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ROMA

NELL' ANNO MDCCCXXXVIII

INTRODUZIONE

DELLA TOPOGBAFIA FISICA DEL SUOLO DI BOMA, DEI COLLI, E DELLE VALLI, E De'ìvomi CHE EBBERO NE'XEMPI ANTICHI.

Poche parti di Roma odierna mostrano ad occhio nudo il suolo originale , sul quale la città venne fondata 753 anni avanti la era volgare: e facile è rendersi ragione di questo fatto, considerando che si tratta di una superficie abitata senza interruzione per quasi 26 secoli da molti e molti millioni di uomini, che si sono succeduti; poichè sebbene dapprincipio soli 3000 individui la occupassero , questi crebbero a segno che per buoni 300 anni ammontarono ad un millione e mezzo permanenti, come mostrerò a suo luogo ; e quantunque poscia , rapidamente diminuissero, e successivamente , ora alquanto crescessero , ora si riducessero di nuovo ad un numero più ristretto, sempre si mantennero in modo da gareggiare con altre grandi città, e ne'tempi più prossimi a noi, ha racchiuso, e racchiude da 150000 individui. Questo fatto prescindendo da qualunque altra vicenda straordinaria dovea coll' andare di tanti secoli portare un cangiamento nella superficie del suolo primitivo , ed alterarne oltre la materia ancora le forme. Ora aggiungendo a questo le devastazioni, alle quali andò soggetta questa città per la mano degli uomini, che non furono poche, siccome vedrassi: le fabbriche atterrate dagli allagamenti del fiume e dagP inceudii : gli edificii nuovi costrutti colmandone altri: le strade rese più agiate o col togliere , o coll'aggiungere terreno , e di conseguenza diretta verrà che il suolo originale dove non fu alterato con tagli dovrà generalmente investigarsi sotto strati considerevoli, ed ammassi di materie prodotte da rovine e da scarichi, verità riconosciuta dall' illustre geologo italiano Brocchi rapito alla scienza, che professava dall' amore eccessivo di farla progredire. Veggasi la sua Memoria intitolata: Dello Stato Fisico del Suolo di Roma p. 82.

Premessa questa dichiarazione, che era pur necessaria, osserverò che Roma fu edificata, malgrado lo stato apparente attuale del suolo sopra un terreno molto irregolare, che meglio non saprei definire che col nome di un ripiano formato da materie generalmente trasportate dalle acque entro un basso fondo coperto da acque quasi stagnanti, che nel ritrarsi formarono leggieri solchi pe' quali scolarono e che quindi servendo a portar via quelle avventizie delle pioggie, a poco a poco si sprofondarono in modo che il ripiano stesso trovossi come da valli profonde separato in colline , o isolate affatto, o legate insieme da istmi, colline che apparvero più, o meno dirupate e scoscese, secondo la resistenza che presentava la materia del ripiano stesso , o la forza delle correnti. Questa apparenza offre il suolo di Roma anche oggidì a chi ne esamina la pianta, e si dee a mio parere al ritiramento del Mediterraneo, avvenuto circa 1500 anni avanti la era commune, siccome ho più a lungo notato altrove, e con argomenti che stimo inutile di ripetere. Veggasi il Discorso Preliminare dell' inalisi.

Sopra tale irregolarità del suolo di Roma è classico quel tratto della seconda orazione di Cicerone contra Rullo c. XXXV. Romam in montibus positam et convallibus, coenaculis sublatam atque suspensam, non optimis viis, angustissimis semitis, prete sua Capita t pianissimo in loco explicata, ac prae illis semitis irridebunt atque contemnent.

Prima però che questo suolo fosse popolato dagli uomini e ridotto a forma di città fu per testimonianza concorde degli antichi scrittori coperto da boschi , ed ingombro da paludi: veggansi Varrone de Lingua Latina lib. IV. e V. Dionisio lib. I. e II. Livio lib. I. e Properzio lib. IV. el. I. II. ec. I boschi vestivano principalmente i colli e le falde, e celebri furono quelli di quercie del Campidoglio e del Celio , quelli di lauri e mirti dell'Aventino, quello di faggi dell' Esquilino, quello di vinchj o salci del Viminale ec: e prova ne erano i nomi originali di varii di questi colli medesimi derivanti dagli alberi che vi abbondavano, come il Celio detto Querquetulano , 1' Aventino detto Murzio , ossia mirteo, e Laureto, 1' Esquilino, il Viminale ec. Di tali boschi si mantenne la memoria di fatto da que' luci consagrati dalla religione che rimasero fino al secolo V. della era volgare, cioè fino alla caduta del paganesimo , ricordati dai regionarii e dai grammatici. I luoghi bassi poi e le valli non essendo stati livellati necessariamente rimanevano qua e là paludosi,sia per le acque che sorgevano a piè de' monti, sia per quelle avventizie che vi scolavano, sia finalmente perle inondazioni fluviali; imperciocchè il Tevere correndo allora a suo agio , e non essendo frenato da argini, spandevasi nelle piene per tutti i luoghi bassi adiacenti alle ripe, i quali essendo concavi ritenevano sempre una parte stagnante delle sue acque.

Questo fiume entra nella pianura di Roma, circa 18m. prima di mescere le sue onde nel mare, seguendo una linea diretta , ma almeno 30 girando secondo le moltiplici sue tortuosità. Albula fu appellato in origine, dal colore biancastro tendente al ceruleo che ha presso Roma, quando non venga intorbidato dalle pioggie: Albula nomen : Antiquum hoc nomen a colore habuit dice Servio Sch. in Aen. lib. Vili. v. 332: e Festo: ab albo aquae colore più esplicitamente lo deriva. Ma allorchè le pioggie lo gonfiano primieramente le acque cangiansi in rossastre, e quindi in gialle, donde derivò 1' epiteto communemente datogli di flavus dagli antichi, e di biondo dai moderni : ed allorchè Virgilio lib. Vili, v. 64 lo appella caeruleus allude al color biancastro cilestre indicato di sopra piuttosto che alla sua profondità , come immaginò Servio. Di Albula cangiò il nome in Tiberis , donde noi abbiamo fatto Tevere, secondo la tradizione più commune, dopo che Tiberio, o Tiberino re di Alba Longa vi rimase annegato; altre leggende antiche però derivavano la etimologia di questo nome posteriore da Thybris personaggio di forme gigantesche della schiatta de' Siculi da Virgilio lib. Vili, v. 328 chiamati Sicani: altre da Tyberi figlio di Giano e di Camesene , che vi rimase spento: Servio in Virg. 1. c: altre finalmente da Dehebri, o Thebri re de' Veienti: Varrone de Ling. Lat. lib. IV. Servio ricordato poc' anzi ha conservato la memoria Aen. lib. Vili. v. 63 che questo fiume ne' rituali designavasi col nome di Serra, sega, dal rodere che faceva le ripe, e nella lingua commune del Lazio primitivo Ramon per la stessa ragione. Esso è profondo come lo descrivono Dionisio lib. IX. e Plinio Hist. Nat. lib. XXXVI. c. IX. §. XIV. n. 4. e come dimostrasi dalle moli enormi degli obelischi e delle colonne, che lo rimontarono: e nel tratto che traversa Roma è particolarmente ricco di pesci , frai quali Plinio Hist. Nat. lib. IX. c. LIV. §. LXXIX. ricorda come squisiti i lupi pisces presi frai due ponti, cioè il Palatino ed il Sublicio, pesce da Giovenale sat. V. indicato in que' versi.

Aut giacie adspersus maculis, tiberinus et ipse pernula riparum, pinguis torrente cloaca Et solitus mediae crjptam penetrare Suburae. E Varrone ( citato da Macrobio Saturn. lib. II. c. XII.) nel libro undecimo della opera, che intitolò Rerum Hu- manarum frai prodotti italici, ai quali diè sovra ogni altro la palma nomina il piscem Tiberis : e soggiunge su tal proposito Macrobio: Haec Varro de omnibus scilicet huius fluminis piscibus, sed inter eos, ut supra dixi praecipuum locum lupus tenuit et quidem is qui inter duos pontes captus est: e riferisce uno squarcio ben lungo della orazione di Cajo Tizio , che fiorì ne' tempi di Lucilio, detta a favore della legge Fannia promulgata 1' anno di Roma 593, legge tendente a restringere il lusso de' conviti : squarcio che termina così: Quis mihi negotii est cum istis nugacibus, quam potius, potamus mulsum mixtum vino graeco , edimus turdum pinguem, bonumque piscem Lupum Gerìianum, qui inter duos pontes captus fuit. Paolo Giovio scrisse in latino appositamente un trattato sopra i pesci di Roma, tradotto in italiano da Carlo Zancarolo, ma in quello confuse insieme que' che vengono dal mare , e que' che si prendono nel Tevere. Fra questi ultimi, che qui è d' uopo di segregare dagli altri , come estranei al proposito nostro , pone in primo luogo lo storione e giustamente confuta la opinione de'dotti del secolo XV, che lo credettero il lupus testè nominato, mentre altri hanno creduto che corrisponda all' Acipcnser, al Silu- rus, ed al Tursio degli antichi, ma senza certezza. Oggi P. I. 2

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