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tninae vero sacratarum Cereri, generosa Ma in finem usque constantiam repugnaviu...Agnovit iniusticia iusticiam: concessit tribunus, quomodo erant, simpliciter induòereìuur. Fatto che conferma ciò che fu asserito di sopra circa la ricercatezza de'Romani nella celebrazione di questi spettacoli, che come si vede estendevasi anche quando trattavasi di supplizio. La caccia delle belve precedeva in ordine tutti gli spettacoli anfiteatrali, quindi davasi ordinariamente la mattina. Durante la pugna eranvi nell'arena garzoncelli, che rimuovevano la sabbia insanguinata,per mezzo di rastelli, costume che Marziale lib. II. epig. LXXV. testifica, allorchè narra il caso tristissimo di due di tali fanciulli che vennero divorati da un leone, dimentico degli ammaestramenti ricevuti:

Nam duo de tenera pueiilia corpora turba,

Sanguineam rastris, quae renovabat humum, Saevus et infelix furiali dente peremit:

Martia non vidit maius arena nefas! Fino alla epoca di Costantino ricordansi i giuochi delle fiere, come finora vennero descritti: dopo quella epoca furono moderati in guisa da tor via quanto poteva apparire crudele, e furono ridotti a spettacolo di semplice apparenza, e di caccia sicura, i quali continuarono durante i secoli IV. e V. dimostrandosi chiaramente dai passi di Simmaco, e di Claudiano citati di sopra. Caduto l'impero occidentale l'anno 476 della era volgare non furono aboliti, e sotto i re goti stessi Cassiodoro fa menzione delle caccie date nell'Anfiteatro Flavio l'anno 519 e 523 della era volgare, gli ultimi che siano ricordati nella storia. Monumenti antichi rappresentanti tali caccie non sono rari ne'musei, ma specialmente credo di dover ricordare il combattimento di fiere effigiato in stucco sul sepolcro di Castricio Scauro a Pompei! in me

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moria de'giuochi celebrati ne'suoi funerali, e che furono publicati da Clarac, Millin, Mazois, e più recentemente nella importante raccolta inglese: The Library of Entertaining Knowledge, Pompeii T. I. Ch. IX.

Osservai di sopra, che i giuochi gladiatorii furono introdotti in Roma dalla Campania l'anno 490 di Roma e che dapprincipio furono ordinariamente dati nelle piazze puhliche, finchè edificati gli anfiteatri furono uno degli spettacoli principali che ivi si davano. Questa classe componevasi di gente che volontaria davasi a tal mestiere, mediante patti particolari concernenti il tempo del servizio, e la retribuzione, a guisa di un ingaggio militare, e questi erano alloggiati, vestiti, e nudriti a spese di chi l'ingaggiava entro edificii a ciò destinati , che dall'uso di servire ancora di luoghi per esercizii appellavansi Ludi, e di tali Ludi publici in Roma ricordami nelle lapidi, ne'frammenti della pianta di Roma Antica, e ne' Regionari! quelli denominati Matutinus, Gallicus, Magnus, Mamertinus, e Dacicus, tutti entro i limiti delle regioni, II, e III, onde essere in maggior prossimità dell'Anfiteatro Flavio. E sebbene non rimangano avanzi di questi ludi, la icnografia di Roma del Campidoglio conserva la pianta di quello soprannomato Magnus, dalla quale apparisce, che consisteva in un edificio esteriormente quadrilungo e composto di un numero di camere o celle separate una dall'altra coli' apertura verso l'interno; ed ivi un portico quadrilungo di colonne che racchiude uu' area ellittica nel centro , circondata da sedili: quindi vedesi essere questi edificii fatti internamente a foggia di piccioli anfiteatri per gli esercizii, circondati intorno dalle celle per dimorare. Questi ludi avevano i loro Curatores, e Procuratores, ed i maestri de'gladiatori, ordinariamente gladiatori emeriti, quello di lanistae. Simili a questi ludi publici erano i privati, quelli cioè dipendenti immediatamente dai grandi, i quali negli ultimi tempi della republica erano anche essi così vasti, che Cicerone scrive ad Attico lib. VII. epist. XIV. averne Cesare raccolto in un solo ludo a Capua 5000 di quella classe che appellavauo secutores- Quindi apparisce quali spese enormi incontravano i potenti per poter mantenere di tutto punto tanta turba, e qual pericolo corresse la republica, allorchè Spartaco insieme con Crisso, Enomao, ed altri trenta, rotto il ludo gladiatorio di Lentulo in Capua, ed ingrossando la turba di altri gladiatori, di schiavi fuggiaschi,e di ogni sorta di scellerati pose a soqquadro la Italia, scorrendola da Capua a Modena, e da Modena a Reggio di Calabria, minacciò Roma e disfece eserciti pretorii, e consolari. Ma questa classe non componevasi solo di volontarii: sovente venivano condannati al mestiere di gladiatori dai padroni gli schiavi, dall'autorità publica i prigionieri, o i delinquenti, e questi, or a tempo, or a vita, secondo la gravità della colpa, a meno che in quest'ultimo caso il publico, spettatore di qualche tratto di particolare bravura non li liberasse, o momentaneamente, o per sempre.

La loro disciplina teneva alla militare insieme ed alla servile: il giuramento, che i gladiatori volontarii prendevano nel momento del loro ingresso verso chi l'ingaggiava ci è stato conservato da Petronio nel Satyricon. c. CXVII. in questi termini: uri, vinciri, verberari, ferroque necari, et quìdquid alìud Eumolpus iussisset, \ tamquam leghimi gladiatores, domino corpora, animasque religiosissime addicimus. Quindi doveano prestare obbedienza cieca al loro signore. Essi chiamavansi in genere Familia, come appunto appellavasi la turba de'servi: ed erano divisi in classi e decurie: le classi distinguevansi con nomi diversi, secondo l'armatura, o il genere di combattimento, al quale erano addestrati,

e ve n'erano a piedi, a cavallo, e sopra carri. Le classi di quelli a piedi, che erano i più numerosi, ricordate nelle iscrizioni, rappresentate ne'monumenti, e nominate negli scrittori classici, distinguevansi in Hoplomachi così detti dall'essere intieramente armati, quasi come i legionari! romani: Mirmillones e Murmillones, detti pur Galli dall'armatura gallica secondo Festo: Provocatores perchè provocabant pugnarn, detti ancora Pelites'. Retiarii perchè andavano armati di rete e tridente : 5amnites, perchè vestiti alla foggia degli antichi Sanniti: Secutores perchè particolarmente inseguivano i Retiarii: e Threces perchè armati come i Traci con spada o harpe ricurva. Quelli a cavallo dividevansi in J4ìidabatae, Dimachaeri, Equites, e Laqueatores: i primi pugnavano a visiera calata: ì Dimachaerì con due spade corte: gli Equites come i cavalieri romani: ed i Laqueatores lanciavano una corda, laqueus onde impacciare i loro antagonisti, e quindi inviluppati li ferivano. I gladiatori che combattevano sopra i carri dicevansi Essedarii per la forma dal carro stesso che appellavasi essedum, carro di origine gallica, e britannica. I monumenti che mostrano gladiatori, come gli stucchi pompejani, i musaici di villa Albani e di villa Borghese, il bassorilievo vaticano, e quello di villa Pamfili, mentre fanno conoscere la varietà delle armature, e la ricchezza de'costumi, sono prova della splendidezza di simili giuochi, e per un momento distraggono l'animo dalla crudeltà di tale istituzione.

Questi spettacoli sanguinarli continuarono a darsi fino all'anno 325 della era volgare, allorchè Costantino diresse il primo di ottobre da Berito oggi Beirout a Massimo prefetto del pretorio una legge riferita nel Codice Teodosiano lib. XV. tit. XII. 1.1. colla quale proibì i giuochi de'gladiatori e commutò pe'delinquenti questa pena in quella delle miniere: quapropter, qui omni* no gladiatores esse prohibemus,eos qui forte delictorum caussa hanc condicionem, atque sententiam mereri consueverant, metallo magis facies inservire, ut sine sanguine suorum scelerum poenas agnoscant. Ma questa legge ben presto venne in disuso, e forse nelle Provincie occidentali mai non fu pienamente eseguita. Imperciocchè la legge seconda dello stesso titolo diretta ai 16 di ottobre da Costanzo e Giuliano ad Orfito prefetto di Roma, mostra che continuavano a darsi tali giuochi nel 357, come pure la terza legge emanata sullo stesso oggetto da Arcadio ed Onorio l'anno 397 dimostra non solo la continuazione de'giuochi, ma ancora la esistenza de ludi. Lo stesso si trae da s. Agostino Confess. c. Vili, e da Prudenzio contra Sjmmachum 1.1. v. 379 e seg: Respice terrifici scelerata sacrarla Ditisi Cui cadit infausta fusus gladiator arena' ffeu, male lustratae phlegetontia vidima Romae\ JSfam quid vesani sibi vult ars impia ludi! Quid mortes iuvenum, quid sanguine pasta voluptas? Quid pulvis caveae semper funebris et Ma Amphidieatralis spectacula tristia pompael E sul fine di quel poema lo stesso Prudenzio diriggen- dosi ad Onorio lo esorta a por fine a que'giuochi: Tu mortes miserorum hominum prolùbeto li tari, Nullus in urbe cadat cuius sit poena voluptas: JVec sua virginitas oblectet caedibus ora» Iam solis contenta feris infamis arena, Nulla cruentatis homicidia ludat in armis. Non tardò a presentarsi una occasione opportuna per abolirli: narra Teodoreto lib. V. c. XXVI. che regnando Onorio un monaco di nome Telemaco partì dall'oriente affine di far cessare quelli spettacoli; giunto in Roma

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