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nio, sia pel gran numero dei condottieri assoldati, e risoluta, non che a conservare la propria autorità, a distenderla fino agli antichi confini della signoria

viscontea.

Fra queste considerazioni Sforza non sapeva veramente a qual partito appigliarsi: ma non tardarono a cavarlo dai dubbii, e ravvivarne senza volerlo le sopite brame, i Milanesi medesimi. Avevano eglino proposto per ben tre volte alla repubblica di Venezia ampli patti di accordo; ma la repubblica, giusta il vizio delle aristocrazie, mostrossi non meno bramosa di rapire a'Milanesi la loro libertà, che di mantenere la propria. Questi perciò furono costretti a riporre nelle armi ogni difesa. Restava a scegliersi il capitano dell'esercito, ed essi posero l'occhio sopra Francesco Sforza, sia perchè lo riputarono, come era, il primo condottiero dei suoi di, sia perchè si persuadevano di assecurarsene in tal modo del tutto, e levare le fondamenta alla fazione che desiderava innalzarlo al trono. Adunque in pochi giorni stabilirono con lui di concedergli nome e condotta di capitano generale, e paga uguale a quella testè promessagli dal Visconti: aggiunsero che, se nel corso della guerra si ricuperasse Brescia, egli ne resterebbe padrone; se dopo Brescia si acquistasse anche Verona, lasciata la prima, egli avrebbe potuto ritenersi la seconda. Del resto ogni impresa, ogni acquisto, ogni trattato doveva compiersi a nome del supremo consiglio del Comune: e Sforza, come era primo al comando, così doveva apparire primo alla obbedienza.

Tale fu il tenore dei patti: ma il conte non li aveva appena sottoscritti, che pensava ad infrangerli (1). Cominciò dal conciliarsi gli animi di Iacopo e di Francesco Piccinini, i quali, anzichè abbandonare in tanto pericolo i Milanesi, avevano rifiutata la signoria di Crema e di Cremona offerte loro dai Veneziani. Quindi, benchè ciò fosse apertamente contrario allo spirito ed alla lettera dell'accordo recentemente da lui giurato, ricevè a divozione la città di Pavia, che se gli sottomise a patto espresso di non venire accomunata coi Milanesi. Costoro fecero calde lagnanze: Sforza rispose loro, essere molto meglio che Pavia obbedisse a un fedele soldato della repubblica, che non ad Aragonesi, a Veneziani od a Savoiardi. Indi a non molto successe il medesimo rispetto a Tortona. Previdero allora i miseri cittadini di Milano a quale esito fosse per arrivare tanta iattura di averi, di sangue e di sudori a cui erano spontaneamente andati incontro pel desiderio di vivere liberi; e invano rioffersero ai Veneziani nuove condizioni di pace e di alleanza. Alla fine veggendosi in certo modo stretti tra le due necessità e di resistere al nemico esterno, e di schermirsi da quello che colle proprie mani nel proprio seno eglino stessi avevano creato, chiusero gli occhi, simularono di prestar fede alle apparenti ragioni di Sforza, e rassegnaronsi ad accogliere gli eventi che questi e la fortuna fossero per arrecare.

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Però Francesco Sforza, affine di sbalordire collo splendore di un grande acquisto le menti irritate e sospettose dei cittadini, si accinse ad espugnare Piacenza. Primamente fece ancorare quattro suoi galeoni

(1) Joh. Simon. 401. - Machiav. VI. 90.

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nel Po, acciocchè impedissero la salita del fiume al naviglio veneto; quindi accostò l'esercito alle mura, e atterrate in 50 giorni di bombardamento due torri i6%r« e la cortina che le congiungeva, si mosse all'assalto. Hi7 Sanguinosa fu l'opposizione fatta dagli assediati nel fosso colle balestre, colle macchine, cogli archibugi, colle bombarde, insomma con quanti strumenti l'antica e nuova milizia, che in questi tempi appunto venivano come ad affrontarsi, per istrazio del genere umano, conoscessero: e di già le genti di Sforza, credendolo ucciso, rivolgevano la faccia per fuggire, allorchè la sua presenza li rianimò e li rispinse di nuovo verso il fosso, che alfine venne sgombrato: dalle bombarde allora essendosi abbattuta la porta di S. Lazzaro, la città fu presa. Cinquanta dì durò il sacco, e diecimila persone, ammucchiate sopra i galeoni insieme agli ori, alle Vesti, alle suppellettili, infino alle ferramenta delle proprie case, furono trascinate qua e là sui mercati d'Italia ad aspettarvi un compratore. Piacenza ne rimase disfatta (1).

.n.. , .' - • Non men gagliarda impresa era stata un mese innanzi fornita presso Alessandria da un altro famoso condottiero. Accennar vogliamo Bartolomeo Colleoni, le cui prime vicende restringeremo qui.

Sogliono i giovani, nelle vite degli uomini celebri, ricercare specialmente i fatti da essi operati nella

(1) Crist. da Soldo, 8457—Ant. de Ripalta, Chi: Placent. p. 895 (R. I, S. t. XX). — Cron. mise, di Bologna, 688. — Joh. Simon. X. 434. segg.; ,' . ' - , 'i

prima età, quasi per discoprirvi le vie colle quali-si venga in fama, e pronosticarne qual grado di splendore serbi a loro medesimi la fortuna. Quindi i primi giuochi e studii, le prime gesta e amicizie dei personaggi famosi acquistano pregio, e con tanto maggior cupidigia si investigano, quanto più si è certo di non ritrovarli guasti da fredde considerazioni di amor proprio e di interesse.

Fu l'infanzia di Bartolomeo, come quella della maggior parte degli uomini segnalati, disastrosa. Studiava egli ancora gramatica nei monti del Bergamasco, allorchè il furore di parte ghibellina gli rapiva il padre, gli averi, la patria ed un fratello. Resta vagli la madre: e questa pure sotto pretesto di certi antichi crediti venne fatta imprigionare dal Benzoni, tiranno di Crema, e tenuta tanto tempo in carcere, finchè non gli cedette tutti i suoi beni dotali. Fra queste amarezze Bartolomeo entrò nell'adolescenza: però mirando la Lombardia a motivo della morte del duca Gian Galeazzo Visconti tutta in una faccia e in uno spettacolo di guerra, deliberò di uscire da quella miseria, che gli veniva resa più acerba dalla ricordanza del primiero suo stato, e s'introdusse in qualità di paggio ai servigi di Filippo Arcelli signore di Piacenza. In capo a due anni il Carmagnola venne ad accamparsi coll'esercito del duca di Milano sotto Piacenza, ed intimò all'Arcelli di render senza dimora la città, se pur non preferisse contemplare coi proprii occhi l'estremo supplizio del figliuolo e del fratello di lui, che erano stati fatti prigionieri. L'Arcelli stette saldo a difendersi. Tuttavia il sangue di quegli innocenti non bastò a liberarlo dalla necessità di arrendersi più tardi. Perduta adunque Piacenza, Filippo passò nel Friuli a servigio dei Veneziani, Bartolomeo Colleoni recossi nella Puglia alle tende di Braccio che, datogli un cavallo, il ricevette tra i suoi ragazzi, ossia valletti.,

Se non che era il giovinetto ormai pervenuto ai 20 anni, e dal bollore dell'età e dalla confusione delle pubbliche faccende sentivasi accendere in petto un'ambizione pari al coraggio. In breve concepì un odio ed uno schifo grandissimo verso le servili sue occupazioni. In conseguenza abbandonò Braccio, e soletto con due partigiane, l'una in mano, l'altra al collo, dirizzossi a Napoli. Quivi si imbarcò con proposito di andare in Francia e pigliarvi soldo. Per

A. 14i7 viaggio volle il destino, forse per serbare all'Italia un circa tanto guerriero, che il legno, sul quale questi si ritrovava, venisse predato dai corsari e ricondotto addietro. Stava allora all'assedio di Napoli Iacopo Caldora colle genti della regina Giovanna II. Tosto il Colleoni gli si presentò e ne ebbe condotta di 20 cavalli: quindi sia per la straordinaria virtù da lui mostrata nella presa della città, sia per le amorose fiamme svegliate (come asserivasi) dal suo virile aspetto nella impudica regina, fatto è che in poche settimane veniva promosso al comando di 55 cavalli e otteneva il privilegio di innalberare per proprio stemma una sbarra vermiglia imboccata da due capi di leone (1). Vinta Napoli, accompagnò egli poscia il Caldora

A. (424 alla liberazione dell'Aquila, sotto la quale, come nar

(1) E di capi di leone era formata la sua impresa gentilizia, conforme al nome del casato, che poi si corruppe in Colleoni.

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