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Mia rientrato, che agli assediatori sia pervenuto sentore dell'ardita fazione (1).

Con queste prove il Piccinino, vincendo il torlo ricevuto dalla natura nella difettosa costituzione del corpo, si meritò per moglie la nipote di Braccio, e si conciliò tanta stima ed affezione presso a' conif pagni, che, morto Braccio, niun altro che lui stU marono degno di comandarli. Niccolò, lasciatane tutta la pompa ad Oddo figliuolo di Braccio, sottentrò di buon1 grado all'officio, non meno che onorevole, pericoloso, e con sessantamila fiorini ritrovati nel castello di Paganica (li aveva Firenze spediti colà a Braccio per prima presta della sua condotta stipulata nel febbraio (2)) comprava tosto da'nemici ja licenza di ritirarsi in Toscana. Tali almeno furono i patti; ma questi patti non avrebbero assicurato i Braccieschi dalle insidie tese loro per via da Antonio Caldora, se Francesco Sforza con rara magnanimità non li avesse scorti in persona fin oltre l'agguato.

Altri pericoli e sventure soprastavano al Piccinino ;n Val di Lamone; nella quale, non ostante il verna

(() «Et panno con le lancie misuraro

«Sortito con ciaspuno, coni'esso volse». Spirito, L'altro Marte, 1.1. c. XXX. (2) Nel libro delle Condotte si lia:

«A. J423 (leggi {424) 13 l'ebbr. — llluslr. et magnif. prinu cipero D. Braccium de Fortebracciis corniteli] Mqntonis et «Perusii dominimi, in capitaneum M. lancear. trillin lionii« num et equorum prò qualibet lancea, et 300 peditum balista-: «riorum, tamquam capitaneum generalem guerre et exercitus «communis Fior, prò tempore IX mensium cum stipendio ot « provisione ut in pactis etcapiUdis cpntinetur»,

e il proprio di lui parere, i Fiorentini avcano voluto che incamminasse le squadre. In falli non si tosto i villani le mirarono impacciate tra le rinvollure di que'gioghi, che insorgendo da ogni banda alle armi, con gran facilità le ruppero ed oppressero. Oddo, anzichè arrendersi, vi si fe' uccidere ; ^^s* il Piccinino fu menato prigione a Manfredi, signore di Faenza. Ma questa sconfitta era un nonnulla per lui. Indi a pochi giorni udivasi, aver le persuasioni del Piccinino operato tanto sul Manfredi da congiungerlo in lega con Firenze: e vedevasi il condottiero uscir gloriosamente di carcere, riunire le sue bande sparse e scoraggiate, e ritentare sotto Anghiari la fortuna delle battaglie (1).

Reggevano l'esercito di Firenze, oltre Niccolò, il 9t^' Tolentino e Bernardino della Tarda degli Ubaldini; militavano sotto gli stendardi di Filippo Maria Visconti il conte Guido Torello e Francesco Sforza che, dopo avere ricuperato alla Chiesa alquante terre già usurpate da Braccio, con 1500 cavalli e 20Q fanti s'era condotto a que'servigi. Fu ad Anghiari, non altrimenti che a Zagonara l'anno avanti, la vittoria favorevole a' Viscontei: per lo chè il Piccinino, mirando anche scaduta la sua ferma, s'accampa all'Orsaia, e manda a Firenze il proprio cancelliere per interrogarvi la volontà della signoria. Questa gli proposo di assoldarlo nuovamente, ma col patto che obbedisse al generale capitano dell'esercito. Niccolò rifiutò: ri-r

(1) Cron. d'Jgobbio, 962. — Ammirato, St. Fior. XIX. p. 1019. — Joh. Simonelt. p. 201. — Cavalcanti, St. Fioralt. \. HI. c. XIV, XVII.

propostogli lo sfesso partito, aperse issofatto trattative ili passare agli sii pendii del duca di Milano, tempo tre dì alla repubblica per mutar pensiero./Questo tempo venne dai Fiorentini consumato nel'disputare; laonde senza indugio leva egli le tende, e si congiunge ai nemici. .»

Appunto in quell'istante avejva ,Ia repubblica risoluto di concedere al Piccininjì autorità indipendente da qualsiasi altro: perciò squanto ne sdegnasse non è a dire. Dallo sdegno alìte'ingiurie, dalle ingiurie alle offese è facile il passo. Firenze fece_ dipingere io piazza il condottiero a guisa de'traditori impiccato per un jjiè; dal suo canto il Piccinino spinse il guasto e l'arsione (in sotto la città. Quindi, acquartierate le squadre nel territorio di Città di Castello, sceglie per sua dimora certa casa appartata di Lugnano, e come in paese amico, senza ombra di timore, nè scolta, nè vedette, vi sta. Il seppe Nicolò da Tolentino, ch'era alloggiato colle genti fiorentine dentro Cortona: e senza frappor tempo in mezzo, partesi di notte in gran silenzio con una eletta banda di cavalli, giunge a Lugnano, cinge d'armati la casa del Piccinino, ne rubai cavalli dalle stalle, e quando ogni via di scampo pare interclusa, mette il fuoco alle stipe intorno intorno ammucchiate. A un tratto, le grida, l'armi, il fuoco, il fumo, l'arsura avvertirono il Piccinino del supremo pericolo. Era dietro la",casa un precipizio, non occupato, come inaccessibile, da' nejnjci. Giù da esso bultossi egli seminudo. Volle la^ftrtana che senz'altro male rotolasse sino al fondo. Nel sorgere all'altra riva s'avvenne in un trombetto; a costui ordina

tosto di suonar la chiamata, e con quel falso all'arme scaccia in fuga gli assalitori (1), *

Di quivi Nicolò con ottanta compagni muoveva a Milano per concertare col duca Filippo Maria le future pperazipni di guerra. Ma nella Lombardia un nuovo pondottiero e nuovi avversarii stavano per venirgli a fronte; il qual condottiero, dopo essere stato il più fido sostegno, e l'anima, e la salvezza di Filippo Maria Visconti, ora in sembianza d'esule e di nemico accendeva delle sue furie Venezia, affine di indurla ad entrare in lega coi Fiorentini contro a quel tiranno (diceva egli), schernitore di patti, ambizioso, potentissimo, che oltre gli A pennini, oltre la Lombardia aveva disteso i suoi disegni, e colle vittorie d'Anghiari e di Zagopara, e co* recenti acquisti d'Imola, di Forlì, di Lugo e di Forlimpopoli minacciava l'Italia, non che Verona p Padova, di servitù.

Era questo condottiero Francesco Bussone, già ricordato altra volta, le cui vicende, per non interrompere il filo della narrazione, riassumiamo in questa luogo. Carmagnola, non dispregevole terra del Piemonte, gli diè nome e oscuri natali verso il 1590. Invogliato al mestiere del soldo dal luccicore delle armi e dalle parole d'un venturiero Tendasco, ancora imberbe lasciò di pascere le vacche, e seguitollo sotto le insegne di Facino Cane. Gagliardo animo in gagliardo corpo, costanza, ardore ad ogni pericolo, furono le doti che gli acquistarono in breve la stima del suo

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capitano; pur non ne polè mai ottenere una condotta maggiore di dieci cavalli; e di ciò avendo taluno mosso rimprovero a Facino: « cosini è tale (rispose lo scaltro condottiero, alludendo al Carmagnola) che come abbia gustato un po' d'onori non fia mai chc s'acqueti; ne hacci peggio arroganza di quella dei villani» (I). Morto Facino, Francesco si offerse tosto ai servigi A. un tJi Astorre Visconti, che macchinava d'insignorirsi di Milano; però, non piacendogliene i patti, preferì servire il duca Filippo Maria, a cui poc'anzi aveva salvato la vita in Pavia. Quivi picciol tempo gli fu soverchio percrescerea fama ed a potenza meravigliosa. Vn di, essendogli mancato un attimo a pigliar di sua mano sotlo Monza la persona medesima di Astorre, venne dal duca preposto ad una squadra di cavalli; quindi ogni nuova guerra, ed ogni fatto d'arme gli fu sgabello a salire. Le usurpazioni dei condottieri di Ciau Galeazzo il condottiero di Filippo Maria felicemente distrusse; e Monza, Alessandria, Trezzo, Parma ricuperate, Brescia e Bergamo ritolte al Malalesla, Cremona rapita al Fondulo, Piacenza a Filippo Arcelli, Reggio astretta a tributo, Genova e le riviere sottomesse, insomma il retaggio di Gian Galeazzo ristaurato non solo, ma fatto più grande e luminoso, tutto ciò era opera bilustre delle indefesse fatiche di Francesco Bussone (2). *

Nuovi nemici e sconosciuti all'Italia assalirono nel I'i22 le terre del duca di Milano, e con questi ezian

(1) Tcnivelti, Biografia Piemont., t. HI. — A. de Billiis, /lisi. Mei. 1. HI. p. 40.

(2) A. de Billiis, iO-53.— Cerio, GOI-0C9,—- Ant. de llipat1,1, 876 (I. XX),

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