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236 Materiat, i ni Uso

cerro, e quercia: mostra pure come impiegavasi il faggio e l'alno, come il frassino ed il carpino, il cedro, il ginepro, il pino, e specialmente il larice, e quanto diversa fosse la natura dell'abete che nasceva nella falda settentrionale dell'Appennino da quello che nasceva nella falda meridionale, che egli preferisce. Tutto ciò fa vedere con quanta cura gli antichi facessero le parti di legno degli edificii; queste oggi sono tutte perite; ma al porto neroniano di Anzio rimangono ancora le travi del fondamento de' moli che sono durissime e di quercia: come apparteneva pure a fondamenti una gran parte del legname estratto dal lago Nemorense e che suol chiamarsi la nave di Tiberio: quel legname appunto è larice.

La calce calx facevasi con quella calcaria che Vi- truvio appella silex e che noi chiamiamo palombino: e nota esser migliore quella che si traeva dalla pietra più compatta per le costruzioni, e quella che ricavavasi dalla più porosa per gl'intonachi.

L'arena distinguesi dallo stesso scrittore in tre specie in fossicia, fluviatile, e marina: preferisce come è naturale la prima, cosi chiamata perchè si scavava, fodebatur, ed è quella che noi chiamiamo pozzolana per l'analogia che ha coll' arena che si scava a Pozzuoli, e della quale Vitruvio fa un capitolo a parte che intitola de /jidvere puteolano. Di questa arena abbonda il suolo della campagna romana: è di formazione vulcanica, e scavasi con cunicoli vastissimi, chiamati dagli antichi arenaria che poi han dato origine alle catacombe. Di questa Vitruvio distingue quattro varietà derivanti dal colore, cioè nigra, cana, rubra, carbunculus: e ne descrive la natura in questi termini: che prendendola in mano e stropicciandola quella che fa un certo romore è la migliore, poichè quella di qualità terrosa non ha asprezza: così pittandosi sopra una veste bianca, e scuotendosi poi questa, se non rimane sulla veste è segno che è buona. D'inferior qualità erano la fluviatile , e la marina, che però potevano servire per gl' intonachi, sebbene la marina generava sempre il salnitro. Egli dà le proporzioni usate dagli antichi nelle loro fabbriche di Roma, notizia preziosa per la solidità, e che dovrebbe illuminare i moderni in questa parte, cioè che usandosi arena fossicia mescolavansi ad una parte di calce tre parti di arena, usandosi la fluviatica o la marina la proporzione era di una parte di calce e due di arena, correggendo la natura di questa con un terzo di coccio pesto e cribrato. L'argilla serviva pe'mattoni di che sono costrutte la maggior parte delle fabbriche di Roma imperiale, come ancora per le stoviglie, per gli ornati, e per le opere di scultura. Egli è da rimarcarsi che Vitruvio non parla che del modo di cuocere i mattoni al sole, mentre non s'incontra esempio nelle fabbriche di Roma di mattoni di tale natura. Essi sono di due sorti di argilla, rossa e gialla, frammischiata a granelli di pozzolana, che è il carattere che fa distinguere i mattoni antichi dai moderni, ne'quali que'granelli non s'incontrano mai, e che principalmente servivano a correggere la crudezza della argilla ed impedire le screpolature nel cuocerli. La grandezza e la forma de'mattoni varia secondo l'uso al quale erano destinati e secondo la epoca delle fabbriche: anticamente la cortina formavasi di mattoni triangolari la cui base era nella faccia esterna: forma dettata dalla solidità e dalla economia, poichè la parete si legava meglio al masso interno, e la superficie esterna coprivasi colla metà di un mattone quadrato, tagliandosi questo nella diagonale. Dopo un certo numero di strati di masso e di mattoni, che varia secondo la grandezza delle fabbriohe, o la epoca, ponevasi uno strato generale di mattoni quadrati, ciascuno de'quali avea 2 piedi per ogni lato, e questi sono quelli mattoni che sogliono designarsi dagli architetti col nome di tegoloni, denominazione adottata dagli antiquarii: e questo strato unito di tegoloni serviva a legare il masso colla cortina di tratto in tratto in modo che ne risultava un muro solidissimo e nella superficie e nella grossezza. Quando poi doveansi fare archi, nella massa del muro frapponevansi tegoloni, e nella cortina mattoni quadrilunghi e cuneati, corrispondenti ad un mezzo tegolone quanto alla misura. Questa massima io ho riconosciuta osservata in tutte le fabbriche antiche di Roma fino ai tempi di Onorio. La povertà de'tempi andò successivamente introducendo un nuovo sistema, e dovendosi servire di mattoni già usati non si ebbe più riguardo a forma, grossezza, e qualità per le cortine: mancati i materiali antichi, per la parete, nel secolo XV. furono adottati i mattoni quadrilunghi, che ancora vediamo in uso, senza i legamenti de' tegoloni; quindi sovente questa si distacca dal masso e si discioglie, e prepara la rovina delle fabbriche: ed un testimonio se ne ha nel bel bastione di Sangallo fralle porte s. Paolo e s. Sebastiano, dove contrastano insieme una costruzione bene eseguita, e mezzi male adoperati.

Le pietre usate nella costruzione interna ed esterna de'muri erano e sono il tufa che gli antichi chiamavano lapis ruber, il peperino, o lapis albanus, il sasso gabino, lapis gabinus, ed il travertino, o lapis tiburtinus: queste sono quelle che più communemente s' incontrano: qualche volta nell'esterno, e spesso nell'interno, o masso il selce vulcanico, che gli antichi chiamarono silex- e sovente nelle volte la pomice, purnex. Fra tutte queste pietre, il solo travertino è calcano, o carbonato di calce, le altre sono vulcaniche. Tre specie nominansi da Vitrucio <lel tufa, che chiama rosso, pai Mense, e fidennto, e le -designa come presso, e dintorno a Roma, circa urbani, e come di natura fragile, o facile a tagliarsi, molles. La prima di queste trasse nome dal colore rossastro, ed ai tempi di Strabone cavavasi ne'dintorui dell' Ani-en e fra Gabii e Roma; ma anche in altre parti si rinviene nel circondario romano, ed in Roma stessa, il Capitoli», il Celio,e l'Aventino ne presentano cave grandi che furono le prime, come le più vicine. E quelle cave in uso ai tempi di Strabone riconosconsi ancora entro la tenuta di Cervaretta a sinistra della via Collatina, dovi apronsi in grotte amplissime vestite di musco e di edera, e di grande imponenza. Della stessa specie è la pietra Cdenate, cosi detta perchè esistente presso l'antica città di Fidene, ed anche là si ravvisano le antiche cave, oggi ridotte a grotte chiuse. Più difficile è determinare quelle cave che ne'testi odierni di Vitruvio sono denominati: Pallienses e che alcuni de'commentatori hanno voluto correggere in sfllienses; io credo, che dovendo essere comprese nella categoria di circa urbem, e non rimanendo vestigia di cave di tufa ne' dintorni dell' Allia , ma sibbene in quella parte de'colli gianicolensi, che oggi chiamano monte Verde, parmi che con quel nome qualunque ne sia la etimologia, Vitruvio abbia indicate quelle cave che forniscono ancora oggi un tufa litoide molto più compatto, e di colore lionato pìùjfosco del comune. Questa pietra nelle fabbriche antiche esistenti in Roma è quella che più communemente si vede usata, tagliata in grandi massi quadrilateri nel carcere Mamertino e Tulliano, cioè nelle fabbriche più autiche, che rimangono del tempo de're: a piccioli poligoni negli avanzi de' Natalia e sul Palatino: a rombi cuneati nella opera così deita reticolata, cominciando dal cadere della republica ne'giardini di Sallustio, e negli Orti de' Domizii e continuando fino a'tempi in che vennero erette le sostruzioni a guardia delle Terme di Caracalla. Tagliata a massi grandi ha resistito, in piccioli poligoni o rombi è stata sovente dall'aria corrosa.

La pietra albana che noi chiamiamo peperino per una grossolana somiglianza di colore che ha col pepe pesto, ebbe il nome di albana perchè trovasi sulla falda meridionale ed occidentale del monte albano, dove veggonsi le antiche, come le moderne cave: e le antiche erano nella direzione dell'antica Albalonga, e sotto Marino nel luogo che oggi chiamano il Barco, e le moderne sono presso Marino sulla falda dell' antica valle Ferentina. Essa è una pietra di colore bigio verdognolo chiaro, ed è un ammasso di ceneri vulcaniche miste a squamine di mica, grossi pezzi di calcaria calcinata, lava nera, amfigene e pirossene frantumate, ammasso indurito dalla permanenza delle acque e dallo andare de'tempi. L'edificio più antico e considerabile che abbiamo in Roma di questa pietra è il recinto del Foro di Nerva recinto, che come mostrerò a suo luogo è anteriore al Foro medesimo, ed opera de'tempi della republica.

La pietra gabina, così detta da Gabii, città latina presso cui si cavava, dove veggonsi ancora i tagli fatti per estrarla è una specie di peperino di color bigio bruno pieno di pezzetti di lava nera, bruna, e rossiccia con frammenti di cristalli, di pirossena, e minutissime squamme di mica, ed alcuni pezzi angolari di calcaria appennina. Strabone parla delle sue cave nel luogo citato di sopra. Il monumento più antico in che vedesi usata questa pietra è la Cloaca Massima, opera di Tarquinio, dove allo sbocco nel Tevere la faccia dell'arco è di pietra gabina. Di questa è pure il Tabularlo, lavoro de'tempi di Siila. Tacito Ann. lib. XV c. XLIII dice avere Nerone ordinato dopo l'incendio famoso di

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