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Monferratoe BartolomeoColleoni condottieri del duca, e i Fiorentini procurando lo stesso con Taliano da Forti e Giacomo da Caivano, capitani della Chiesa. Kiusei il trattato col primo; a Bartolomeo fu cagione •ti prigionia; a Giacomo ed a Taliano di morte (1). Tanto animo aveva già inspirato ai principi d'Italia il supplizio del Carmagnola!

Frattanto Michele Attendolo, preposto dai Veneziani al comando di tutte le armi da terra, s'era con »gni sito potere rivolto alla liberazione di Cremona. Slava già da qualche tempo all'assedio di essa Francesco Piccinino: però non così tosto conobbe la mente ilei nemico, e paragonò le costui forze alle proprie, Ate non si fidando uè di rimanere ad aspettarlo dentro le trinciere, nè di uscire a fai- battaglia, raccolse t'esercito ducale al Mezzano. È questa un'isoletta due miglia sopra Casalmaggiore, alquanto rilevata sul >'o. Le acque del fiume circondavano da ogni banda il sito per natura fortissimo; il Piccinino lo rese corno insuperabile eoa robusti argini intorno intorno gueri>ili di bombarde e bertesche; sicché mediante due ponti di legno comunicanti cuH'una e coll'allra sponda poteva egli, come da sicurissimo baluardo, stare attendendo gli avvenimenti, ed o accorrere tosto alla ili fesa della destra riva del Po, caso che il nemico s'ardisse a passarlo, o piombargli addosso a sua posta sull'altra sponda, o tentare un colpo sovra Cfeluona, o spingersi all'uopo sul Bresciano.

Tanti vantaggi così bene calcolati e prossimi a conseguirsi un sol momento distrusse. Michele At

( t) Cavalcanti, seconda St. c. 41. 52. I. II. — Crou. d'AiJubbio^ UHI». — Ctist. -la Soldo, 835.

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tendolo fece assaltare il ponte che congiungeva il Mezzano al territorio di Cremona. Subito tutti i ducali vi si accalcarono alla difesa. Ciò veggendo, manda egli una banda di cavalli con altrettanti fanti in groppa a tentare il guado poco sopra: questi, avendo passato il fiume coll'acqua alle selle, giunsero cosi all'improvviso e furiosamente addosso alle genti del Piccinino, che l'urtarli e il romperli, lo sgominarli e il confonderli fu opera di pochi istanti. Fra quel tumulto l'Adendolo sforzava il ponte, prorompeva uegii alloggiamenti, e senza opposizione se ne rendeva padrone. Allora i nemici si diedero a fuggire, e, tagliatosi alle spaile il secondo ponte, senz' armi, senza artiglierie, senza cavalli e munizioni, si ridussero miseramente sul contado di Parma. II ricco bottino fu diviso in giusta misura fra i capitani vincitori (1):

(t) Joh. Simone». 883. — Ammirato, St. di Firenze, XXII. 61. — Cristof. da Soldo, 836 (R. I. S. t. XXI). \

«Presi da cavalli 4000 e più, e tutti i carriaggi loro, « Ono le sne femmine e munizioni. E i nostri fecero un gran

« dissimo bottino e molto ben guadagnarono E poi fu

«diviso il bottino pel capitano e que'condottieri e nitri in « questo modo. Al signor Michele capitan generale,cavalli SUO «Al signor Guglielmo di Monferrato, cav. 100. Al signor « Taddeo marchese, cav. 600. A Gentile di Gallamclala, cav. « 800. A Uberto Brandolino, cav. 400. A Guido Rangonc, cav. «400. A Cristoforo da Tolentino, cav. 100. A mess. Iacopo «Catelano, cav. 200. A Giov. Conte, cav. 100. Alla fanteria, «cav. 500. Alle genti del conte Francesco, cav. 200. Alle « Ceruide, cav. 100. E oltre tutti questi cavalli, tlitli gli uo« mini d'arme, carriaggi e vettovaglie, e tino le femmine ch'e« rano nel detto campo, furono divise, il che è stato per uiv» « somma di gran valuta ». V. Sanuto, p. 1022.

A torto Pietro Daru (St. di Ven. I. XVI. \, I), riportando ijnesto passo, ch'ei dice tolto da un antico ms., reputa fittizia quindi restò in loro preda tutto quanto il paese racchiuso tra Milano, il Po e l'Adda inaino ai laghi.

Codesta giornata cambiò affatto le condizioni della guerra. 11 duca di Milano spaventato tornò a inclinar l'animo in favore di Francesco Sfòrza: questi, geloso dei soverchi progressi dei Veneziani, tornò ad aprire le orecchie alle proposte del duca; e Firenze e Venezia, quando sentirono essere il Visconti in trattato di rappacificarsi col genero, s'arrestarono tutto piene dì sospetto e di sdegno. Varie cagioni tuttavia impedivano il conte di condiscendere affatto alle istanze dello suocero: in primo luogo il dubbio di venire riputato traditore della lega; in secondo luogo, e forse più di qualunque altro rispetto, la tema di abbandonarsi in braccio a un principe mutabile e pauroso, dal quale molte volte era stato deluso, e gravemente danneggiato. In queste incertezze cominciò dal fare tregua col re di Napoli e col papa. Di qui i Veneziani argomentarono o feCertì le Viste di argomentare d'ésseré i .n»TM ingannati da Sforza; e senz'altro spedirono Michele

1447

zittendolo contro Cremona, deità quale alcuni traditori facevano sperare agevole l'acquisto. Ma la costoro trama fu antivenuta felicemente da Sforza; ed essendosene Michele partito colle mani vuote e col nome in fronte di fedifrago, quegli ne trasse motiva di romperla affatto coi Veneziani e aderirsi al duca; il quale, cieco e affralito dai vizii, gli aveva già inviata

così fatta divisione per cavalli, Come se la parola di cavalli qùi dovesse indicare un prezzo convenuto. Basta per smentirlo riscontrare la somma de' cavalli divisi con quella dei 400U • più cavalli predali, assegnala dal Sanuto medesimo e ita Cristofaro da Soldo.

la donazione di una gran parte del suo dominio (1).

Una delle principali condizioni di questo nuovo accordo fu, che il duca di Milano avrebbe assoldato il conte Sforza con titolo di capitano generale, e con pa<?a uguale a quella stanziatagli dalla lega, cioè 204,000 fiorini all'anno. Ne ricevette infatti Sforza la prima rata, e già si metteva in assetto per passareceleremente in Lombardia, quand'ecco Iacopo e Francesco Piccinini e tutti gli altri condottieri della scuola bracciesca, con lettere simulate, con lunghi e terribili ragionamenti persuadono il duca « a non confidarsi così alla cieca: essere Sforza un uomo ambizioso, potente, e per due cagioni certamente a lui avverso, d'averlo offeso e d'essere da Ini stato offeso ». Altro non ei volle per indurre Filippo Maria Visconti a trattenere le paghe apparecchiate pel genero: però gli fece intendere a modo di scusa: « d'essere a ciò costretto dalla povertà dell'erario; tuttavia sperare, che la costanza e sobrietà di lui sopperirà alla mancanza del denaro: venisse adunque di buon animo, ma per non aggravare i sudditi con nuove contribuzioni, avvertisse di non entrare nel Milanese, e di rivolgersi addirittura contro Verona o Padova

H conte sbalordito s'avvide allora d'essere fra i due scogli, o di piegarsi affatto ai capricci del duca di Milano, o di buttarsi, e per sempre, in braccio ai Veneziani: al postutto dopo qualche titubazione concluse esser minor male il primo partito, e deliberò di

(1) In data del t(l novembre 1446. I.e terre lionato furono Pavia, Como, Novara, Lodi, Crema, Piacenza, Parma, Asti, Alessandria, Tortona coi rispettivi territorii, e la Gbiara d'Adda. Di Milano non si fa altrimenti parola (V. Dumont, Corpi Viplom. I. III. part. I. p. 155. Jegs;).

abbracciarlo. Ma percliè nè aveva denari, nò senza denari poteva muovere il campo, mandò di nuovo a scongiurare lo suocero a volerlo sovvenire. Questa volta i progressi dei Veneziani, che ardendo e saccheggiando i più cari siti della Lombardia si erano innoltrati fino sotto Milano, ammollirono il euore del Visconti; talchè tra le costui rimesse, tra il prezzo ricavato dalla vendita della città di Iesi, Francesco Sforza si trovò in caso di ragunare un buon nervo di seguaci. Ciò non di meno prima di porsi in cammino, avviò verso Cremona Galeazzo ed Ippolito suoi figliuoli, colla speranza che durante il loro viaggio ~rl duca, ch'era pure il padre della madre loro, ne facesse ricerca, ed essi perciò fossero strumento a fargliene riacquistare affatto la grazia. Ma l'arrabbiato vecchio, facendo mostra di saperne nulla, lasciò che i garzoncelli traversassero a piccole giornate i suoi dominii, senzachè un cenno od un molto di lui oppure dei suoi ministri li riconoscesse per suoi nipoti. Tal era Filippo Maria Visconti.

Non per questo si mutò di proposito Francesco Sforza; anzi avendo fatta la massa di tutte le genli sulle rive del Pesauro, prosegui arditamente il cammino verso la Lombardia. Ma ben ne cambiò i pensieri l'improvvisa novella, diagli sopravvenne aCoti»3»gcwio gnola, della morte di Filippo Maria. Una fiera tragedia 14'7 siamo ora per raccontare; alla fine della quale vedrassi un condottiero imporre a forza il giogo ad una città, che lo aveva chiamato ed assoldato per propria difesa. Esempio non nuovo, nè ultimo ai popoli, presso i quali milizia e nazione fossero due cose distinte!

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