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mando così un angolo ottuso incontro alle prime mete. La curva orientale è un semicircolo perfetto che unisce insieme le due rette; la occidentale è un arco di circolo il cui centro è in un punto riconosciuto. Questa costruzione non era arbitraria, ma dipendeva dalla natura de' giuochi cioè dalla corsa de'carri: questi uscendo dal lato occidentale e sopra tutta la linea, e dovendo percorrere prima il lato destro, esiggeva la giustizia, che percorressero tutti uno spazio eguale, il che non sarebbe stato , se fossero partiti da una linea retta ; ma partendo da una curva , che avea un centro commune rnaotenevasi la parità della corsa. L'angolo ottuso del lato meridionale veniva cagionato dal voler dare al lato destro che era il primo a percorrersi uno spazio maggiore senza alterare la misura data alle carceri. Dalla specie de' giuochi, che si davano nel circo derivarono le parti di esso ,' imperciocchè era d' uopo che i carri e i cavalli prima di cominciare la corsa fossero ritenuti in un luogo, dal quale tutti insieme partissero: era pur necessario uno spazio dove potessero correre: era finalmente di bisogno stabilire segnali che determinassero il principio ed il fine della corsa: queste tre parti principali furono designate col nome di Carceres, Orena, e Metae. Il nome di carceri dato alla parte destinata a ritenere i carri, e i cavalli derivava dal verbo co'ércere ritenere, costringere: la pianta si vede bene negli avanzi superstiti del circo di Romolo: la elevazione si trae da un frammento di bassorilievo della villa Albani: i particolari ci sono stati conservati da Varrone e da Cassiodoro, e si ravvisano ancora nelle carceri del circo Sovraindicato. Da questi documenti apparisce, che questa parte era disposta a foggia di un segmento di circolo: che tredici erano i fornici, de'quali quello centrale era affatto separato dagli altri, come quello che era destinato alla pompa: i sei laterali a destra e sinistra destinati ai carri erano aperti fra loro: questi fornici terminavano negli angoli con una specie di torre per parte, destinate ai tibicini, le quali, secondo Varrone davano il nome di oppidum a tutta questa parte. Ciascun fornice era chiuso da un cancello, che aprivasi al segnale dato dal pretore per mezzo di un panno bianco, mappa, costume che Cassiodoro afferma derivato da un fatto avvenuto ai tempi di Nerone, che stando a pranzo nel palazzo imperiale, mentre il popolo era adunato nel circo sottoposto, e chiedendo questo incessantemente, che si desse principio allo spettacolo, l'imperadore fece gittare dalla fenestra la salvietta che teneva, come per segnale, che si potesse cominciare la corsa. Dinanzi i pilastri di ciascun fornice era un erme , che in origine rappresentava Mercurio , nume protettore degli atleti, ma che poscia portò ogni sorta di effigie, a segno che nel circo di Romulo dove varii tronchi di essi furono trovati, uno portava la testa di Demostene, soggetto che certamente non avea alcuna relazione co'giuochi circensi. Questi ermi sono ricordati da Cassiodoro, e veggonsi espressi nel frammento della villa Albani. L'arena trasse nome dall'uso di versarvi la sabbia, arena, prima di darvi le corse: da Svetonio e da Plinio apprendiamo che Caligola e Nerone fecero spargere sul suolo del Circo Massimo in luogo di sabbia commune minio e crisocolla: i gradini , che ricorrevano intorno a questa aveano la stessa disposizione che nell'anfiteatro, e le classi degli spettatori erano nel circo divisi nello stesso modo, se non che il terrazzo sopra le carceri veniva occupato dai consoli ed altri personaggi di prim'ordine. Due luoghi poi particolarmente distinti appariscono nel circo di Romulo, ed ambedue sono ne'lati lunghi: uno nel settentrionale, che direttamente communica colla villa imperiale attinente,

e che è direttamente incontro alle prime mete, onde io credo ravvisare in esso il pulvinare imperiale , 1' altro quasi incontro al sito dell'obelisco nel lato meridionale, e questo forse era destinato al magistrato, che presiedeva ai giuochi. Oltre la porta della pompa altre quattro se ne riconoscono nel circo di Romulo: due sono alla estremità de'lati lunghi presso le torri delle carceri, e queste sembrano essere state destinate agli aunghi, che per esse uscivano a prender posto nelle carceri dopo aver fatto la loro comparsa nella pompa: una se ne vede nell'angolo ottuso del lato meridionale , e questa forse fu la porta libitinaria per la quale estraevansi i corpi degli estinti: e finalmente una havvene nel mezzo della parte lunata , e questa mette in communicazione il circo colla via publica. Metae chiama* vansi i segnali che determinavano il principio e la fine delle corse: queste dapprincipio furono sassi rozzi, poscia ebbero la forma di coni troncati, sormontati da una specie di ovo: ed erano tre aggruppati insieme sopra una base commune che era rotondata nella parte intorno a cui giravasi dai carri : il lato che non veniva toccato dai carri era rettilineo. Dinanzi le prime mete secondo Gassiodoro 1. c. stendevasi da un podio all' altro una corda bianca che alba linea dicevasi che era il vero segnale del principio e del fine della corsa: e sol da quel punto in poi potevano i carri urtarsi e rovesciarsi : questa in mezzo all'arena veniva appoggiata ad una trave verticale fissa ad un poggiuolo che ancora nel circo di Romulo può tracciarsi. Dapprincipio le mete furono quelle che sole determinavano il giro: successivamente nella parte intermedia si eressero altari, statue, colonne, obelischi, tempietti, e questi si posero sopra un basamento comune , il quale per la sua forma imitante la spina dorsale ebbe il nome di Spina, la quale si traceia tutta nel circo di Romulo; ed ivi apparisce, che non era parallela al lato retto, o settentrionale, ma posta un poco di traverso per lasciare il lato destro alquanto più largo : apparisce inoltre, che serviva di ricettacolo per acqua, come si vede nel musaico di Lione, ed era distinta in varie sezioni lasciando passaggi intermedii , perchè potesse accorrersi da una parte all'altra a gittar acqua agli assi, i quali essendo di legno, per la celerità del moto, e la moltiplicità delle corse potevano prender fuoco. Cassiodoro mostra, che sette giri facevansi intorno alle mete, e siccome per la moltiplicità avveniva, che nascevano sovente questioni sul numero de'giri fatti, 0 da farsi, quindi Agrippa immaginò, come segnali sette delfini, e sette ova mobili, che si toglievano a misura che tali giri eseguivansi: di ciò è testimonio Dione, che narrando gli avvenimenti dell' anno di Roma 721 lib. XLIX. c. XLIII. scrive: y.xvra tnno(Spo[j.a afoùXo[itjovq rovg ocv^pansvg nept rev Twv SauAcov xpùp.ov ópuv, rovg Ts dcXfivxg Y.ou rxcùou§t) d-/jutovp^p.xroc xarrsu^vjobrrd òncog 5t xvrav xl nzpisfSoirw nzpifìpotxtà ayaSetzvucayta£. Ne'bassorilievi rappresentanti corse circensi veggonsi distintamente questi oggetti, ed inoltre una specie di scala per salirvi a prenderli: essi sono sopra un architrave retto da colonne. La scelta de'simboli non fu tolta a caso , poichè i delfini alludevano a Nettuno , le ova a Castore, numi a cui particolarmente erano sacri i cavalli. L' obelisco fino dai tempi di Augusto divenne l'ornamento permanente della metà della spina in tutti 1 circhi: antecedentemente conosciamo da Livio nel libro XXXIX. che nel Circo Massimo vi era una specie di antenna, malus. Quanto agli altri ornati della spina questi variavano ne'circhi diversi. Siccome i giuochi circensi, o per dir meglio le corse erano i più innocenti degli altri, quindi durarono più a lungo. In Roma però non se ne ha più menzione dopo la caduta del regno de'Goti; al contrario in Costantinopoli continuarono ancora ne'bassi tempi. Lo stesso può dirsi in genere degli edificii, ne'quali si davano, che in Roma, dopo quella epoca medesima dal sesto secolo appariscono abbandonati. Di tutti i circhi poi ricordati negli antichi scrittori, come esistenti in Roma, o rimangono avanzi, o si determina positivamente il sito, e perciò debbo di ciascuno particolarmente parlare.

CIRCO DI ADRIANO. Procopio Guerra Gotica lib. II. c. I. descrive come esistente ne'prati neroniani un circo vasto, antico, dove andavano ne'tempi antecedenti a combattere i gladiatori, ed intorno al quale erano state edificate molte case, onde v'erano molte vie anguste. È noto che i prati neroniani corrispondevano alla odierna contrada de'prati di Castello, quindi questo circo era ivi, e non dee confondersi con quello del Vaticano eretto da Caligola negli orti di Agrippina sua madre e noto col nome di circo di Cajo e Nerone. Di questo circo ne'prati dice il Fulvio nel suo libro delle Antichità di Roma stampato l'anno 1527, che fuori di porta Castello fra le vigne non lungi dalla Mole Adriana vedevansi vestigia costrutte di pietra negra e dura in uno stato di totale rovina. Pirro Ligorio poi nel suo trattato dei Circhi, Teatri, ed Anfiteatri, ricordando questo circo dice che molte vestigia di esso vedevansi nella vigna de Vecci gentiluomini romani , ed afferma esservene stati cavati tegoloni col nome di consoli, che egli falsamente asserisce de'tempi di Nerone ( non esistendo consolati nelle figuline anteriori ai tempi di Trajano) e mattoni del tempo di Adriano, epoca alla quale probabilmente anche i consoli appartenevano. Questi avanzi secondo il Venuti furono scoperti di nuovo icrca la metà dello scorso secolo 12 o 14 palmi sotto il pia- P. I. 39

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