, spesso spinosi, da risolvere, nell' interesse del singolo e della collettività, ciò che può farsi mediante nuove opportune disposizioni da emettersi cosí nel campo civile, commerciale, processuale, amministrativo e penale, come in quello internazionale di guerra e di pace.

Vero è che numerosi congressi di dotti giureconsulti e conferenze ufficiali da parte dei governi furono tenuti e si vanno tenendo per regolare. la complicata materia del diritto aereo, arricchendo, come dice Porrone, la pianta ultra millenaria del diritto di nuove fronde e di nuovi fiori. Ma resta ancora molto da fare, specie ove si voglia - aspirazione ardente di tutti — ricostruire, come dice Scialoja, << un diritto comune, che dei particolari contenga gli elementi piú santi ed umani ». Un diritto, soggiungo io, che contribuisca a realizzare il sogno radioso di quella Comunità internazionale di Stati, vaticinata già da Socrate e con tanto calore sostenuta dai pensatori piú insigni, che riassumendo con alto sentimento il pensiero della futura unità umana, sorretta dalla fratellanza universale dei cambi e dei mezzi di circolazione, sono tutti desiosi di vedere scomparire gli angusti confini di territorio, le aspirazioni di nazionali ingordigie, gl'incomposti orgogli di razza comuni altissime idealità.

Di fronte a tale stato di cose, un'opera intesa a dare notizia di quanto fu scritto nei vari Paesi in materia di aviazione da tempi lontani fino ai nostri giorni, e fornire cosí allo studioso la indicazione delle fonti alle quali possa attingere gli elementi di più profonda erudizione, mi sembrò altamente utile e necessaria, persuaso che la bibliografia è una scienza vera e propria, della massima importanza, da cui le altre traggono valevole aiuto e incremento.

Sotto il titolo di Ricerche bibliografiche sull'aviazione», seguendo l'ordine alfabetico, che bene si presta al comodo delle indagini, offro notizia di circa duemila pubblicazioni in siffatta materia, corredate moltissime di opportuni cenni critici ed illustrativi, e riportando talfiata di alcune interessanti brani.

Le ho divise per modo che nella prima parte trovansi quelle illustranti l'aviazione sotto l'aspetto storico, tecnico, sportistico e poetico. Nella seconda quelle relative al diritto aviatorio, che ebbi a consultare e formar oggetto di accurato studio nella compilazione di altra opera, a cui sto da molto tempo attendendo, sul diritto aereo.

Sono lieto, con queste ricerche bibliografiche, nelle quali mi furono di aiuto il Prof. Sorbelli ed altri illustri studiosi, e con l'altra opera preaccennata, che. mi propongo prossimamente di pubblicare, di poter essere utile ai cultori dei buoni studi in ciò che si attiene a quanto ebbe ed ha riferimento alla meravigliosa conquista dell'aria, che saldamente congiunge il sogno dell'antichità al vittorioso geniale sforzo dell'epoca moderna, che giunse trionfalmente a strappare alla natura tanti suoi preziosi segreti. VLADIMIRO PAPPAFAVA.

Un inventario di codici del secolo XIII e le vicende della Biblioteca, dell'Archivio e del Tesoro di Fonte Avellana.

(Continuazione: vedi La Bibliofilia, anno XXI, disp. 4-7, pag. 117).

Proseguiamo ora la nostra indagine sull'antico fondo avellanitico e soffermiamoci brevemente su di un altro codice, il Vatic. lat. 4930 (già 110 del Sirleto), del secolo XI cadente, il quale ha per noi un grande interesse e costituirà, come vedremo, la chiave paleografica per il presunto autografo del Damiani. Anch'esso proviene dall'Avellana: nella carta di risguardo reca scritto: Emptum ex libris Cardinalis Sirleti (1), e contiene il Liber testimoniorum Veteris ac Novi Testamentorum, quae de opusculis beati Petri Damiani quidam suus discipulus excerpere studiose curavit, ossia il libro piú comunemente noto sotto il titolo di « Collectanea » ; testo prezioso perché più corretto e completo (da esso il Mai trasse le « Collectanee» al N. T.), ma soprattutto perché autografo di Giovanni da Lodi che ne fu il compilatore. Abbiamo già accennato a questo discepolo del Damiani e abbiamo anche ricordato che un suo antico biografo accenna come egli trascorresse il suo tempo nel trascrivere e correggere i testi avellanitici. Orbene, nell'indirizzo della lettera dedicatoria Domino suo et patri Domno Damiano, avanti ad ultimus monachorum servus vi è una sigla simile a Þ maiuscola greca, senza fallo una legatura di Io. Ora lo ci richiama alla memoria spontaneamente Iohannes, Giovanni, che oltre a essere biografo del santo fu anche il discepolo prediletto (quale si professa il compilatore a col. 989 C. dudum me functum agnoverat [vestra sanctitas] quadam dilectionis eiusdem Petri praerogativa) e finalmente vescovo di Gubbio negli anni 1105-1106. Il codice attirò l'attenzione di Mons. Giovanni Mercati (2) (al dotto prefetto della Vaticana siamo vivamente grati delle molte gentilezze), il quale ebbe occasione di studiarlo a proposito di una lettera scritta nell'ultima carta, da una mano meno franca del secolo XII. Con essa un arciprete di Parma per nome Ho. ringrazia il papa P. d'averlo assolto e riconciliato con Dio e con la chiesa romana, dopo che egli post multam et enormem desidiam, persuaso da un vescovo non nominato di Gubbio, aveva ritrattato tutti gli errori suoi e ricorso alla papale clemenza (3). Sarebbe appunto Giovanni da Lodi il vescovo di Gubbio per la cui lucubri (= luculenta ?)

(1) L'antico catalogo vaticano ms. cosí lo descrive: Liber testimoniorum veteris et noui testamenti excerptus ex opusculis Petri Damiani per quendam eius discipulum. Qualiter homo valeat....

Prologus incipit ad N. Abbatem. Dum vestra nuper....
Itz alia eius opuscula circa finem.

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(2) PARMENSIA. I. Il più antico vescovo di Parma conosciuto. II. La lettera di sottomissione di un arciprete di Parma a Pasquale II. L'autore delle Collectanea « ex opusculis Petri Damiani » Roma, Tip. di Propaganda Fide, 1902.

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(3) Nota il Mercati che « non occorre uno sforzo d'ingegno per riconoscere in quel P. Pasquale II e riannodare gli errori dell'arciprete parmense allo scisma diuturno dei Parmigiani, prima al tempo di Cadolao e poi di Guilberto, fino al 1106 circa, nel quale anno la città si ri

et suasoria oratione l'arciprete parmense rinsaví (1) (cosí si spiega perché la lettera fu trascritta in fine di un'opera del santo vescovo) e il documento cade quindi negli anni 1105-1106 circa, ossia nel tempo in cui Parma tutta abbandonò lo scisma e si sottomise al vero papa Pasquale II. Al Mercati non sfuggi l'im

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Cod. Vaticano-Latino, 4930 - f. 3r - « Collectanea » S. Petri Damiani.
[Autografo del discepolo Giovanni da Lodi].

conciliò col Papa ed egli vi si recò a consecrarvi la cattedrale e il vescovo S. Bernardo. Piú difficile è decidere se l'Ho. sia l'Omodei prete, ricorrente in più documenti del sec. XI appresso l'Affò II 334 (a 1073 ?), 336, 338 (a. 1081), ovvero un altro Omodeo od Omobono di cui a Parma non sarà forse difficile rintracciare la memoria; e se la sottomissione di lui avvenisse con quella della città; in altri termini se la lettera è dell'anno 1106 circa o d'altro tempo. Un qualche aiuto forse lo fornisce l'accenno al vescovo di Gubbio, ma per ciò occorre esporre piú d'una congettura non so se accettabile da tutti ».

(1) Ecco il testo della lettera :

P. patri venerabili et iure prime sedis praesuli

Ho. quondam Parmensis aecclesiae archiepresbiter dictus
quod mandari potest fidelius et optari valet melius.

Gratias Deo et vobis agimus quia per eius inspirationem et vestrae benedictionis absolutionem Deo et Romanae aecclesiae restituti sumus. Egubino enim praesule ad nos dirigente atque eius lucubri et suasoria oratione sanctiente, post multam et enormem desidiam, post immodicam et condempnandam neglegentiam, abdicatis universis erroribus instinctu divino, tandem licet, ad vestram transmigravimus clementiam. Unde ammodo eam quam in Deo debemus obaedientiam nostris litteris vobis exhibemus et exhibitam Dei nutu dignis operibus prout possumus exequi et sancire cupimus.

portanza del codice, per la critica del testo del Damiani (1): per noi è assai interessante perché ci dice che il presunto autografo damiano contenuto nel codice 3797 (cosí almeno lo giudicò il Capecelatro), fu invece probabilmente trascritto da San Giovanni da Lodi (2). Certo in quel dipingere in tutto o in parte le iniziali in mezzo al contesto, nei nessi, nella forma stessa delle lettere, noi troviamo delle affinità singolari: la nostra affermazione, pur non essendo recisa (chiunque ha pratica di codici di questo periodo sa con quanta prudenza si debba procedere),

(1) « Nella lettera dedicatoria le correzioni e le aggiunte sopra linea sono notevoli e piuttosto numerose, tanto che le sospetto dell'autore medesimo. Nel corpo dell'opera poi sono preziosi soprattutto i titoli delle opere del santo espilate; titoli che sono indicati al margine e non sempre riferiti dal miniatore nel testo o passati alle edizioni. Quanto alla scorrettezza dell'ed. 989 A fra parentesi: Dum sollers itaque vestri (vir) diligentia memorata scripturae sacrae testimonia tam eleganti considerasset enodatione disperta, dignum fore valdeque perutile censuit (censui) quatinus ex codicibus illis excerpta in singulare proprii voluminis corpus redigerentur, ne inter tot scilicet voluminum (voluminosa) condensa immodico (omesso) laterent detrimento (detrimenta) incognita. Manca poi dopo col. 990, 7 cognosceret un passo importante che rivela un mutamento nell'ed. a col. 1168-1170. Il passo, cancellato non saprei da chi, suona cosi: Hoc tamen unum quod Hyeremiae perhibetur, quoniam apud ipsum invenire nequivi, inter ejusdem Hyeremiae testimonia tantum accidenter locavi: « Filii quoque Agar, qui exquisierunt prudentiam quae de terra est negotia(to)res terrae Theman (Baruch III, 23) et cetera. Ora nel cod. f. 63 v questo testo biblico è spiegato nel c. 8 come di Geremia e avanti ai passi de' Treni, mentre nell'ed. è trasferito nel c. 1o, e per Hieremiam è mutato in per Baruch, come pure è mutato nell'opuscolo 58 c. 3 (ib. 833 B), da cui proviene l'estratto. Il santo visibilmente citò Baruch sotto il nome di Geremia, come più antichi scrittori, dall'uno de' quali forse citava (il testo biblico ha più varianti della Volgata) e questo imbrogliò il bravo compilatore. Tale trasposizione (indicata da posteriore mano nel codice) ci mostra con quanta cautela debbansi usare le opere del Damiani quali corrono nelle edizioni. Cosi nel sermone 69 (P. L. CXLIV 900) è ricordato come vescovo Jvone di Chartres, mentre non lo divenne che parecchi anni dopo la morte del santo. L'anacronismo, segnalatomi da M. L. DUCHESNE, non so se provi spurio o semplicemente rimaneggiato il sermone, sembrando almeno contemporaneo d'Ivone, prova sempre ciò per cui l'addussi nelle cit. Antiche reliquie liturgiche, Roma, Propaganda Fide, pag. 9, n. I ».

(2) Che a costui, insieme a Gebizone e all'abate Teobaldo, Damiani affidasse la correzione delle sue opere, lo sappiamo dallo stesso ravennate: epist. X, lib. VI. La chiesa di santa Maria foris portam di Faenza, dove si custodí dal 1125 il codice (Vat. lat. 3797) passò agli Avellaniti nel 1168 per donazione di Ramberto, vescovo faentino.

Il Bannister ebbe occasione di occuparsi di questo codice a proposito degli Inni di San Pier Damiani che il Dreves pubblicò negli Analecta hymnica m. aevi, servendosi del Gaetani e del Migne. Il codice fu assegnato al 1100 circa. Il Mai sembra che lo ignorasse; il Gaetani lo vide forse, ma ne alterò la dizione. Ad ogni modo contiene quasi tutti gli inni del santo, ad eccezione di undici (sette dei quali il Dreves crede non appartenenti al Damiani). La pubblicazione è degna di nota per questi studi: sono citate le notazioni musicali, o se mancano, le melodie. Abbiamo cosí un intero Officio con tropi all' Introito, sequenza e prose all'Alleluia e all'Offertorio. Sono citate le varianti del celebre inno Ad perennis vitae fontem, inno che fu tradotto in tre diverse versioni inglesi e inserito nell'Innario della chiesa Anglicana. Cfr. H. M. BANNISTER, [Note bibliografiche], in Rassegna Gregoriana, VII, 1908, pag. 262.

certo ha notevole consistenza. Ed è forse la stessa mano che contrassegnò ciascuno dei codici vetustiores dell'Avellana con la solita dicitura: Hunc librum acquisivit domnus Damianus sanctae. Inoltre questo volume come le consimili compilazioni d'Eugippio per Sant'Agostino, di Paterio per San Gregorio Magno ecc., ben mostra la straordinaria stima delle opere del Damiani (1).

Anche per il prezioso testo di San Cipriano, contenuto nel Cod. Vatic. lat. 202, ci soccorre la dottrina del Mercati. Egli ricuperava il 3 marzo 1894 nel Codice Quiriniano H VI 11, proveniente dal famoso monastero longobardo di Santa Giulia in Brescia, tre fogli di risguardo, scritti in una magnifica onciale, dei Testimonia di San Cipriano, i quali risalivano con certezza al V secolo. Le sue ricerche pazienti si riferirono agli altri codici esistenti, e soprat tutto all'edizione manuziana, di cui aveva felicemente ricuperato l'apparato critico raccolto per essa e scritto tutto di mano di un dotto del tempo, il Latini, in un'edizione del Grifio, 1537, conservata nella Brancacciana di Napoli. E qui abbiamo appunto notizia del codice avellanitico che fu studiato da Marcello II. Nell'edizione critica infatti si legge Latini Latinij Viterbiensis, e a pag. 1 di mano di costui Emendavit Marcellus Papa II ex collatione trium codicum Cypriani opera: ubi igitur codex unus, aut plures variabunt, numeris distinguetur: 1559. XVI Cal. Mai (2). Vi sono raccolti anche gli apparati critici del Faerno e del Latini medesimo. Ma l'edizione nel Manuzio benché avesse grandi meriti di fronte all' Erasmiana, pur tuttavia non riuscí quale poteva essere se si fosse tratto tutto il profitto delle fatiche di papa Marcello, del Faerno, del Latini, il quale ultimo non lasciò prefiggervi neppure il suo nome. «Vi si fece, aggiunge il Mercati, un vero scempio dell'apparato critico, accettando capricciosamente ora lezioni dell'uno, ora dell'altro codice, interpolando delle congetture, e sopprimendo tutte le eccellenti varianti e le note critiche ed esplicative di che l'aveva fornita il Latini » (3). Da una nota del quale, t. II, pag. 2a, risulta che papa Marcello (+ 1555) aveva collazionato oltre i vaticani, anche il nostro ex collatione codicis, qui Petri Damiani beneficio in monasterio S. Crucis fontis Avellanae Jguvinae dioceseos, servatur; Marcellus Cervinus, qui fuit papa Marcellus II, haec notata excepit; cuius codicis est nota P.

Ecco la descrizione del codice (Vattasso e Franchi de' Cavalieri, op. cit.), il quale ha notevoli affinità con il Sessoriano, uno dei più antichi testi delle opere di San, Cipriano.

202. Saec. XI ex., mm. 260 X 171, Al. 161.

SS. Cypriani, Augustini et aliorum opuscula.

1. S. CYPRIANI, praemisso indice, opuscula complura. (f. 1 v). Ad Donatum (pag. 3-16 Hartel). (f. 6 v). De habitu virginum (ibid., pag. 187-205). (f. 13). De lapsis (ibid., pag. 237-264). (f. 24). De catholicae ecclesiae

3

(1) Vi accennò il MERCATI, in Pietro Peccatore, pag. 6-7. [Studi e docum. XVI, 1895]. (2) È la data del tempo in cui il Latini cominciò la copia delle varianti raccolte da Marcello II quattro anni prima.

(3) D'alcuni nuovi sussidi per la critica del testo di S. Cipriano, Roma, 1899.

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