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ossia la valle, naturalmente presentavasi adatta a potervi dare tali spettacoli. Perchè poi questa valle si scegliesse a preferenza di altri luoghi si conosce dalla circostanza della inondazione del Tevere, che come avea invaso il circo Flaminio, molto più avea invaso il Massimo e tutti gli altri luoghi bassi della città, onde fu di mestieri ricorrere ad un luogo che nello stesso tempo fosse adatto allo scopo, e lontano dalla inondazione, come appunto era questo. E siccome anteriormente a Sallustio mai non si fa menzione di questo circo, e dall'altro canto è certo, che gli avanzi aderenti ad esso appartengono ai giardini di quello storico romano, è mia opinione, che Sallustio includendo ne'suoi sontuosi giardini quella valle formasse il circo, che oggi veggiamo, il quale poi venne dagl'imperadori adornato coll'obelisco notato di sopra, che è quello stesso che papa Pio VI. eresse sulla piazza della Trinità de'Monti. Così si spiega come Nerone amantissimo de'giuochi circensi e di fare egli stesso da auriga amasse il soggiorno degli orti sallustiani , e come Aureliano, secondo Vopisco c. XLIX. ornasse negli orti medesimi il portico Milliariense, nel quale ogni giorno si spossava a correre co'cavalli: Milliariensem denique porticum in hortis Sallustii ornavit in qua quotidie, et equos et se fatigabat quamvis esset non bonae valetudinis; vale a dire, che il portico costeggiava una parte del circo, e nel circo Aureliano si divertiva a correre. Quando 1' uso di questo circo cessasse non è noto; ma ben può dirsi che fosse devastato nella presa di Roma fatta da Alarico l'anno 409; imperciocchè, secondo Procopio Guerra bandai, lib. I. c. IL quel re barbaro entrò per la porta Salaria, ed incendiò i giardini di Sallustio, che immediatamente gli si presentarono dinanzi, nè dopo quella fiera devastazione secondo quello stesso scrittore furono mai più ristaurati.

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L'area di questo circo è ben determinata, non solo dalle pendici de'monti, ma ancora dalle fabbriche antiche superstiti, le quali mostrano, che non ebbe sedili di materiali, ma di zolle erbose; e dietro la parte lunata rimane ancora il masso di un monumento: dal canto del Quirinale veggonsi avanzi di uno de'casini sallustiani, e più oltre andando verso mezzodì il piano, sul quale sorgeva il portico Milliariense: dietro le carceri sono sostruzioni a varii ripiani di altre fabbriche sallustiane; e finalmente dal canto del Pincio di tratto in tratto apparisce il muro di circoscrizione. Da questi indizii positivi apparisce , che il circo di Sallustio ebbe quasi 1500 piedi di lunghezza e verso 200 di larghezza. Oltre l'obelisco ricordato di sopra narra il Venuti 1. c. sulla fede del Ficoroni essersi scoperta nel primo periodo del secolo passato 20 palmi sotterra una magnifica piazza lastricata di giallo antico, la quale io credo essere stato il pavimento del portico Milliariense e non del circo stesso, che egli da ciò vorrebbe insinuare essere stato ridotto a naumachia, quasi che le naumachie si lastricassero in quella guisa.

ARTICOLO VII.

Delie CLOACHE.

Dionisio di Alicarnasso lib. III. c. LXXVII. narrando le gesta del primo de'Tarquinii dice: « e comin« ciò a scavare ancora le fosse sotterranee per mezzo • delle quali tutta l'acqua che confluisce dai vici viene « condotta al Tevere, costruendo opere ammirabili, e « superiori ad ogni encomio. » E quindi pone questi lavori, con quelli degli acquedotti , e delle vie come quelli che principalmente facevano conoscere la grandezza dell'imperio, non solo per la utilità loro, ma ancora per la enormità della spesa, aggiungendo in prova, sulla fede di Cajo Aquilio, che essendosi una volta trascurate le cloache, e non ricevendo più l'acqua i censori assegnarono per ripulirle e ristaurarle la somma di mille talenti cioè di un millione de'nostri scudi. La stessa ammirazione mostra Strabone lib. V. c. III. §. 8. per questi lavori medesimi delle vie , degli acquedotti, e delle cloache destinate a condurre le sozzure della città nel Tevere, le quali egli descrive, come canali coperti con volte di pietre squadrate , alcuni de' quali a guisa di strade potevano percorrersi da carri carichi di fieno: 01 ftónovopci avwo[xa> "kùco y.xraxocujpSsmsg, éàovg xi).ot£cug yoprov itoptwxg «vtag ct.uokCkomoi.ai Plinio Hist. Nat. lib. XXXVI. c. XV. §. XXIV, n. 2. e 3. va più oltre e dichiara le cloache essere la più grande di tutte le opere romane : operum omnium dictu maximum, come quelle che attraversavano i monti ed aveano resala città pensile, e navigata sotierra.:suffossis montibus, atque ut paulo ante retulimus, urbe pensili, subterque navigata: e soggiunge a dimostrazione della loro solidità:

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