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da Festo Rodusculana, e da Vittore e nel piedestallo sovraccitato Rudusculana, la cui etimologia derivavasi da Raudus, Rodus, o Rudus, bronzo rozzo, non lavorato, o semplicemente bronzo: quindi Varrone dice: deinde porta Rauduscula, quod aerata fuit: aes raudus dietim.', ex eo veteribus in mancipiis scriptum^ raudusculo libram ferito: e su tal proposito Valerio Massimo narra la storiella di Genucio Cippo pretore, a cui uscendo da questa porta uscirono tutto ad un tratto come due corna dal capo, e consultando gl' indovini questi risposero, che se fosse tornato in città sarebbe stato re, e perciò n'andò in un perpetuo e volontario esilio, onde in benemerenza fu inserito nella porta il suo ritratto di bronzo. Di questa porta si determina il sito presso il cancello della vigna oggi Volpi, dove fan capo la via Aventina e la via di s. Balbina, e donde parte una strada a destra che raggiunge le mura odierne di Roma, e dentro la vigna stessa si traccia la continuazione di una via antica che conduceva agli Orti Serviliani; antiche pur sono le due strade sovraindicate rimanendo le vestigia molto visibili. Nella valle fra il falso ed il vero Aventino le mura tulliane passavano presso al nodo, o quadrivio delle strade di s. Sabba, porta s. Paolo e s. Prisca: ivi necessariamente fu una porta, e questa è la Lavernale così appellata dall'ara di Laverna, dea protettrice de' furti, e degl' inganni, secondo Orazio lib. I. epist. XVI. v. 60 e Nonio Marcello de Honest. et nove veterum dictis per literas p. 134. Varrone così la nomina dopo la Rauduscula: Hinc Lavernalis ab ara Lavernae, quod ibi ara eius.

L'Aventino mostra due accessi soli sul ciglio, dove ricorrevano le mura: uno presso il bastione di Paolo III, l'altro presso s. Maria Aventina: il nome delle porte che ivi si aprivano ci venne conservato da Festo e da altri antichi scrittori, cioè l'una fu detta Navale per la vicinanza ai Navali, de' quali fu parlato nel paragrafo 1: 1' altra Minucia pe' monumenti ivi eretti ad onore di varii individui di quella famiglia, cioè sacello, ara, statua, colonna, ed un bue di bronzo dorato, pe' beneficii annonarii fatti al popolo. E siccome Plinio Hist. Nat. lib. XVIII. c. III. e Livio lib. IV. mostrano che tali monumenti erano fuori della porta Trigemina, porta che fu nella via di Marmorata, perciò Minucia fu il nome della porta presso s. Maria Aventina, e quindi Navale fu il nome dell'altra. E circa la porta Trigemina, o Tergemina, così chiamata forse in memoria del fatto glorioso de' tre Orazii , che però non uscirono di là , come qualche moderno pretese, ma dalla Capena, ovvero detta Trigemina dall'essere a tre fornici, fu certamente nella gola fra 1' Aventino ed il Tevere, e prossima al ponte Sublicio, come si trae da Frontino, da Valerio Massimo, e d' Aurelio Vittore, e perciò ne'dintorni dell' arco moderno della Salara, succeduto ad un fornice antico, sul quale Poggio Fiorentino de Variet. Fortunae p. 8. lesse nel secolo XV. una iscrizione portante i nomi di Publio Lentulo Scipione e Tito Quinzio Crispino che per Senatusconsulto aveano procurato che si facesse, e fatto lo aveano approvato. Queste pertanto furono le porte sulla riva sinistra del fiume,cioè la Flumentana la Trionfale, la Carmentale, la Ratumena, la Catularia, la Sanquale, la Salutare, la Piacolare, la Collina, la Viminale, 1' Esquilina, la Mezia, la Querquetulana, la Celimontana, la Fontinale, la Ferentiua, la Capena, la Nevia, la Rudusculana, la Lavernale, la Navale, la Minucia, e la Trigemina, in tutto 23.

Sulla riva destra del Tevere di una porta si riconosce il sito nella gola sotto 1' arce gianicolense, di cui s' ignora il nome, ma che per la località e per argomento di analogia avrà avuto quello di porta gianicolense, porta Ianiculensis, o Ianuclensis : almeno due poi ne doverono esistere per uscire a coltivare le terre nelle mura che partendo dal Tevere andavano a raggiungere 1' arce, e di queste pure s' ignora il nome , seppure i prata Mucia , e Quinctia che trovavansi fuori di una di esse non le avran dato nome, come dall' altra parte quella che era nel lato corrispondente a quello della porta Flumentana della riva sinistra, essendo stata magnificamente rifatta da Settimio Severo per testimonianza di Sparziano nella sua vita c. XIX. ebbe il nome di porta Settimiana, nome che poscia communicò a quella ad essa sostituita nel recinto onoriano, e che ancora ritiene. Da ciò che finora ho esposto apparisce che 26 erano le porte del recinto tulliano. Plinio Hist. IVat. lib. IH. c. V. §. IX. in questo modo enumera le porte ai giorni suoi: Eiusdem spatii mensura currente a milliario in capite Romani Fori statuto adsingulas portas, quae

SUNT BODIE NUMERO XXXVII, ITAUT XII POBTAE SEMEL NUMERENTUR, PRAETEREANTURQUE EX VETERIBUS

Septem Quae Esse Desierunt. Passo che ha formato il tormento de' topografi e che parmi doversi intendere così, che 12 porte erano ad un sol fornice , e perciò una sola volta si numeravano: le altre erano a due fornici , e la Trigemina forse a tre , quindi formavano il numero di altre 12 quanto alle porte, e 25 quanto ai fornici , in tutto 37 fornici , e 24 porte: numero che andrebbe di accordo se si escludessero le due porte trastiberine , di cui s' ignora affatto il nome primitivo, e che furono soltanto da me congetturate. Ma non è difficile che la cifra XXXVII. sia affatto un errore de' copisti, e che a quella debbasi sostituire XXXVIIII. giacchè non può porsi in dubbio che alla epoca di Plinio non esistessero le due porte trastiberine sovraindicatc: ovvero che escluso il terzo fornice della Trigemina, il numero XXXVII. debbasi correggere in XXXVIII. Certo è che le porte del recinto tulliano sulla ripa sinistra del fiume , che è la parte principale di Roma antica , non furono più di quelle che ho notato, perchè la natura de' luoghi vi si oppone, e perciò al fatto non può opporsi una cifra, così soggetta ad alterarsi dalla mano de' copisti.

Si vide a suo luogo che le mura edificate da Servio Tullio non aveano sofferto alcun cangiamento quanto alla loro estensione almeno fino ai tempi di Dionisio , poichè quello storico apertamente lo dichiara , ed aggiunge , che all' ampliazione del recinto erasi opposta la religione. Dopo di lui niun monumento abbiamo, che venisse ampliato, niun' autorità che lo dica, anzi Strabone fa conoscere che le mura rimanevano tali quali a'tempi di Tiberio: Plinio dimostra lo stesso, notando che i Castra Praetoria, che sono cosė vicini all' Aggere erano fuori delle mura; nè altra memoria ci rimane dopo quella epoca, cioè di Vespasiano, di qualche cosa fatta alle mura, che la porta Settimiana, della quale ho parlato poe'anzi. Assunto però al trono l'imperadore Aureliano l'anno di Roma 1024, 270 della era volgare, pensò seriamente a cingere la città di nuove mura, poichè i barbari cominciavano a farsi temere, e fresca era la memoria de'disordini che aveano commesso in Italia, dove erano penetrati durante il regno vilissimo di Gallieno,quando al dire di Zosimo lib. I. c. XXXVII. aveano inondata la penisola, e spinto le loro devastazioni fino a Roma, xat x%pt Tvjg P'w/xvjg empeax». Per la qual cosa dopo avere udito il parere del senato quell'imperadore dilatò le mura di Roma, siccome si legge nella sua vita scritta da Vopisco, storico contemporaneo, c. XXI. His actis, quum videret posse fieri ut aliquid tale iterum, quale sub Gallieno evenerat proveniret, adhibìto consilio senatus muros urbis Romae dilata va. Fortissime diconsi quelle nuove mura da Aurelio Vittore de Caesc. XXXV muris urbem quam validissimis: molto solide da Eutropio lib. IX muris firmioribus, dove narrano questo fatto. A questa grande opera Aureliano diè principio l'anno di Roma 1025, 271. avanti la era volgare, prima d'intraprendere la guerra famosa contra Zenobia regina de'Palmireni. La opera fu di tal vastità che da Vopisco a chiare note si dice avere il recinto quasi cinquanta miglia di giro: Muros urbis Romae sic am- _ pliavit, ut Quinquagixta Propr Millia murorum eius ambitus teneant, recinto che non dee parere esaggerato in una epoca in che Roma comprendeva fabbricbe publiche di una estensione così grande, come i luoghi di spettacolo le terme, i fori, i templi, ed i giardini imperiali, ed una popolazione di circa un millione e mezzo di abitanti. D'altronde tutti i manoscritti di Vopisco esaminati dal Casaubono danno il numero non in cifra, ma in lettere, quinquaginta prope millia, e Vopisco era contemporaneo dell'opera di Aureliano: nè alcun altro storico dà un numero diverso, onde rimanere perplessi sulla verità della cifra. E la difficoltà che suole affacciarsi , come di un recinto così portentoso non ne rimangano avanzi, oltre che potrebbe sciogliersi con altri esempli assai forti di altre metropoli antiche, svanisce riflettendo, che quando fu costrutto il recinto attuale fu distrutto quello più vasto di Aureliano, non solo per servirsi de' materiali, ma principalmente perchè rimanendo abbandonato non fornisse agli assalitori una linea di circonvallazione contra la città. Varii anni durò quel lavoro, poichè Zosimo lib. I. c. XLIX. parlando di questo nuovo recinto dice che fu cominciato da Aureliano e compiuto da Probo, il quale siccome è noto perì l'anno della era volgare

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