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dio il Carmagnola si cimentò. Tre mila Svizzeri armati di spade e di labarde si trovarono presso Arbedo a fronte di 2000 lancie e di 18,000 fanti da lui guidati; nè, quantunque una gran parte dei loro compagni fosse rimasta addietro, vollero indugiar punto a venire a battaglia. Cominciarono l'attacco i ducali: §i"fw gli Svizzeri attestati a pie colle folte labarde, colle grandi spade l'attesero senza scomporsi. Allora non senza raccapriccio gli Italiani mirarono quei membruti, qua mozzare d'un colpo le gambe ai destrieri, colà, afferratele prestamente colle nodose braccia, stramazzarli al suolo. Finalmente avendo il Carmagnola fatto mettere piede a terra a'suoi uomini d'arme, gli Svizzeri, sopraffatti dal numero, abbassarono le spade, e chiesero di capitolare. Ma la cieca boria dei ducali non si appagò dell'onesto trionfo: ributtata l'offerta, rinnovossi più fieramente la zuffa. Era la bandiera del cantone di Zug caduta a terra sotto al corpo del vecchio Pietro Kolin, che la portava. U costui figlio rilevolla tutta intrisa del sangue paterno, e tornò a sventolarla agli occhi dei commilitoni. Tai vista ne crebbe l'animo, e ne raddoppiò la ostinazione: continuarono adunque a resistere accanitamente, finchè sopraggiunsero in loro soccorso 600 compagni. Ciò persuase il Carmagnola a ritirarsi negli alloggiamenti, e permettere ai nemici, non vinti, non sbigottiti, il ritorno ai patrii monti. Cosi terminò quella spedizione. Ma la pugna di Arbedo, che precedette di un secolo le famose battaglie di Novara e di Marignano, laseiò negli animi un profondo spavento di cotesta specie d'uomini, che cosi fortemente resistevano alla grave cavalleria, e che nel patto di Sem

pach avevano giurato di non abbandonare la mischia, quand' anche fossero feriti, nè mai arrendersi, se vinti, o abusar la vittoria nelle femmine, se vincitori (4).

Finquì era giunta la faticosa gloria del Carmagnola: bentosto, come di ragione, cominciò per lui la perseculric.e invidia dei mediocri infingardi. Questa diede sembianza di colpa alla grandezza medesima delle sue imprese; talchè il duca Filippo Maria, ognora sospettoso, ed ognora inclinato a timidescelleraggini, dopo essere stato autore a crearla, n'ebbe sbigottimento e cordoglio. Reduce appena dai campi d'Arbedo, fu perciò Francesco inviato in onorato esigli» al governo di Genova (2). Lagnossi: e gli promisero' "ìlrì'' metter'o a caP° dell'impresa navale disegnata sopra Napoli: ma quando ogni cosa era pronta peT dar le' vele, gli toglievano eziandio l'onore di quel comando, per consegnarlo invece a Guido Torelli emulo suo. Poco stante le clandestine instigazioni d'un Erizzo e' d'un Lampugnano, che si godevano i primi favori in corte, movevano il duca a ordinare al condottiero di congedare le 500 lancie della propria compagnia.

(1) J. de Moller, tìist. des Suisset. A. de Billiis, III. 55. — Sismondi, tìist. des Reputi, c. LX1II. —Bilib. rirkeim.Be//, Helvcl. p. 1 (Thes. Helvet. Iiist).

(2) Hansi negli Archivii Genovesi molte commissioni date a nome del Carmagnola o del suo luogotenente, e del Consiglio degli Anziani, durante il soggiorno di lui Colà. Ecco ad esempio il titolo di una del 9 giugno, 1423.

« Nos Frauciscus dictus Carmagnola de vicecomitibus, cornei « Castri Novi el gubernator januens. prò illusi ano et invidi**. « principe dom. D. duci Mtdiolam, damino Janna, et consiliuirl « antianorum el officialium provisionis civilalis Janna ».

Lib. commission. Reipubl. Genne'ns MS.

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Componevano cotesta schiera i più cari amici e compagni del Carmagnola, coloro insomma che dai primi anni e dal più basso stato avevanlo seguito e sollevato ai sublimi gradi, partecipi delle sue glorie, de' suoi pericoli, del nome suo. Tolta quella schiera, ogni impedimento sarebbe stato tolto alle nequitose brame dei cortigiani; Se ne accorse il condottiero, e non obbedi: bensì pregò e scongiurò con umili lettere il duca, a non volerlo spogliare de' pochi seguaci chu ancora gli restavano: « di già comando, gloria, esercito, affetto di principe, ogni cosa essergli stata rapita dall'invidia degli avversarli suoi : ultimo conforto a tante perdite essergli l'amistà di alquanti compagni, e questa ancora gli strapperanno? ». Ma l'animo di Filippo Maria Visconti, o di chi il reggeva, non era tale da mutarsi per preghiere. Allora l'indole bollente d#l Carmagnola non trovò più freno: gridò, minacciò, chiese risolutamente commiato; alfine, poiché nè veruna risposta gliene torna, nè forse le sue lettere sono pure aperte, monta a cavallo con pochi seguaci. Giunto a Milano, seppe che il duca era fuori a villeggiare a Biagrasso, e tosto vi si avviò risoluto a discolparsi in persona, ed o riacquistarne la grazia, od allontanarsene per sempre.

Introdotto a mala pena nel castello, ebbe per risposta, « non potersi favellare al duca, ma parli all'Erizzo ■. Instò di nuovo, e con egual risultato; perlochè salito in furore, «sol chiedere, esclamavav perchè gli sia in tal modo disdetta l'entrata al suo principe, quell'entrata che non viene negata ai più vili: esser per questo appunto venuto da Genova; voler vedere il duca, signor suo; ad ogni costo volerlo ». Tacevano i cortigiani, meravigliali, ancora più che paghi, di quella scena; nè senza ribrezzo stava occultamente osservandola.dalle feritoie il duca Filippo Maria. Al postutto il condottiero, ormai forsennato dalla rabbia, « ben conoscere, gridò, ben conoscere il fondo dell'infame congiura : i cortigiani e gli iniqui del consiglio esserne gli autori: egli la vittima designata; ma si per Dio! guardinsi di non aversene a pentire, e doverlo un giorno desiderare con lagrime colà, d'onde ora a torto e con sutterfugi il discacciano ». Senza più, salta a cavallo, e, come il furore lo porta, varca il Ticino, varca la Sesia, e sempre inseguito dal Lampugnano , entra in Ivrea dal conte Amedeo di Savoia. Colà caldo d'odio e di sdegno contro Filippo, contro la Corte, contro Milano, contro ogni cosa che ai Visconti appartenga, mostra a quel principe i pericoli, che gli sovrastano dalla ambizione del duca di Milano, e lo persuade della opportunità di unirsi con Venezia e Firenze, affine di opporglisi ed atterrarlo. Quindi per le alpi Pennine, evitando la Svizzera, dove a motivo della zuffa di Arbedo temeva di venire riconosciuto, si conduce a Trento, e da Trento con venti famigli arriva travestito in Venezia (1). Lietamente lo accolse il Senato, e in capo a due 23 n-w,. giorni deliberò «di condurlo con 500 lancie, e per 125 « la sua provvisione della sua persona dargli all'anno « ducati6000, dovendo egli tenere in casa sua cavalli « 100 a sue spese, e stia nel Friuli o in Trivigiana, o

(1) A. de Billi'is, IV. 73. Segg. — Joh. Simonett. II. 203. — Colio, V. 039.

• dove piacerà alla Signoria » (1). Però non appena Francesco ottiene ascolto presso i senatori, che con ogni studio li instiga a dichiarar la guerra al duca di Milano, « a ciò la necessità, a ciò il loro vantaggio doverli spingere; ben lui sapere a fondo le segrete intenzioni, le pratiche, i disegni di Filippo Maria; ben lui conoscere i lati più deboli della sua potenza; avere amici, avere seguaci nell'esercito, nella città, in Milano stessa; stare Firenze, anzi la Toscana, in un colla Romagna, colla Lombardia e con Genova o già in preda del Visconti, oppure in prossimo pericolo di cadervi: a che più attendere? che Filippo ingrossato dalle forze di tutta l'Italia soggiogata, assalti Verona, assalti Padova, e confini il nome e la bandiera di S. Marco nelle antiche lagune? • •

Aggiungevano peso a queste parole l'opportunità manifesta dell'impresa, e le replicate istanze dei Fiorentini; nè certo pareva lieve presagio di buona fortuna l'essersi non solo tolto al nemico un sì gran capitano, ma acquistato per Venezia. Però d'altra parte rammemoravano, • che cotesto Carmagnola medesimo, ora cosi arrabbiato odiatore di Filippo Maria, e stimolatore di guerra, stava poc'anzi nelle prime dignità presso Filippo istesso, di cui non erano ignote le artificiose vie. Del resto ancora al presente, ancora in Venezia non ha esso Carmagnola seco per moglie quell'Antonia, che, sebbene illegittima, è pure di sangue visconteo? » Così gli animi incerti tra somma fiducia e sommo sospetto stettersi alcun tempo periti) M. Sanuto, p. 978 (fi: I. S. t. XXII). — A. Kavagero, p. 1086 (L XXIII). ;'; '.'

Voi. 111. 2

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