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ve si traccia 1' istmo sovvaindicato i'iella parte culminante della rocca. A queste opere di fortificazioni altre questo re ne aggiunse nella parte piana presso Roma, dove scavò una fossa, che Fossa Quiritium fu detta, di cui Livio scrive: Quiritium quoque fossa haud parwum munimentum a planioribus aditu iocis Anci regis opus est. Donde ricavasi che anche ai tempi augustani questa opera rimaneva. Festo pur la ricorda : ed Aurelio Vittore de Viris Illustribus c. Vili, la confonde colla Cloaca Massima scavata da Tarquinio il Superbo.

Queste diverse cinte di mura in parte fra loro slegate, molto irregolari, e spesso ancora per la fretta con che erano state eseguite poco solide, siccome mostra Dionisio nel libro III. mossero Tarquinio Prisco a fare un nuovo recinto di pietre quadrate della mole di un carro; ma fu da questo disegno distratto dalla guerra contra i Sabini , e contra i Latini ; ed allorchè di nuovo accingevasi seriamente ad eseguirlo ne fu impedito dalla morte violenta , che incontrò per opera de' figli di Anco, Livio lib. I. c. XXXVI. nota: Muro quoque lapideo circumdare urbem parabat, quum sabinum bellum coeptis intervenit: e c. XXXVIII. Nam et muro lapideo, cuius exordium operis sabino bello turbatum erat , urbem , qua nondum munierat cingere parat. Questa opera venne eseguita dal suo successore Servio, il quale fra le altre gesta che fecero glorioso il suo regno contò pur quella di avere ampliato la città , e di averla cinta di nuove mura, che ferme rimasero nella maggiore potenza di Roma e costituirono il suo recinto fino all'anno della era volgare 271, in che Aureliano ne intraprese uno nuovo, cioè per circa 800 anni. Della grande ampliazione fatta da Servio Tullio concordi sono in genere gli scrittori antichi, variano però in qualche particolare; imperciocchè Dionisio avendo seguito la tradizione che il Quirinale era stato aggiunto da Numa Pompilio dice lib. IV. c. XIII. che Servio aggiunse alla città due colli il Viminale e l'Esquilino, ciascuno de' quali costituirebbe per la grandezza una città ragguardevole, e li divise frai cittadini che non aveano casa, e fabbricò il suo palazzo nel sito più forte dell'Esquilie, ed aggiunge, che questo re era stato l'ultimo a dilatare il recinto di Roma fino a' suoi dì, cioè fino ai tempi di Augusto. Con Dionisio concorde è Strabone circa i due colli aggiunti. Livio però lib. I. c. XLIV. mostra che quel re accrebbe la città prima del Quirinale e del Viminale, e poscia dell'Esquilie, dove egli abitò per dar credito al luogo, che circondò la città di aggere, fosse, e muro, e dilatò il pomerio: e con Livio si accorda Aurelio Vittore de Virìs- Illustr. c. VII. in modo che direbbesi averlo compendiato. Questa disparità fra storici di tanta vaglia, come Dionisio e Livio fu toccata di sopra, dove fu osservato che può conciliarsi supponendo aver Numa alcuna piccola parte del Quirinale aggiunto alla Roma lasciata da Romulo. Circa le mura poi Vittore contra la testimonianza concorde di Dionisio e di Livio le dice alzate da Tarquinio, e solo a Servio attribuisce 1' aggere e le fosse; ma forse ciò venne dall'aver confuso il progetto, e forse ancora il principio che fu di Tarquinio, colla esecuzione e compimento della opera che fu tutto di Servio Tullio. Sembra pertanto potersi stabilire che Servio chiudesse entro il recinto di Roma la maggior parte del Quirinale lasciata fuori da Numa, il Viminale, e l'Esquilino, e che compiesse la opera ordinata ed intrapresa da Tarquinio di fare le nuove mura di pietre quadrate, che fortificasse con aggere e fosse questo recinto dove era di bisogno, e finalmente dilatasse il pomerio. E dell'aggere, e del pomerio tratterò poi più particolarmente: ora è d'uopo parlare del recinto in genere, ed in tale disquisizione servirà di guida Dionisio, che lo vide ancora in piedi, e che fra tutti gli scrittori antichi è quello che meglio lo descrive, e con particolari, che gli altri non riferiscono. Egli pertanto lib. IV. c. XIII. così parla: » Que

• sto re fu l'ultimo che dilatò il recinto della città, ag- • giungendo i due colli ai cinque, prendendo gli augurii

• come era di legge, e compiendo le ceremonie verso

• gli dii; e finora il circuito della città non andò più

> oltre non permettendolo, come dicono, il nume: ma

■ tutti i borghi intorno alla città sono abitati, e sono « molti e grandi, aperti però e senza mura, ed esposti

• a divenir facile preda del nemico che si accostasse s

• che se guardando questi alcuno vorrà dedurre la • grandezza di Roma, verrà di necessità indotto in er

■ rore, e non avrà alcun segno certo per discernere fin

• dove . la città ancora si estenda, e donde cominci a » non essere più città, così legato alla città è il subur» bano, e presenta ai riguardanti la idea di una città

> che si dilata all'infinito. Che se poi vorrà misurarla

• col giro delle mura che è difficile a rintracciarsi per » gli edificii, che lo coprono da molte parti, ma che

■ serba le vestigia in molti luoghi della prisca costru

• zione, e lo vorrà paragonare col recinto che circonda

Yasty {la città propriamente detta) di Atene, non » gli sembrerà quello di Roma molto maggiore. » E nel libro IX. c. LXVIII. narrando la scorreria che fecero gli Equi ed i Volsci contra Roma, e la difesa opposta dai Romani descrive in questa guisa le fortificazioni di Roma: « Ed armatisi oltre le forze si posero sopra le » mura del recinto della città, che a quel tempo avea » un giro tanto vasto quanto quello dell' Asty di Ate» ne: ed in parte le mura giacendo sopra le colline, e » sopra rupi tagliate a picco erano dalla natura stessa » difese ed aveauo bisogno di poca custodia: in parte

• veniva fasciato dal fiume Tevere, di cui la larghezza » è di 4 pletri (370 piedi e m.) e la profondità capace » a sostenere grandi vascelli: la corrente poi quanto

• qualunque altra è rapida e fa grandi vortici: e non » è possibile ai pedoni traversarlo se non sopra un ponte » ed a quel tempo uno solo ve n' era di legno, che » nelle guerre tagliavano: una parte però del recinto » della città che sarebbe facile ad attaccarsi dalla così » detta porta Esquilina fino alla porta Collina è fatta » forte dalla mano degli uomini; imperciocchè è stata

• scavata una fossa dinanzi, larga dove lo è meno 100 » piedi e profonda 30 e sul ciglio della fossa è un mu» ro munito di dentro di un terrapieno alto e largo, » che non può essere sconnesso dagli arieti, o per mez» zo di mine rovesciato. Questo ha circa 7 stadii di lun» ghezza e 50 piedi di larghezza. » Circa quest' aggere tutti gli antichi scrittori, che ne nominano esplicitamente l'autore lo attribuiscono a Servio Tullio, meno Plinio, che lib. III. c. V. §. IX. lo attribuisce a Tarquinio il Superbo: clauditur ab oriente aggere Tarquinii Superbi inter prima opere mirabili; namque eum muris aequavit, qua maxime patehat aditu plano. Questa divergenza parmi potersi conciliare con ciò che narra Dionisio più sotto, che Tarquinio fortificò viemmaggiormente la parte di esso che era rivolta a Gabii, cioè l'ultimo tratto, scavando più ampia la fossa, alzando viemmaggiormente il muro, e coronandolo di torri pił spesse. Quindi Plinio tutta la opera a Tarquinio attribuì, che gli altri scrittori più propriamente ascrissero al suo predecessore che l'avea immaginata, e per la maggior parte esguita. Unendo insieme pertanto questi due passi, e conoscendosi che la città racchiudeva i sette colli sulla ripa sinistra del Tevere e la rocca gianicolense sulla destra: che verso nord-est, dove vedremo essere state le due porte nominate da Dionisio era difesa dall'aggere che ancora si traccia, e Analmente che le mura toccavano il Tevere e giravano sul ciglio de' colli e delle rupi, e formavano insieme la stessa cinta di quelle delY^STY di Atene, cioè della città propriamente detta non compresi i muri lunghi ed i porti di Falero, Munichia, e Pireo, parmi ridursi la cosa ad un punto di chiarezza tale da potersi determinare il giro delle mura di Servio quasi colla precisione geometrica, quantunque non ne rimangano dopo tanti secoli che vestigia scarsissime, oltre l'aggere; ma il Tevere, e i colli rimangono, come pure parte delle rupi di questi, e la misura assegnata da Dionisio si ha da Tucidide lib. II. c. XIII. e dal suo scoliaste, cioè 60 stadii pari a miglia romane 7 e mezza, o a piedi 37,500, e partendo dal Tevere, girando intorno i colli, e passando il fiume chiudendo dentro la rocca del Gianicolo si ha questa misura, o di poche centinaia di piedi maggiore, e si noti che Dionisio dice la misura del giro delle mura di Servio essere di poco maggiore di quella dell'US rr.

Partendo dal Tevere, che secondo lo storico menzionato bagnava le mura, d'uopo è lasciar fuori il tratto oggi occupato dalla chiesa di s. Nicola in Carcere, poichè il Foro Olitorio, che era in quel punto, dagli antichi scrittori e particolarmente da Livio si pone fuori della porta Carmentale, quindi il recinto di Servio sul Tevere avea principio presso l'Ospizio di s. Luigi Gonzaga nella via di Ponte Rotto, e di là per l'ospizio di s. Galla, ed il vicolo della Bufala andava a congiungersi alle rupi capitoline. Ivi le mura coronavano quelle rupi medesime sul ciglio, ed un avanzo ne rimane ancora dietro le rimesse del palazzo Caffarelli sopra Tor de' Specchi, dove si verifica pienamente l'asserzione di Dio

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